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IL CICLISMO PIANGE ENZO CAINERO, IL SIGNOR ZONCOLAN
di Antonio Simeoli | 28/01/2023 | 12:40

Non si può certo dire che questo sia un buon momento per il ciclismo. Dopo la prematura morte di Umberto Inselvini, la grande famiglia del ciclismo piange oggi un grande organizzatore, Enzo Cainero, un uomo che ha dedicato la propria esistenza allo sport, con la passione e la competenza. È mancato questa mattina a 78 anni, dopo essere stato colpito da ischemia cerebrale lo scorso mese di ottobre.

È stato tante cose, Enzo Cainero. Soprattutto un amico del ciclismo, un uomo passionale e appassionato, capace di grandi trasporti e di altrettante intuizioni, con il dono innato di guidare, perché credibile e riconosciuto da tutti. Qui di seguito vi proponiamo un ricordo di Antonio Simeoli, firma del Messaggero Veneto, che Cainero conosceva bene.

 

Ora sarà lassù con quelle immancabili cartelline vergate a mano a pianificare stagioni sportive, grandi eventi, mostre, adunate degli alpini, soprattutto tappe del Giro d’Italia. A distribuire incarichi (non ordini, badate) come un generale che però si fa dare del tu dal soldato. Sì, Enzo Cainero, un gigante del Friuli per mezzo secolo, e gigante dobbiamo scriverlo rigorosamente con la G maiuscola, aveva un grande pregio, che era poi il segreto del suo successo: pianificare ogni cosa per il suo Friuli parlando e ascoltando alla stessa maniera il più alto rappresentante delle istituzioni e l’ultimo dei volontari che lo stava aiutando a organizzare una tappa del Giro d’Italia. Il manager di Cavalicco, commercialista, anche politico, soprattutto uomo di sport, è morto stamattina poco prima di mezzogiorno all’ospedale di Udine. Aveva 78 anni. Fatale, alla fine, è risultato il malore che lo aveva colto all’inizio di ottobre. Un’ischemia cerebrale dalla quale stava cercando di riprendersi ì con la forza di un leone, sospinto da una carica di affetto sconfinante con l’amore, che gli era arrivata da tutto il Friuli e non solo. 

Intravvedeva un po’ di luce in fondo al tunnel, ve l’avevamo scritto a fine dicembre, era come Pantani al Giro del 1999 quando, dopo essersi attardato causa un incidente meccanico, sulla salita di Oropa prese a rimontare uno a uno tutti i corridori del gruppo, vincendo a braccia alzate. Il traguardo più bello per Enzo sarebbe stato a fine gennaio: tornare a casa al braccio della moglie Laura, che non l’ha lasciato un secondo in questi mesi di sofferenza, scortato dai figli Andrea e Marco. Il suo sogno, eccome se lo stava coltivando, era riuscire a salire in maggio sul Lussari, a gustarsi la tappa del Giro d’Italia, l’ultima sua creatura, l’ennesima della sua lunga e ricca “carriera”.

L’ultima volta che eravamo andati a fargli visita all’ospedale Gervasutta di Udine, dove stava cercando con determinazione la rimonta quando gli avevamo detto che al Lussari la gente lo aspettava, aveva ribattuto sorridendo: «Salirò lassù, in moto con Orioli», come faceva sempre prima di ogni tappa. Ora, quella frazione decisiva del prossimo Giro d’Italia, diventerà anche un grande tributo a Cainero. Venerdì 20 gennaio le ultime videochiamate orchestrate dal fratello Eddy a tre grandi amici: Edy Reja, l’allenatore del Modena Attilio Tesser e il direttore del Giro Mauro Vegni, che negli ultimi 20 anni lo ha sempre assecondato nelle avventure, spesso ardite, in chiave ciclistica.

Raccontare i sopralluoghi in moto, prima di quelle tappe, vuol dire raccontare l’uomo Cainero. Scrutava ogni angolo di strada Enzo, si fermava a ogni incrocio e veniva fermato decine di volte, in ogni paesino, per un rinfresco o un brindisi. Non ne saltava uno, perché quella era la sua gente. Un saluto e via, affinché tutto fosse perfetto, affinché lo fosse l’immagine della sua terra. Da friulano vero.

