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VIVIANI, L'OSCAR DI ELIA
di Pier Augusto Stagi | 29/12/2018 | 07:14

Il ciclismo è una ruota che gira, ed Elia Viviani non solo lo sa perfettamente ma è solito farla girare benissimo. Il ciclismo è anche pista sulla quale si gira, ed Elia si trova anche qui da sempre a proprio agio. Uomo di pista e di strada Elia, ma anche uomo di go­verno, nel senso che è atleta di punta e di riferimento di un movimento, quello italiano, che quest’anno può davvero gonfiare il pet­to per le 18 vittorie stagionali più una (cronosquadre, ndr) ottenute dal campione d’Italia veronese oltre ad un terzo posto nel ranking mondiale che risplende come poche altre cose.

Ultima gara della stagione alla Sei Giorni di Gand (13-18 novembre) vinta in coppia con il belga Keisse, o se volete la prima di quella che dovrà essere la stagione della conferma. Poi il grande ritorno in Coppa del Mondo, dove non lo si vedeva da prima della trionfale Olimpiade di Rio 2016 (oro nell’omnium). Berlino e Londra con sfide tra inseguimento, americana e om­nium.

«Sai che mi piace un sacco correre, e in particolar modo in pista, lì dove ho il mio cuore. Ho ricominciato a pedalare da alcune settimane - mi spiega il 29en­ne veronese della Quick-Step Floors -, ma la qualificazione olimpica me la devo in ogni caso guadagnare, quindi...».

Vacanze poche.
«Ma no, vacanze bellissime. Due settimane con Elena (Cecchini, ndr) e una coppia di nostri amici (Marta Bastia­nelli, il marito Roberto e la piccola Cla­rissa, ndr) a Lampedusa. Siamo stati be­nissimo. La spiaggia dei Conigli è uno dei posti più belli al mondo».

Torni in pista, ma in verità, forse, non sei mai sceso…
«Verissimo anche questo. Ne ho fatta di meno, anche perché mi sono concentrato di più sulla strada, ma la pista re­sta un riferimento, un territorio nel qua­­le amo sempre mettermi alla prova. Già quest’estate ho messo il naso in questo mondo per correre gli Europei in pista a Glasgow e quasi senza che ce ne accorgessimo siamo arrivati all’oro nel quartetto e all’argento nell’omnium».

Diciotto vittorie, più una cronosquadre: cosa ti brucia non aver vinto?
«La Gand-Wevelgem. Questa è chiaramente l’amarezza più grande. Era im­possibile seguire Peter, per questo ave­vo puntato Demare, ma siamo rimasti chiu­si».

Testa, esperienza e squadra: cosa ti ha fatto fare il salto di qualità?
«In ordine: squadra, testa ed esperienza. Questa squadra è arrivata davvero al momento giusto della mia carriera. So­no stato messo nelle condizioni mi­gliori di sempre».

Pensavi di poter arrivare a questi livelli?
«No, ma ci speravo».

Non ti gira un po’ la testa?
«No».

Oro a Rio. Adesso una stagione da record: cosa è cambiato dentro di te?
«Nulla, sono sempre il solito Elia. Quel­lo di Rio è stato forse il migliore Elia di sempre. È stato il mio punto più alto ma anche un punto di partenza, che mi ha dato una grandissima consapevolezza».

Al Giro la prima vera svolta: senza farti mancare niente. Nemmeno un pizzico di polemiche.
«Senza la Gand, l’inizio di stagione era stato come tanti altri. Il Giro, quindi, era un banco di prova altissimo. Due tappe subito, poi una giornata no a Imola. E meno male che mi è capitata lì, altrimenti andavo a casa. Una giornata no che mi ha messo in testa mille dubbi. Non ero malato, non c’era motivo di andare così piano. Forse ho patito uno sbalzo termico violento. Ho avuto paura che la mia condizione fos­se svanita come neve al sole. Lo sfogo televisivo è arrivato da un atleta che pensava di aver fatto cose buone, ma che in un attimo si era giocato tutto: tutto era stato irrimediabilmente azzerato. Stress, paura e critiche mi hanno però aiutato a vincere il giorno dopo. Serve anche un titolo piuttosto duro della Gazzetta per farti scattare dentro qualcosa. Poi però mi sono scusato, anche con un tuo collega (Ciro Sco­gna­mi­glio, ndr): lui non centrava niente, e poi il problema non erano i giornalisti, ma il sottoscritto. I fantasmi erano solo nella mia testa».

