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SANTILLI. «Siamo amatori e vogliamo tornare a divertirci»
dalla Redazione | 12/12/2014 | 11:41

Fine anno, tempo di propositi e proposte, idee e iniziative. Con l'avvocato Gianluca Santilli, ex procuratore della Federciclismo e membro della commissione antidoping del ministero, oggi responsabile del settore amatoriale, parliamo del nostro movimento che mai come oggi ha bisogno di nuova linfa da cui ripartire. Grande appassionato di due ruote ed assiduo praticante, Santilli è l'ideatore della prestigiosa Granfondo Campagnolo Roma. Per analizzare lo stato del movimento amatoriale, partiamo proprio dal suo gioiello, la cui ultima edizione è stata macchiata da un vincitore che pochi giorni dopo è stato squalificato per 18 anni dalla Procura, per il suo coinvolgimento - evidentemente pesante - nell'inchiesta "amateur" svolta dai Nas di Firenze.

Le iscrizioni sono aperte ormai da una decina di giorni. Come è cambiata la vostra idea di Granfondo?
«Abbiamo deciso di abolire le classifiche sul percorso che, per la logica amatoriale dell'evento, non hanno ragione di esistere. Una Granfondo deve andare al di là dell'agonismo esasperato che sta facendo male al ciclismo amatoriale italiano. Siamo i primi a prendere un provvedimento di questo tipo, che qui in Italia è considerato rivoluzionario ma all'estero è la prassi già da anni. Lasceremo le graduatorie delle cronoscalate per premiare comunque l'epicità del ciclismo che è la salita, ma per il resto puntiamo ada allestire una vera e propria festa del ciclismo, non più una granfondo per i soliti vincitori, che hanno già premi e ingaggi tutt'altro che da amatori. Vogliamo inoltre ampliare l'evento a categorie che finora non esistevano come le bici a pedalata assistita, che ormai hanno una grande autonomia e possono percorrere oltre 100 km (il percorso della GF è di 120 km e si svilupperà tra Roma e i Castelli Romani, con partenza dai Fori Imperiali ed arrivo alle Terme di Caracalla a pochi metri dal villaggio, ndr). C'è chi ha gridato allo scandalo, ma non vedo nessuna ragione per poter privare dell'emozione di stare tra 5000 ciclisti anche chi non è perfettamente allenato o ha avuto problemi fisici. Ci sarà ovviamente una griglia ad hoc per le ebike, che sono un fenomeno in grande crescita e a mio avviso rappresentano il futuro della mobilità in città. Abbiamo deciso inoltre di inserire anche uno spazio dedicato alle bici d'epoca, che stanno avendo grande successo con la moda lanciata dall'Eroica. Anche le bici ante 1987 avranno la loro griglia di partenza e un tratto dedicato nell'evocativa Capitale. L'intenzione è di abbracciare il più possibile il pianeta ciclismo in generale, non limitandoci agli amatori più incalliti che rappresentano solo il 10% della torta. In Italia dobbiamo aprire gli occhi e renderci conto del restante 90% del mercato legato alle due ruote».