Figlio del mugnaio di Cavalicco, luogo d’origine di cui andava fiero, nel secondo dopoguerra Cainero cresce a pane e sport. Calcio in particolare. Carriera di tutto rispetto, fino al Varese, a un passo dalla serie A. Studiava e giocava in porta. Parava e studiava. Ultima stagione al Tolmezzo in Serie D: i più anziani rammentano ancora le sue gesta tra i pali, lui ricordava con orgoglio quell’ultima stagione vincente che, di fatto, era stata l’antipasto a quel che avrebbe combinato qualche anno dopo in Carnia.

Dopo la laurea in Economia e commercio a Trieste, un master, chiamiamolo così, sul campo in Africa. Come tanti friulani all’epoca. Cantieri da aprire, esperienze da fare. Poi il ritorno in Friuli. Anni difficili per la tragedia del terremoto, ma anche affascinanti perché da quella tragedia bisognava rialzarsi. Legato indissolubilmente alla storia della Democrazia Cristiana, specie a Udine, Cainero è stato uno dei più grandi collaboratori e amici di Adriano Biasutti. Amico vero, quando l’ex presidente della Regione finì nella polvere di tangentopoli, ma soprattutto quando iniziò la lotta contro un male poi risultatogli fatale. Cainero non l’ha lasciato mai. Fino all’ultimo. 

Era un drago davanti ai bilanci di un’azienda il dottor Enzo. Grazie a un’intelligenza fuori dal comune cominciò a riscuotere valanghe di successi. All’inizio degli anni Ottanta, inevitabile il sodalizio con una delle più grandi aziende friulane, la Fantoni di Osoppo. Ma definire sodalizio quello con gli imprenditori gemonesi è riduttivo. Per il capitano d’industria Marco, dagli anni difficili del post terremoto Cainero è stato una spalla preziosa, per i figli Giovanni e Paolo una sorta di fratello aggiunto. 

Ci torneremo alla Fantoni, perché uno come Cainero non poteva mancare nell’anno simbolo dei successi friulani nello sport mondiale, quello di Zico. Correva l’anno 1983, il commercialista era nel collegio dei revisori di conti dell’Udinese calcio di Mazza, quasi inevitabile, visti i suo trascorsi su un campo da calcio, il passaggio in “panchina” come team manager dei bianconeri nella stagione del Galinho. Inevitabile pure la nascita di un’amicizia indissolubile con Gigi De Aagostini, Paolo Miano o Attilio Tesser, per il quale fino a quel maledetto malore di ottobre, era una sorta di “senior assistant” del basket, anche nelle ultime esperienza in panchina. 

Già, la pallacanestro. «Fantoni basket», ci aveva detto al Gervasutta, quando stava cercando la rimonta “stile Oropa”, con quegli occhi che s’illuminavano. Perché il basket udinese era alla canna del gas, squadra in bolletta, proprietari cercansi, solite storie insomma. Cainero s’impegnò a salvare i canestri d’élite friulani. Andò al Banco di Roma, proprietario della squadra capitolina, dove aveva ottime entrature, e si fece dare un certo Larry Wright (fino alla stagione precedente campione d’Italia, d’Europa e del mondo nella città sacra) e pure, come amava ricordarci, Kea e Tombolato “in omaggio”. Wright a Udine, chi mastica un po’ di basket capisce la portata dell’evento, fa il paio con la “visione” del “presidente” di affidare la panchina della squadra, poi promossa nella massima serie, a un appena 28enne Claudio Bardini. Era il 1986. Come dimenticare la sfida playoff contro la Simac Milano di coach Peterson e Mike D’Antoni? Leggendaria, da brividi. Finito l’impegno dei Fantoni con la palla a spicchi, ecco l’ultimo regalo di Cainero ai tifosi del Carnera: la stagione dell’Emmezeta, sponsor trovato grazie a un altro fortunato sodalizio con un imprenditore friulano: Maurizio Zamparini. «Chiedimi quanti soldi vuoi e te li do», gli disse. 

