Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, che dal 2005 l'Onu ha istituito per commemorare le vittime dell'Olocausto e della persecuzione nazista. Per noi è l'occasione per ricordare, ancora una volta, Gino Bartali.
La prima volta non si scorda mai, tanto più se la prima volta fu al Vigorelli. “Bartali, ma anche Coppi, venivano a scaldarsi prima delle riunioni. Li guardavamo, li osservavamo, li studiavamo, li ammiravamo, li amavamo. E non osavamo avvicinarci. Per rispetto, per timidezza, anche per timore”.
Marino Vigna, milanese della Cagnola, abitava a poche centinaia di metri dalla Scala del ciclismo e, incantato e contagiato, avrebbe abitato il ciclismo per tutta la vita. “Conoscere Bartali era inevitabile. Accadde nel 1960, dopo le Olimpiadi di Roma. Con tutti gli altri olimpionici – io avevo conquistato l’oro nel quartetto dell’inseguimento sulla pista dell’Eur -, in settembre partecipavo alla San Pellegrino a tappe, che riuniva i vincitori di una delle 100 corse San Pellegrino disputate durante l’anno, partenza da San Marino e arrivo a San Pellegrino Terme, c’erano anche Bailetti, Fornoni e Trapè, non si correva a squadre ma a gruppi, e il responsabile del mio gruppo era Andrea Bartali, il primogenito di Gino”.
I rapporti si sarebbero fatti più stretti. “Nel 1966 e 1967 Bartali fu il mio direttore tecnico alla Vittadello. Il primo anno correvamo su una bici Pinarello ma marchiata Vittadello con gli stessi colori della maglia, arancione e nera con la V scritta in bianco. Il secondo anno su una bici Pinarello ma marchiata Bartali. Il primo anno conquistai una vittoria alla Milano-Torino. Il secondo anno una quasi vittoria alla Vuelta di Spagna. Accadde che dopo pochi giorni, dei 10 corridori al via, ritirati Panizza, Dancelli, Andreoli, Baldan…, restammo in quattro, Aldo Moser, De Rosso, Schiavon e io. Nella Andorra-Lérida entrai in una fuga a otto, c’erano corridori forti anche in volata come Graczyk, ma me la sarei finalmente giocata dopo tre piazzamenti fra i primi 10. Invece uno degli spettatori si sporse ben oltre le transenne, ci scontrammo, mi colpì la spalla, arrivai settimo. Nonostante mi sentissi dovunque rotto, tenni duro e giunsi alla conclusione della Vuelta a Bilbao. Bartali si affrettò a rassicurare i dirigenti della Vittadello spiegando che ero andato bene, benissimo, sempre meglio, che anche in salita ero migliorato, invece non fui convocato per il Giro d’Italia”.
Vigna e Bartali si sarebbero frequentati anche quando Marino divenne direttore sportivo alla Faema e collaboratore di Alfredo Martini nella nazionale italiana. “Ogni incontro casuale, ma anche ogni occasione ufficiale, diventava una rimpatriata. Quella volta che si entrò in un ristorante insieme, poi Martini chiese a Bartali di andarsene, perché la sua presenza aveva richiamato una folla che aveva riempito i locali e impedito di mangiare. Quella volta, anzi, probabilmente due, a Larciano, in Abruzzo, quando partecipammo con le nostre mogli, Adriana la sua e Vilma la mia, a feste organizzate da emigranti tornati a casa. Quella volta che Ivo Faltoni ci propose di fermarci ad Amatrice per mangiare una vera amatriciana, Martini seguito da me, Bartali dal popolo. E tutte quelle volte che Bartali era invitato a raccontare l’episodio della borraccia e allora prima chiedeva al suo interlocutore se fosse bartaliano o coppiano, poi in base alla risposta modificava la versione: se era coppiano, era stato Coppi a passare a lui la borraccia, se era bartaliano, era stato lui a passare la borraccia a Coppi”.
Vigna era coppiano, ma diventò – anche questo era inevitabile – pure bartaliano. “E rimasi bartaliano anche dopo la sua morte. Faltoni mi invitò a partecipare alla rievocazione di Gino, partendo dalla stazione di Terontola e arrivando alle chiese di Assisi, una sessantina di chilometri, in bici. Perché Terontola era uno degli snodi ferroviari dove Bartali si recava durante le sue missioni di postino della pace trasportando i documenti falsi per dare una nuova identità agli ebrei perseguitati dalle leggi razziali. E perché ad Assisi Bartali si fermava per munirsi di quei documenti d’identità in un convento di suore di clausura. Tutti dettagli che lui, fra i miliardi di parole con cui ci travolgeva, non ci aveva mai rivelato”.