Alla Vuelta tutto più lineare, più chiaro, più sereno: consapevolezza di una condizione super?
«Assolutamente sì. L’apice della condizione l’ho toccato all’Italia­no di Boa­rio, se no non avrei mai potuto vincere una corsa di quel genere. Archiviata questa vittoria, ho sostenuto un bello stacco e alla Vuelta ci sono arrivato dopo un bel secondo posto a Londra nella gara del rientro. Vittoria agli eu­ropei della pista con il quartetto, poi vinco con la ma­glia tricolore sulle spalle ad Amburgo. E così arrivo in Spagna bello sereno e consapevole dei miei mezzi. Dovevo solo passare le montagne».

Cosa rispondi a chi ti dice: oltre ai 200 km è un corridore normale?
«Questo ormai non è più un problema. Amburgo vinto due volte, Plouay una. Se ho fatto un buco nell’acqua, questo è stato fatto solo alla Sanremo: 19°. Ma sono 300 km di corsa. Cosa potrei vincere? London Classic, la Cadel Evans, e poi ci sono la Gand e la Sanremo».

A quale velocista del passato pensi di as­somigliare?
«Partendo dal fatto che i velocisti mo­der­ni devono essere diversi da quelli del passato, mi sento più vicino al Peta che al Cipo. SuperMario era di una po­tenza devastante: io non sono e non po­trò mai essere così».

La cosa che fai sempre prima di una corsa?
«Controllo la bici da cima a fondo».

La cosa che devi sempre avere con te?
«Purtroppo il cellulare».

La prima cosa che fai dopo una grande vittoria?
«È automatico che la prima persona che incontro è il massaggiatore: Yan­kee Germano (Giro e Vuelta con lui, ndr). Un abbraccio profondo seguito da un urlo irrefrenabile».

Il rivale più ostico e quello che ti ha sorpreso in negativo.
«Kittel fa paura, è il più potente al mon­do, ma quest’anno non è mai stato al top. Se ripenso al Giro, Bennett è stato molto bravo, ma poi è sparito. E poi c’è Sagan: Peter è Peter, è di un altro pianeta».

La vittoria che ti ha regalato più gioia.
«Emotivamente il tricolore: non sono abituato a vincere così. Ma anche l’ultima tappa della Vuelta a Madrid».

I punti di riferimento nella tua vita?
«Degli ultimi sette anni di carriera Ele­na (Cecchini, campionessa e compagna di Elia, ndr). È il mio centro di gravità permanente. Sullo stesso piano papà Re­nato e mamma Elena».

Chi sono gli uomini insostituibili nella tua professione?
«Fabio Sabatini. Con lui condivido 200 giorni all’anno la camera. Mi vede quando sono in crisi, quando sono in stato di grazia: lui c’è sempre. In pista ho Matteo Far­ronato (figlio di Franco, ndr), meccanico prezioso; mai avuto un massaggiatore fisso. Le tabelle di allenamento me le fa Tom Steels. Io pe­rò ho anche una mia esperienza, un mio storico e abbino le due cose. E poi c’è Fa­brizio Borra: se non vado da lui la settimana prima di un grande appuntamento,è come se mi mancasse qualcosa».

Preciso, scrupoloso e rigoroso: la bicicletta te la sistemi da solo?
«Mi fido, ma sono molto attento. Al po­sto di cazzeggiare, se posso io scendo e vado al camion a verificare di persona i materiali. Chiedo sempre il me­glio. A casa faccio sempre da solo. Solo la bici da pista non la controllo. Se Mat­teo mette dritto il manubrio significa che è dritto».