Per decenni, fino a quando l’imprenditore di Sedegliano, scomparso quasi un anno fa, scelse l’impegno nel calcio a Palermo, la collaborazione fu proficua. Primo capitolo: estate 1989. L’accoppiata imprenditore-commercialista tratta l’Udinese, che la famiglia Pozzo dopo tre anni di ascensore dalla A alla B non certo edificanti, pareva disposta a vendere. Era tutto fatto, per una notte l’Udinese passa nelle mani di Zamparini e Cainero, poi Pozzo cambia idea appena prima della firma dal notaio. Questioni tra DC e i socialisti di Ferruccio Saro si disse. I successi degli anni successivi hanno dato ragione al dietrofront del Paròn, ma Cainero la digerisce, ma anche su questo torneremo.

Niente Udinese? Ecco allora l’avventura nel Venezia Calcio, a inizio anni ’90. Zamparini presidente, spesso mangi-allenatori, Cainero amministratore delegato, e un certo Beppe Marotta, ora ai vertici dell’Inter, direttore sportivo rampante. La cosa più difficile? Licenziare allenatori come Spalletti, Zaccheroni, Novellino, tutti diventati amici di Enzo, indimenticabile la salvezza con Recoba arrivato dall’Inter in prestito e Doge in laguna per sei mesi. Alla fine del decennio, Zamparini decide di mollare il Venezia, semplicemente perché accanto all’aeroporto non gli lasciano costruire il nuovo stadio. «Avevamo il progetto, tetto retraibile, era tutto fatto, ma la burocrazia...», ci ricordava sempre. Quello che ha sempre contaddistinto l’esistenza di Enzo Cainero è stato l’entusiasmo con cui intraprendeva nuove avventure. Sul lavoro e nello sport, come organizzazione di eventi.

Lasciato Zamparini all’avventura di Palermo ecco un altro grande capitolo aperto dal vulcanico commercialista di Cavalicco, ufficiale di complemento degli alpini e con la penna nera idealmente sempre in testa al comando delle sue “truppe”. Come tutti gli alpini, Cainero è stato l’uomo del fare. E qui arrivano le magiche cartelline vergate a mano. Andavi negli ultimi anni nel suo studio di Largo dei Cappuccini a Udine e ti si apriva un mondo. 

Scriveva tutto a mano, ricordava tutto a memoria. Conti, date, numeri di telefono. Vero, si è arreso ai messaggi sms, ha “martirizzato” la povera segretaria Anna dettando a destra e a manca, a ministri piuttosto che sindaci della Carnia o delle Valli, interminabili e cortesissime mail. Solo ai messaggi whatsapp non si è arreso e nemmeno ai social. Ma era sul punto di capitolare, anche lì. 

Primo evento legato al ciclismo, fine anni ’90: Tricolori master di ciclocross a Buja, la terra del ciclismo friulano, e via sul grande carrozzone con altri due grandi amici come gli imprenditori Ivano Fanzutto e Paolo De Luca. Cainero, appassionato di ciclismo fin da bambino quando il padre lo portava sulle Dolomiti a incitare il compaesano professionista al Giro d’Italia, accetta di guidare la Lega del ciclismo professionistico. L’esperienza nel Venezia Calcio l’ha fatto conoscere. Sono gli anni bui del ciclismo, quelli del doping a tutto Epo, c’è da tenere la barra dritta. Cainero entra con professionalità e decisione in un mondo nuovo, conosce quelli che saranno compagni di viaggio fondamentali come l’attuale direttore del Giro d’Italia, Mauro Vegni, e l’ex di due Parigi-Roubaix e cittì della Nazionale, Franco Ballerini, tragicamente scomparso nel 2010 e con il quale adesso, statene certi, lassù starà già pianificando nuove tappe della corsa rosa.

Di cartelline, ne ha consumate tante Enzo, dai campionati italiani di ciclismo del 2000, organizzati in tutto il Friuli e con gran finale a Trieste. In vent’anni, grazie a lui e al suo staff, da queste parti – prima toccate dalla corsa rosa tre-quattro volte a decennio se andava bene –, sono arrivate o partite ventitre, sottolineamo ventitre, frazioni del Giro d’Italia, con la perla dello Zoncolan che ha dato a questa regione visibilità mondiale.

