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BERNAL. «LE CLASSICHE? MI PIACCIONO MA IL MIO OBIETTIVO SONO I GRANDI GIRI»
di Pier Augusto Stagi | 14/10/2019 | 13:37

Ultimi impegni della stagione per Egan Bernal: dopo il terzo posto de Il Lombardia, il re del Tour de France è protagonista di una giornata italiana prima di volare a Parigi per la presentazione del Tour de France. Stamane visita alla Sidi, nel pomeriggio bis alla Pinarello.
Ed è proprio nella sede della Sidi, a Coste di Maser, che lo abbiamo incontrato per un botta e risposta al quale il ventiduenne colombiano si è concesso con disponibilità e attenzione.

Innazitutto riflettori puntati sulle scarpette: Bernal ha regalato alla Sidi il quindicesimo Tour de France della sua storia, un traguardo importante per l’azienda fondata da Dino Signori e diretta da Rosella Signori che nel 2020 festeggerà i 60 anni di attività. Nel 2019 Bernal ha corso con la scarpetta Shot ed oggi ha provato una nuova calzatura, ancora top secret, che si chiamerà Sixty (in omaggio ai 60 anni di Sidi) e sarà un gioiello di aerodinamica e peserà 40 grammi in meno della Shot.
«Da quando ho lasciato la mountain bike per la strada, ho sempre usato solo Sidi. E visto che mi sono trovato subito bene… Se le scarpe sono un guanto, è fondamentale tenerle. Io con una scarpa ci faccio una stagione intera e la Sidi questo me lo consente».

Possiamo dire che il 2019 ti ha cambiato la vita?
«Sì, è stata sicuramente la stagione che mi ha cambiato la vita, è stato l’anno della mia esplosione. Parigi-Nizza, Giro di Svizzera e poi il Tour de France. Sono il primo colombiano a vincerlo, l’ho fatto a 22 anni, sono consapevole di aver fatto qualcosa di veramente grande. Certo, la mia vita è cambiata, ora mi riconoscono in tutto il mondo, mentre in Colombia per me adesso è difficile anche andare a prendere un caffè... Per fortuna sono un tipo tranquillo e mi piace stare a casa con la mia famiglia, con la mia fidanzata Xiomara e il nostro cane Coco, un bastardino. Ma non mi lamento, la popolarità mi piace molto e poi fa parte del gioco. Il ciclismo è lo sport più bello del mondo, è la mia vita: io voglio diventare il ciclista più forte e goderni l’abbraccio dei tifosi».

Tu, lo ricordavi prima, hai iniziato con la mountain bike: quanto è stato importante per te?
«La mountain bike è stata la mia fortuna perché mi è servita per imparare il mestiere del ciclista e mi ha permesso di arrivare fresco al ciclismo su strada. Quello del cross country è uno sforzo esplosivo, concentrato in poche decine di minuti, quindi non ho sprecato energie. Se tornerò alla mountain bike? Oggi dico di no, io ho sempre preferito la strada e non penso proprio ad un ritorno stile Sagan, ma mai dire mai».

Torniamo alla tua impresa al Tour de France: quando hai pensato davvero di poterlo vincere?
«Per tutta la corsa mi sono concentrato solo sul fare bene, per me e per la squadra. Poi quando ho messo la maglia ci ho pensato, ma fino a quel momento il mio compito era quello di stare vicino a Thomas. Il giorno più bello? Sinceramente proprio quando ho messo la maglia gialla per la prima volta… è stato il giorno più bello di tutta la stagione. La tappa di Tignes ce l’avevo nella testa, avevo messo anche il 54 perché c’era tanta discesa e volevo giocarmela fino in fondo. Peccato che poi le condizioni meteo abbiano costretto gli organizzatori a neutralizzarla, chissà, magari quel giorno avrei fatto un’impresa. Impossibile dirlo, con i se e con i ma non si va da nessuna parte, ma certo un po’ quella tappa mi è mancata».

Come si convive con Froome, Thomas, Carapaz e  i giovani rampanti di casa Ineos?
«Con i grandi corridori è facile convivere perché siamo tutti campioni e professionisti. E poi nel ciclismo c’è un giudice supremo, che non ho certo scoperto io: è la strada, che alla fine mette sempre ognuno al posto che gli compete».