Quanto sei cambiato in questi anni e in che cosa?
«Non so se sono cambiato, sicuramente sono cresciuto. Alla Sky ho imparato a individuare gli obiettivi e a selezionarli. Prima cercavo di fare sempre be­nino, dalla Sky in poi ho imparato a to­gliere le vie di mezzo. Ha il suo rischio, perché non c’è quasi mai il piano B».

Il piatto preferito?
«La pizza. Una volta a settimana, an­che se io la mangerei sempre. La mia preferita? Margherita con bufala o con il prosciutto cotto».

Ami bere?
«Vino rosso, ma non sono un amante. Se devo scegliere dico Amarone, sono di Verona. Con la pizza vado di birra: sono della Quick-Step. Non amo i su­peral­colici e cocktail: sono Elia Vi­viani».

La cosa per te irrinunciabile.
«Vincere».

Vacanze?
«Sempre e sempre più lunghe. Negli ultimi anni ho imparato a staccare e a riposarmi. L’anno scorso quattro settimane di stacco. E anche quest’anno non mi sono tirato indietro. Posto dei sogni? Maldive. Ma anche Lampedusa non scherza affatto».

Colore?
«Giallo, sin da quando ero piccolino».

Film?
«Non sono appassionatissimo. Guar­do, ma senza malattie».

Attrice e attore?
«Tom Cruise e Penelope Cruz».

Canzone?
«Sempre attaccato a Spotyfy: ascolto di tutto. Ligabue il mio cantante preferito. “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo”: canzone che mi ha dedicato Sky quando ho vinto l’oro a Rio. L’ho collegata e mi è rimasta».

Credi in Dio?
«Sì, ma frequento molto poco. Sono un po’ fuoricorso».

La Quick-Step una squadra di fenomeni: qual è il segreto?
«Il gruppo. Ci mettiamo a disposizione l’un l’altro: è incredibile. Ho rivalutato quest’anno anche il lavoro che fa lo staff. Il lavoro è molto più familiare, ma è chiaramente un valore aggiunto. Se non vinci, anche lo staff ha il muso lungo. In altri team è tutto asettico, im­palpabile, più gelido: non ci sono emozioni. Quando si vince, invece, è una fe­sta. Questo porta tutti a dare il 100%. A capo di tutto c’è un grande ma­­nager: Patrik Lefevere. Uni­sce il vec­chio al nuovo. Ci mette testa e cuo­re».

Il tuo rapporto con Davide Bramati?
«Oltre ad essere un di­rettore sportivo eccezionale e un tattico super, penso che sia anche il più grande motivatore in circolazione».

Il talento più talento che hai in squadra.
«Julian Alaphilippe. Il prossimo anno ve­dremo il piccolo Rem­co (Evene­poel, ndr)».

Il talento più pu­ro che c’è in grup­­po?
«Peter Sagan».

Da ragazzino chi vo­levi essere?
«Quando ero piccolo, Marco Pan­tani. Poi le caratteristiche mi han­no portato a tifare per Tom Boonen».

La vittoria che non hai e vorresti aggiungere al più presto alla tua collezione?
«La Milano-Sanremo: è la corsa che da­rebbe senso a tutto».

Il corridore più forte che hai incrociato?
«Dico ancora Peter Sagan».

Cosa è successo a Marcel Kittel?
«Ha cambiato squadra senza portarsi dietro un gruppo di lavoro. Questa è stata una scelta azzardata. Nella vita si fa ben poco da soli».

Il complimento più bello?
«Me l’ha fatto Wiggins dopo le Olim­piadi, tra l’altro mi ha chiesto an­che una maglia tricolore».

La cosa che ancora non ti è andata giù?
«Me le faccio passare abbastanza. Po­treb­be essere la lotta con Gaviria: Lon­dra 2016. Ma poi mi sono rifatto con gli interessi a Rio. Guardo poco dietro di me. È la mia forza».

Quando pensi a te tra qualche anno come ti vedi?
«Mi vedo nel ciclismo, ma devo ancora capire in che veste e con quale ruolo. In ammiraglia, a bordo pista, oppure in un ufficio di una grande azienda di bi­ci. Mah».

