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GF ROMA. Corsa spettacolare, ma la porchetta...?
dalla Redazione | 15/10/2015 | 08:01

E’ arrivato il momento di mettere via la bici. Con i primi freddi si diradano le uscite e comincio a fare altro. Nuoto, corsa. Aspettando le prime nevi per tirar fuori gli ski alp. Una buona occasione per salutare la stagione ciclistica in bellezza, visto che quest’anno non sono riuscito a partecipare all’Eroica, è stata la Granfondo Roma Campagnolo. Complice l’invito di un gruppo di amici di Garmin che per l’occasione ha presentato la sua linea di prodotti dedicati alla sicurezza di chi va in bici. E allora eccomi qui. Alla partenza della Granfondo delle foglie morte nella città eterna. Assieme a 5mila ciclisti e più lungo Via dei Fori Imperiali.

Lo sfondo è quello unico e incomparabile del Colosseo, immortalato dai selfie di rito prima di cominciare a pedalare. E già questo scenario – pensate che cosa può significare per un giapponese o un americano pedalare qui – vale il viaggio. Ho vissuto a Roma, città che amo, nonostante i suoi mille problemi, per una decina di anni, fino al 2000. Da qualche parte dentro di me è stampata l’immagine, come una fotografia sbiadita ormai, della “grande bellezza” della città eterna. Ma confesso, avevo dimenticato la sensazione che provato ogni volta che mi imbattevo nella luce di Roma. Il cielo di Roma. I suoi tramonti. E, come ora, i colori del mattino e la forma delle nuvole il giorno dopo la pioggia, con lo sfondo dei resti romani e dei pini marittimi all’orizzonte.

Sì, quei “Pini di Roma” che a fine Ottocento emozionarono tanto il compositore Ottorino Respighi tanto da ispirarlo  a comporre il suo celebre poema sinfonico. Già solo per questo tornare a Roma con la bici è stato memorabile (senza esagerare). C’è da dire che avevo tutti i pregiudizi del caso. Ho corso due maratone a Roma e so bene che cosa sono le buche nelle strade e i sanpietrini lungo le vie consolari. L’idea di percorrerla con la bici a 30-40 all’ora mi spaventava per il rischio di bucare. C’è un bel clima di festa alla partenza. E forse la cosa più bella è che gli organizzatori hanno annullato la gara (almeno così hanno detto all’inizio). Abbiamo tutti il chip che misura il tempo. Ma le rilevazioni per la classifica verranno prese all’inizio e alla fine delle salite che ci aspettano durante la Granfondo. Al microfono l’avvocato Gianluca Santilli, presidente del comitato organizzatore, avvisa tutti: “Guardate in alto, guardatevi attorno, non guardate le ruote e il manubrio. Siete a Roma”. E non troveremo auto, traffico e bus davanti a noi. Ma la strada vuota. Roma città aperta alle bici per un giorno è davvero uno spettacolo. Si parte piano, tutti quanti. E si percorre il centro storico. Queste vie le ricordo ancora: Piazza del Gesù, Largo Argentina, Corso Vittorio, Piazza Sant’Andrea della Valle, Corso Rinascimento e Piazza Navona che si intravede dai vicoli, piazza Madama e il Senato, che ora lo chiudono, e poi il Lungotevere Marzio, il Palazzaccio, con San Pietro sullo sfondo e il Tevere al mattino, via Tomacelli dove c’è il Corriere e piazza di Spagna in fondo, Via del Corso e Palazzo Chigi, Piazza Colonna, l’obelisco e la sede del Tempo dove lavoravo e stop. Ci fanno fermare tutti e 5mila in fondo a Via del Corso, proprio davanti all’Altare della Patria e a Piazza Venezia. La Gara può aspettare. Dopo qualche minuto piacevole con il naso all’insù si parte e continuiamo a percorrere le strade di Roma fino all’Ardeatina da dove si risale verso i Castelli, dove si viene a mangiare fuori porta o la porchetta. Bene. I Castelli saranno il nostro “Mortirolo” oggi (122km totali per 1.700 metri di dislivello). I pensieri calorici li rimandiamo ad altre gite.

A un certo punto – unica pecca dell’organizzazione forse – arriviamo in un tunnel, prima della prima salita, completamente buio, lungo qualche centinaia di metri. Davanti a noi, c’è un amatore caduto a mo’ di pelliccia di pantera a centro strada. Non si vede letteralmente nulla. Tutti rallentiamo e ci si avvisa, come fanno i ciclisti quando si va in bici insieme, per evitare la caduta di gruppo. Poi parte il primo strappo di “cronoscalata”: la salita del Lago di Albano, 2,3 km con picchi dell’8% di pendenza. E’ difficile pensare alla gara quando davanti hai il Lago e sullo sfondo la residenza papale di Castelgandolfo e il suo borgo e verde, tanto verde. Si sale e poi si scende fino all’attacco del “muro” di Rocca di Papa: 1 km secco spaccagambe con punte del 18% di pendenza. Anche questo cronometrato (sai che prestazione!).
In alto c’è la nebbia, una nebbia così fitta che sembra di stare in una cima alpina, con la temperatura che a quest’ora tocca i 12 gradi. Dopo Rocca di Papa comincia un lungo falsopiano in discesa lungo la Strada del Vivaro dove con il mio amico Carlo Brena ci divertiamo a tirare il gruppetto di amatori incontrati lungo la strada a più di 42 all’ora. E meno male che siamo a fine stagione e siamo allenati così così. Pessima idea. Considerando che ora comincia un’altra salita, questa volta più lunga. I sei chilometri che portano a Rocca Priora, con una media pendenza del 6-7% e punte del 15%. L’ultima salita di questa Cronoscalata amatoriale in quattro momenti è uno scherzo della natura: Il Rostrum di Montecompatri, 700 metri al 18%, una salita che è una gara di equilibrismo con la strada lastricata di antiche pietre dove è difficile restare in piedi, e si rischia di cadere se la ruota si blocca tra due pietro o se il tuo compagno che ti precede rallenta e mette il piede a terra. Fatta anche questa.

A questo punto, nella piazza di Montecompatri c’è un ristoro prima della volata, la discesa dai Castelli fino a rientrare a Roma (qui, avvocato Santilli, un assaggio di porchetta e Frascati non sarebbe stato male invece delle crostate dei panini al formaggio e delle barrette… avrebbe reso l’esperienza indimenticabile, dopo la fatica)… L’ultima sorpresa di questa giornata di autunno in bicicletta tra le bellezze di Roma e dei Castelli è il sole che torna a trovarci a mattino inoltrato durante la discesa. E l’arrivo. Inaspettato. Tra i sanpietrini sconnessi della via Appia Antica, che non ha niente da invidiare all’Inferno del Nord, anzi (sono a Roubaix o a Roma?)… E meno male che avevo deciso di provare per l’occasione le mio nuove ruote in carbonio da triathlon. Roba da spaccarle e da spaccarsi la schiena. Voto 10. Ed esperienza da rifare a fine stagione. Unico neo: la classifica finale. Che a dire degli organizzatori non avrebbe dovuto esserci. O almeno, avrebbe dovuto solo registrare i più veloci lungo le 4 salite. A rimarcare la volontà di evitare l’agonismo a tutti i costi e prendere le distanze dai dopati della domenica. Beh, tutti noi, gran parte di noi, non hanno fatto la gara proprio perché ci era stato detto che non veniva contato il tempo complessivo. Allora che senso ha trovare un ordine di arrivo con la classifica generale. Per dirla alla romana: “Aò, allora ce state a cojonà?”.

Riccardo Barlaam

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