Cos'altro offrirà l'evento capitolino?
«Il prossimo 11 ottobre ogni tipo di ciclista avrà l’opportunità di vivere secondo le proprie attitudini il magnifico scenario di Roma e dei Castelli Romani. Gli agonisti potranno misurarsi e confrontarsi sulle dure cronoscalate delle salite di Rocca di Papa con il mitico “Murus”, Rocca Priora e Tuscolo con classifica e premi per i primi 3 di categoria. Ovviamente ci sarà il riscontro cronometrico sul tempo di percorrenza della Granfondo. I premi, tanti e prestigiosi, sono riservati soprattutto alle squadre e  numerosi partecipanti che saranno sorteggiati. Il ciclismo è uno sport di squadra e noi vorremmo recuperare proprio lo spirito di partecipazione e di gruppo, perché nessuno di noi ama pedalare da solo. Alla Granfondo Campagnolo Roma saranno premiate le squadre con più partecipanti che taglieranno assieme il traguardo e le prime 5 squadre con il maggior numero di partecipanti. Oltre al percorso più impegnativo la Granfondo Campagnolo Roma si offrirà al vastissimo pubblico dei cicloturisti con la pedalata di circa 60 km, non competitiva, che da Roma raggiungerà Albano per far ritorno nella capitale. La "In Bici ai Castelli" lo scorso anno ha visto la partecipazione di oltre mille ciclisti, un numero destinato a crescere visto che, oltre agli e-bikers, potranno partecipare anche tutti i ciclisti urbani a scatto fisso, single speed e vintage, tutti splendidi interpreti di un’esigenza di mobilità sostenibile, anche sportiva, ecologica, sempre più moderna e universale. Anche i bambini saranno assoluti protagonisti dello splendido scenario dei Fori Imperiali con un programma ludico sportivo che darà ad ognuno la possibilità di partecipare insieme ad amici e genitori. I più grandi nello Stadio delle Terme di Caracalla potranno praticare spinning, provare i migliori materiali, incontrare le aziende sponsor e vivere in relax l’area dei Fori capitolini insieme a tanti altri nuovi amici da tutto il mondo (nella scorsa edizione partecipanti provenienti da ben 34 Paesi, di tutti i continenti, ndr)».

Ampliando il discorso, come sta il mondo amatoriale?
«Ci sono squadre attrezzate come fossero team professionistici, uomini che mettono in secondo piano la famiglia e il lavoro per seguire tabelle folli e raggiungere i watt prodotti da chi pedala per professione. Se non avessi vissuto da dentro queste esperienze, direttamente come agonista, non avrei potuto percepire davvero l'esasperazione del settore. Pensate che la Granfondo Londra in due anni è diventata la corsa più importante del mondo, da noi purtroppo manca una cultura della ciclabilità attorno alla quale poter far crescere grandi eventi. Siamo circondati da assatanati psicopatici che vogliono avere sempre la bici ultimo modello, seguono la dieta del momento e sbavano dietro a testimonial non credibili come sono gli atleti professionisti che, in quanto tali, sono modelli irraggiungibili per un amatore. Mi premiano spesso per la normativa che ho introdotto nel 2011 per la vigilanza ed il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive, ma spero finiscano questi titoli perché l'etica sportiva dovrebbe essere la normalità, chi la favorisce non dovrebbe meritare un premio».

Cosa bisogna fare per far sì che l'etica diventi finalmente una prassi?
«Ogni componente deve fare il suo: io per primo, considerato il mio ruolo, devo dare il buon esempio. È evidente che se ci sono riviste che osannano i vincitori amatori, gare che esaltano gente che fa i tempi dei professionisti, medici che ne esasperano la preparazione manco fossero in gara alle Olimpiadi e atleti che a 50 anni ne dimostrano 30, sono tirati da far paura e macinano chissà quanti chilometri, il meccanismo non funziona. Per riportare il ciclismo alla normalità ogni componente deve rimboccarsi le maniche, per questo ho convocato per il 15 gennaio, per la seconda volta, gli stati generali del mondo amatoriale. Tutte le parti in gioco sono chiamate a dare il loro contributo».