Mare o montagna?
«Mare».

Lago o fiume?
«Lago di Garda».

Doccia o bagno?
«Bagno. Troppe docce, un bel bagno mi rilassa»

Lo sport preferito?
«Tennis. Djokovic è il mio preferito da sempre. Mai incontrato, ma prima o poi a Montecarlo (dove risiede con Ele­na, ndr) lo becco».

Lo sportivo più grande di sempre.
«Valentino Rossi».

Cosa pensi del ciclismo femminile?
«Ha raggiunto un livello super alto, soprattutto in questo ultimo periodo. Elena è una professionista esattamente come lo sono io».

Quanti consigli dai a Elena e quanti te ne da lei?
«A livello ciclistico gliene do molti più io, ma lei è l’unica che mi sa prendere nel mo­do giusto. Mi sa dare tranquillità».

Il tuo peggior difetto?
«Non sto mai fermo. Sono un po’ troppo irrequieto. Sono pur sempre un ve­locista: circolazione arteriosa veloce».

Il tuo vero pregio?
«Penso di esser buono».

L’impresa del 2018?
«L’Italiano».

Ti ha stupito Geraint Thomas?
«Sì, ma sapevo che sarebbe arrivato a vincere prima o poi qualcosa di davvero importante».

La differenza maggiore tra Sky e Quick-Step?
«Due gruppi di lavoro eccezionali, che sanno individuare e puntare gli obiettivi. Alla Sky c’è tanta razionalità; alla Quick-Step molta più emozionalità».

Froome pensi che possa vincere ancora il Tour?
«Assolutamente sì. Almeno uno».

Dumoulin sarà l’uomo da battere?
«Sì. È il vero rivale di Sky».

Vincenzo Nibali senza la caduta.
«Avrebbe vinto il mondiale. Il Tour no, ma non sarebbe arrivato lontano. Il podio era cosa sua».

La sua Sanremo ti ha sorpreso?
«Mi ha soprattutto impressionato. Non pensavo che fosse più possibile arrivare soli a Sanremo».

Fabio Aru: il perché di una stagione così storta?
«Una stagione da cancellare. Deve ave­re la forza di resettare e ripartire da ze­ro. Lui non è questo».

Papà quanto ti ha seguito quest’anno?
«Tantissimo. Al Giro 17 tap­pe; alla Vuelta solo Ma­drid».

Ma Gianni Moscon è davvero così cattivo?
«Non è cattivo: ogni tanto gli si chiude la vena».

Come vedi il ciclismo italiano?
«Secondo me è di ottimo livello. È ov­vio che il ciclismo ha bisogno di fenomeni: Moscon lo diventerà, Aru tornerà ad esserlo. Nibali c’è e ci sarà»

La pista tornerà ad essere centrale?
«Speriamo di raggiungere l’apice a To­kio. Il quartetto è un segnale importante. Il problema è il dopo: questo è un gruppo collaudato».

Quante sei Giorni quest’inverno?
«Una, a Gand, e due prove di coppa del mon­do».

Il sogno è Tokyo 2020?
«Con il quartetto. Ma per me anche Omnium e la Madison. Ma credo che la medaglia che potrebbe premiare tutti sia quella del quartetto».

Montichiari: la pista fa acqua, ma galleggia.
«Vediamo quando ce la ridanno. C’è da apprezzare quello che stanno facendo la Regione Lombardia e il Coni. Sanno che siamo importanti. Tra uomini e donne sai quante medaglie possiamo portare alla causa azzurra…».

Treviso è l’impianto della consacrazione?
«Sì, penso proprio di sì. Non sarà solo un centro di allenamento. Personal­men­te per me, però, è più comodo Mon­­ti­chiari, ma Treviso sarà un im­pianto importante e strategico».

L’Oscar è…
«La ventesima vittoria. Premia la mia regolarità. È la prima volta di un velocista puro e spero che non sia l’ultima. Per il prossimo anno tenetemi almeno due posti a tavola: per me e per Elena».

da tuttoBICI di dicembre

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