La differenza fra ciclismo e cicloturismo è la sosta: nel ciclismo è segno di crisi, cotta, resa, invece nel cicloturismo è sinonimo di curiosità, interesse, approfondimento. Perché nel ciclismo si mettono i piedi a terra, se non all’arrivo, solo perché si è svuotati, sfiniti, scoppiati, ed è indispensabile tirare il fiato, invece nel cicloturismo si mettono i piedi a terra appena si può, cioè per ammirare, fotografare, contemplare, ed è indispensabile memorizzare. Tant’è che nel ciclismo si mangia e si beve al volo, di fretta, di corsa, anzi, in corsa, invece nel cicloturismo ci si ferma alle fontane, si entra nei bar, ci si siede a tavola e si prende tempo. La sosta è tempo.
Tiziana Plebani, studiosa e scrittrice, ma anche viandante e cicloturista, è l’autrice di “Il segreto della sosta” (Ediciclo, 96 pagine, 9,50 euro), che – come spiegato nel sottotitolo – è un “piccolo prontuario dei luoghi in cui fermarsi e da cui ripartire”. Esordisce: “Ti siedi. Appoggi al tuo fianco lo zaino. O la borsa, oppure i tuoi pensieri che pesano e che hanno bisogno di sostare quanto te”. Chiarisce: “Che tu abbia fatto dieci chilometri o cinque o che ti sia fermato per prendere fiato a poca distanza da casa, concediti una sosta. Non farti irretire dal retroterra cattolico che ancora ci macina dentro e recita prima il dovere e poi il piacere". Stabilisce: "La sosta non è una ricompensa. E’ una grazia”. Avverte: “Non c’è cammino senza sosta”. O pedalata. E illumina: “La sosta è una minuta arte segreta”.
Con Alberto Fiorin, cicloviaggiatore e scrittore, “compagno di viaggi, soste e vita”, Plebani ha sperimentato una ricetta che lei, più bisognosa, ha sollecitato: “Se di fronte hai da compiere mettiamo 24 chilometri, l’ideale è fermarsi ogni otto, più o meno, a seconda delle occasioni che trovi sul percorso, dei paesi che incontri, delle possibilità di rifornirti di cibo; se cammini è meglio non portare peso a lungo e fare acquisti poco prima della sosta pranzo; se vai in bicicletta il peso è più leggero ma comunque ingombra, quindi vale il medesimo avvertimento”.
E’ l’unica regola manualistica, pratica, numerica, poi è tutta filosofia e psicologia, poesia e fantasia, spiritualità e civiltà. Si tratta di panchine (“La panchina è un sogno: casa, riparo, letto, ancora, zattera, osservatorio astronomico, ha tutto quello che serve e anche di più”) e chiese (“Ti siedi ancora con lo zaino o con la bicicletta appoggiata di fronte. Entri come un ospite, ti siedi in fondo per non disturbare. Annusi l’aria, l’atmosfera. Ogni chiesa è diversa, piccola o grande che sia, sfarzosa o umile”), bar (“Amo i bar e i loro avventori. Anche in questo caso, val la pena capire dove si è arrivati. Ogni bar ha la sua fauna e carpire brandelli di conversazione è una vera delizia e puoi immaginarti una miriade di storie”) e ponti (“Ogni ponte, anche se sguarnito di santi protettori, offre un motivo di attenzione, proprio per la sua vocazione a superare barriere, ad avvicinare e unificare territori e popoli”), perfino di cimiteri (“Nei cimiteri si trova l’acqua”, “non fanno tristezza”, “sono luoghi di piante e di fiori”…) e sponde d’acqua (“Di fiume, mare, lago”).
Infine, narrato paesaggi, descritto panorami, affrescato sentimenti, confidato preferenze, tutto con eleganza e leggerezza, ma anche con esperienza e sapienza, Plebani si concede una sosta alle parole. “Come il silenzio si alterna alla conversazione, così ogni andare ha bisogno dello stare per goderne appieno”. E conferma: “Il segreto, sia chiaro, sta nella sosta”.