Il ciclismo in senso lato, che periodo sta vivendo a suo avviso?
«Se ne parla poco, ma stiamo vivendo un momento magico. La bicicletta solo in Europa fa girare 200 miliardi di affari, più del PIL della Danimarca. La bicicletta non è mai stata così di moda, pensate a quanti grandi brand la usano nei loro spot, e ha un grande successo per motivi salutistici e di mobilità. Una città come Londra spende 1 miliardo di sterline all'anno per la sua ciclomobilità ed è dimostrato che un investimento di questo tipo le frutta 5 volte tanto in salute, benessere, vivibilità... Il design non si è mai concentrato come ora sulle due ruote, la moda scommette sul ciclista urbano e ha scoperto un nuovo target, disposto ad acquistare invenzioni nuovissime come l'ebike che hanno un'utenza potenziale che non ha paragoni con il mercato del mondo amatoriale, decisamente più limitato. Detto questo dovremmo essere bravi a cogliere e cavalcare il momento. È assurdo che viviamo nel paese più bello del mondo, che potrebbe offrire itinerari davvero imperdibili, e per pedalare siamo costretti tutti ad andare alle Canarie. Nibali ha vinto il Tour, sarebbe il testimonial ideale per la Sicilia, che per il cicloturismo potrebbe davvero essere il paradiso. Purtroppo nel nostro paese manca una rete, delle aggregazioni, piattaforme tecnologiche funzionanti, una logica di rete, gli alberghi tra di loro non si parlano, ognuno è arroccato nel suo orticello e così, come in ogni comparto dell'Italia, si va poco lontano. Lo stesso discorso vale per le nostre aziende di settore: abbiamo marchi di eccellenza che, se non si attrezzano, saranno preda delle multinazionali straniere nate magari 10 anni fa ma già capaci di fatturare molto più di loro. Soffriamo di una miopia molto preoccupante e di una inarrestabile dispersione delle qualità imprenditoriali, continuiamo a dirci che siamo la culla del ciclismo, che siamo i numeri uno ma se domani sparissimo nessuno se ne accorgerebbe».

Il ciclismo professionistico però, soprattutto grazie alla vittoria di Vincenzo Nibali alla Grande Boucle, ha vissuto un grande anno.
«Ne parlavo con il commissario tecnico Davide Cassani proprio poco tempo fa: abbiamo ottime chance per i corridori che abbiamo, ma un altro grande problema è che i nostri testimonial vanno a correre e vivere all'estero, anche per motivi fiscali. Manca una cabina di regia: il mondo del ciclismo professionistico non parla con quello giovanile e amatoriale. Manca la multidisciplinarietà, i diversi settori vivono ancora un po' troppo a compartimenti stagni. Dietro alle Granfondo non ci sono chissà quali grandi business come qualcuno crede, ma il ricavato di un evento di tale importanza può dare una mano ai ciclisti più giovani. Vedere quasi 1000 bambini che si divertono ai Fori Imperiali è eccezionale. Bisogna investire sui giovani. Basterebbe mettere in pratica intuizioni semplici, sarebbe sufficiente copiare a volte. Mi accorgo che anche idee banali non vengono realizzate solo perché non sono mai state fatte, c'è un generale terrore per il nuovo. Mi scappa da ridere a pensare ai tanti che mi dicevano che organizzare una Granfondo a Roma era impossibile, quando ora potrebbe diventare un tassello per la candidatura di Roma per le Olimpiadi. Parlo spesso con il presidente del CONI Malagò, che è un mio caro amico, e mi conferma come ci siano tanti ostacoli pratici per cambiare lo stato delle cose, perché non c'è visione, è tutto complicato, un mordi e fuggi in cui si vuole guadagnare subito per poi mandare tutto all'aria».

Considerate la sua passione e preparazione, tra un paio di anni non è che le piacerebbe candidarsi alla presidenza federale?
«Non ci provi anche lei (sorride, ndr). Non voglio saperne, sono solo un appassionato, un professionista che ogni cosa che fa vuole farla al meglio tanto che sto già sulle scaole a tante persone perché sono fin troppo propositivo, in più quello sarebbe un impegno a tempo pieno che non mi potrei permettere. Mi farebbe un enorme piacere andare in pensione anticipata e dedicarmi in toto al ciclismo, ma purtroppo non è previsto. Non posso chiudere lo studio legale e, ammesso che qualcuno mi voti, al nostro amato ciclismo servono persone che abbiano una diversa disponibilità di tempo e concentrazione, rispetto a quel che potrei fare io. Ho un ottimo rapporto con il presidente Di Rocco, lo dimostra il fatto che mi abbia chiamato prima alla procura federale e poi a capo del settore amatoriale: non sono uno "yes, man", è un suo merito circondarsi di persone con capacità e continuerò nel mio piccolo a dargli una mano per il bene del movimento».

Giulia De Maio

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