Ti vedi corridore da classiche?
«No, sono un corridore da corse a tappe. Certo, Liegi e Lombardia sono gare bellissime, ma il mio obiettivo restano le corse a tappe. Al Lombardia ho fatto bene e sono orgoglioso del mio terzo posto, ma non sono arrivato preparato per quell’evento, io preferisco preparare obiettivi come i grandi giri».

Non ti smuove nemmeno il pensiero del 2020 con Mondiale e Olimpiadi adatti agli scalatori?
«No, non ci penso e non li preparerò, mi concentrerò sulle corse a tappe. Se poi sarò convocato, cerchero' di affrontarli nel migliore dei modi, ma non saranno un mio obiettivo. Attendo invece di conoscere i percorsi di Giro e Tour per valutare bene il mio programma».

Qualcuno sabato ha detto di averti visto in difficoltà sul Muro di Sormano: è così?
«No, non è così. Semplicemente l’ho fatto tranquillo perché ho visto che nessuno era in grado di fare la differenza, quindi mi sono gestito con serenità».

Quali sono ora i tuoi programmi?
«Stasera prendo il volo da Venezia per volare a Parigi e presenziare alla presentazione del Tour de France, poi sto lavorando alla preparazione di tutti i documenti necessari per trasferire la mia abitazione a Montecarlo, quindi andrò in Colombia fino all’inizio di dicembre, quando ci sarà il primo raduno del Team Ineos. E proprio dal Giro di Colombia penso che inizierà la mia stagione all’inizio di febbraio».

A proposito di Colombia, a parte te non avete vissuto una grande stagione...
«Non sono d’accordo, non siamo andati male. Il fatto è che il livello del ciclismo continua ad alzarsi, ci sono nazioni nuove e corridori nuovi che si affacciano alla ribalta, pensate alla Slovenia per esempio con Roglic e Pogacar. La mondializzazione è una realtà concreta e poi nazioni storiche come Italia, Belgio, Olanda sono sempre ai vertici».

Ma quanti ti amano in Colombia?
«Molto, ma per il mio popolo Nairo Quintana è un’altra cosa. Lui è l’uomo che ha realizzato il sogno di un popolo, quello di arrivare al podio di un grande giro e poi di vincerlo anche, quindi è un mito. Io sono il primo colombiano ad aver vinto il Tour, ma Nairo è Nairo da tanti anni».

In varie interviste hai rivelato che ti sarebbe piaciusto fare il giornalista.
«Diciamo che amo leggere, anche se riesco a farlo sempre di meno. Prima di una gara leggo sempre qualcosa, ma non fatemi passare per intellettuale, perché non è vero. Scrivete piuttosto che sono attento alle cose che mi stanno attorno, quello sì».

Cosa pensi della Riforma del ciclismo?
«Non so, è davvero troppo complicato. Ma una cosa la so: una squadra come la Androni, che ha cresciuto me e tanti altri talenti e continua a farlo anno dopo anno, deve essere messa nelle condizioni di correre sempre. E aggiungo che per me Giovanni Ellena è una persona speciale, non solo un direttore sportivo ma un vero amico».

A proposito, l’Italia è sempre nel tuo cuore.
«In Italia ho trovato una seconda casa quando la Colombia e la mia famiglia erano lontani, Ellena e gli amici che ho trovato qui mi hanno dato una mano importante: gli italiani sono davvero fantastici. Dopo la Colombia, il vostro è il Paese che conosco meglio. Ma non chiedetemi cose tipo il mio piatto preferito... Io mangio tutto e in Italia si mangia benissimo. Preferisco i primi ai secondi, ma dipende anche dal momento di stagione che sto vivendo. A tavola sono rigorosissimo e bevo il caffè, ma sempre senza zucchero. In Colombia si mangia in modo completamente diverso, non si può paragonare, ma c’è una cosa che amo: si chiama Arepa, è un pane che mi arriva dalla Colombia, Xiomara ed io lo mangiamo spessissimo. L’ho mangiato anche la mattina del Granpiemonte e ho vinto...».

In Italia diversi anni fa la stagione si concludeva con una cronocoppie storica come il Trofeo Baracchi: con chi ti piacerebbe correre una prova del genere?
«Con Castroviejo, è un grande corridore e a cronometro va davvero fortissimo».

Un’ultima domanda: cosa ascolti o guardi?
«Non ho amori particolari, ma in questo periodo seguo Niki Giam, un cantante portoricano che ha abitato anche in Colombia e ha fatto una serie televisiva. Lui mi piace davvero parecchio».

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