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IL SOGNO DI SILVIA. Emozioni e valori sulla strada dell'Ironman
dalla Redazione | 06/10/2014 | 11:25

Sono sempre stata una persona ambiziosa, tenace, determinata e queste caratteristiche hanno abbracciato tutti gli aspetti della mia vita. Per questo in soli 3 anni di passione per il triathlon, ho deciso di affrontare la distanza "regina", quella dell’«Anything is possible», quella dei tanti video motivazionali che noi triathleti siamo soliti guardare su YouTube sperando di arrivarci, un giorno.

Riavvolgiamo il nastro...

Ed eccomi quindi sveglia alle 5 del mattino di questo tanto atteso 27 settembre. Crostatine al cioccolato e succo d’ananas, una colazione a letto che si rispetti, è ben lontana da questa pre-gara! Non una, ma 2 brioches: il carico di carboidrati di questi giorni mi ha veramente messa al tappeto; sono andata contro tutti i miei credo più profondi: io che raramente mangio pasta e soprattutto critico apertamente il classico italiano che la cerca all'estero, mi ritrovo a dover esagerare con finte pasta alla bolognese o addirittura "pasta Ironman", come la chiamano qui. Pasta, patate, dolci, cibo a volontà... entrerò mai nel mio body da gara?

Fuori è ancora buio e l'aria fresca, una processione di futuri Ironman si spinge verso la zona cambio per posizione gli ultimi rifornimenti sulla bici che abbiamo sistemato la sera prima.

Wow, mai vista una zona cambio lunga centinaia e centinaia di metri. Al suo interno un valore inestimabile di bici da fare invidia a Cartier.

Muta vietata e prima secchiata gelida: il triathleta vuole la muta, si sa, ma l'acqua della baia di Alcudia è davvero una piscina. Per me non è un problema: io nuoto senza paura senza l'amato neoprene, ma l'acqua non sarà un po freschina? Mi riscaldo sotto lo sguardo intimorito di mia mamma che ancora non sa che da lì a breve dovrò lottare in una "tonnara" di 2500 pazzi alla conquista della prima frazione di nuoto.

Decido di mettermi in prima linea: si parte! Me la cavo bene: prendo e concedo schiaffoni a tutti, accidenti non prendevo sberle simili dai tempo delle medie.

Eccomi fuori dall'acqua: il mio Garmin segna 1.09: spettacolo, non ci posso credere. Vedo i miei sbracciarsi per incitarmi, che emozione!!!

Di corsa sotto il tendone per il cambio d'abito: ho studiato il mio outfit per mesi e finalmente è ora di indossarlo! Bici e completo nero/pink, casco in testa e si parte per i 180 chilometri in programma.



Fin dal primo giorno qui a Maiorca ho vissuto un parallelismo con il periodo in cui lavoravo a Rodi, in Grecia: il paesaggio a volte brullo e sconnesso, il turismo, le false pianure. E così la prima parte della frazione l'ho trascorsa sprofondata nei miei ricordi, sì ma... sempre pedalando.

Mi accorgo subito di non aver scelto un Ironman facile: i "drittoni" sono in realtà falsipiano spaccagambe e il famigerato vento, che tanto temevo, inizia a soffiare.

100 km e rientro ad Alcudia: la folla è cresciuta, il sole è alto ed Emiliano è li ad aspettarmi, visibilissimo nel mezzo di una rotonda!!

"Tutto a posto - gli urlo - adesso arriva la salita". Già, dopo aver costeggiato una baia splendida di un mare azzurro mai visto nei giorni precedenti di pioggia, ecco che si presenta in tutta la sua pendenza la salita del 120 km. «Solo» 10 km dicono, poi la gara è finita. Ecco, io adesso vorrei tanto conoscere l'autore di questa barzelletta. Perché qui inizia il purgatorio: una salita lunga, e i rimanenti 40 km tutti contro vento. Passiamo in mezzo al parco del S'Albufera, vedo l'erba alta piegarsi e il Garmin rimanere fermo sui 24/26 km/h. Non riesco ad andare avanti: i watt sui pedali aumentano ma la velocità no. Mi soffermo sul nome di questo posto: forse intendevano "bufera"??

Arrivo finalmente alla fine dei 180 chilometri, peccato che la media iniziale si sia decisamente abbassata. Ma non ho bucato e questa era la mia paura più grande.

Cambio d'abito numero 2 e si parte con la maratona: mentalmente io sono già al traguardo. Questa è sempre stata la mia forza perché se voglio una cosa, me la vado a prendere. Forza e debolezza allo stesso tempo, però, perché l'inesperienza è il problema di una gara di questo genere: da un momento all'altro può succedere di tutto.

Vedo tutto il mio pubblico che mi incita: sorrido, sono felice e corro bene. Il percorso è animato di gente, tanti hanno già terminato la frazione di ciclismo e l'anello di corsa è pieno zeppo. Procedo bene fino alla mezza maratona, riesco ad alimentarmi senza problemi, ma ecco che arriva l'inesperienza di cui parlavo e solo adesso posso dire che un Ironman è imprevedibile fino alla finish line.



Il male alla schiena cresce, non ho crampi, ma male ovunque e non riesco più a mangiare. Alterno corsa e camminata. La corsa (che vergognosamente chiamo corsa, ma non era affatto così) era dedicata a tutti coloro che sapevo mi stavano seguendo da casa, per mamma e papà e per Emiliano che sono stati i miei punti di riferimento fondamentali, ma non riesco, il dolore è troppo forte e la paura di "rompere qualcosa" mi obbliga a dare precedenza alla camminata! Mancano 15 km e piano piano scende il buio, ma non mollo! Emiliano mi fa compagnia per tutto questo tempo infinito, prezioso come è sempre stato! Avrei potuto tagliare il traguardo centrando l’obiettivo delle 12 ore, ma non è andata così, peccato. Con un po' di amaro in bocca mi dirigo finalmente verso la musica, i suoni e le luci. Alzo la mano al cielo, piango come una bambina, vedo i miei genitori alle transenne: Silvia, You are an IRONMAN! E che cavolo, ho sognato questo momento per mesi ed eccolo qui.

Non ho parole, l'emozione è a mille: la medaglia, la maglietta, le foto, tutte cose che ti fanno sentire un dio.

Sono distrutta, ma felice. Ho portato con me in gara tutte le persone che in questi 10 lunghi mesi mi hanno accompagnata in questo percorso, ho sentito il loro calore e questo è stato importante per il mio successo. Mi sento piena di tutto quello che ho imparato, ho avuto l'opportunità di conoscere un mondo che non pensavo esistesse, valori che consiglio a molti di conoscere e fare propri. Il sacrificio, la fatica, guardare negli occhi le persone che corrono con te lungo il percorso e capire che la passione riesce a farli andare oltre.

Ironman è dentro di noi, nella nostra testa: sta a noi insegnare al nostro corpo ad andare a prendere il risultato, sta a noi avere la forza di affrontarsi nei momenti di solitudine.

Ognuno di noi ha dei sogni e i sogni sono fatti per essere realizzati: occorrono determinazione, amore, sudore e perseveranza. Io avevo questo sogno: diventare una donna d'acciaio e me lo sono andata a prendere a denti stretti ed unghie affilate.

Ci si vede al prossimo Ironman, che non sarà molto lontano...

Silvia Schiapparoli
Communication Specialist Fitness & Outdoor Garmin Italia


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