È vero, il cruccio di Cainero era quel gran rifiuto del Crostis, il dirimpettaio del “Kaiser della Carnia”, nel maggio 2011, che considerava un’ingiustizia subita dalla sua gente. Nonostante questo, ogni volta rilanciava, scrivendo tutto su quelle cartelline. Rigorosamente col pennarello blu. Piancavallo, Montasio, Gemona – la tappa nell’anniversario del terremoto nel 2006 – Grado, Udine, Gorizia, Sacile, Maniago, Cave del Predil, Erto e Casso, Tolmezzo, San Daniele, Castelmonte, Cividale, San Vito al Tagliamento. E qualcosa che prima di lui e di quelle sue magiche cartelline era letteralmente inimmaginabile: la partenza di una tappa del Giro d’Italia dalla base delle Frecce Tricolori di Rivolto, altra sua grande passione.

Nell’edizione più difficile, quella del Covid nell’ottobre 2020. Alla guida del suo staff, dei vari comitati tappa, della sua gente Cainero si sentiva a casa, nel suo luogo ideale. Quasi sempre con quella camicia rosa che portava con orgoglio, quasi fosse la divisa da ufficiale di complemento degli alpini. Cainero ha portato il Giro in ogni angolo di Friuli, in ogni paesino, su decine di salite. Era orgoglioso di aver fatto riscoprire al mondo la Carnia, le Valli del Natisone, quelle del Torre, la montagna del pordenonese, dove non a caso in diversi Comuni è diventato cittadino onorario. Sarà ricordato per questo per sempre. Ha scritto con la sua passione e le sue visioni un grande pezzo di storia di questa terra. 

Giro d’Italia, ma anche Universiadi di Tarvisio, esattamente vent’anni fa e ancora il match amichevole di rugby tra Italia e Sud Africa allo Stadio Friuli nel 2009 e il progetto “Gemona città dello sport e del Benstare” con i testimonial Oscar Pistorius, e relative “grane”, e Wayde Van Niekerk, un altro dei suo “figli”. E poi il supporto, immancabile, alla nipote Chiara. Cera Enzo col fratello Eddy a Pechino 2008 per l’oro della tiratrice, così come a Rio 2016 o nelle altre avventure olimpiche. Perché ai Giochi l’immancabile viaggio, col solito gruppo di fedelissimi, non poteva mancare da vero uomo di sport. 

E la politica? Consigliere comunale a Udine negli anni ’80, tirato innumerevoli volte per la giacchetta, nel 2009 il commercialista di Cavalicco decide di sfidare, a capo della coalizione di centro destra, Furio Honsell alle comunali di Udine. Anni dopo ce l’avrebbe detto: «È vero, non avrei dovuto accettare». Sconfitta al ballottaggio, dura da digerire per un vincente nato. Maturata soprattutto per errori di valutazione, ma anche per un vecchio “nemico” che, come ha anche stabilito un giudice in tribunale, gli fece uno sgambetto invitando gli abbonati dell’Udinese a votare per il rivale.

Cainero e la politica? Riflettete, da vent’anni il manager organizza le tappe del Giro, per vent’anni qualsiasi giunta regionale si sia accomodata a palazzo gli ha dato il via libera per portare a queste latitudini il grande evento sportivo. Lo ha corteggiato. Un giorno gli chiedemmo, visto l’imminente cambio della guardia tra la giunta Tondo e quella Serracchiani: «Come farai adesso?». «La madre è sempre quella», rispose. Precisando poi col suo sorriso sornione: «Si chiama Democrazia Cristiana», riferendosi in particolare alla staffetta tra gli assessori alla cultura Elio De Anna e Sergio Bolzonello.

Proprio De Anna gli affidò la guida dell’Agenzia Speciale Villa Manin durante il suo mandato, con il manager di Cavalicco che portò una quindicina d’anni fa in Friuli mostre di grande rilievo. Prima del malore in ottobre il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga, gli stava per affidare la prestigiosa patata bollente dell’organizzazione delle celebrazioni per Gorizia capitale europea della cultura 2025, sulla scia degli ottimi rapporti avviati in occasione dell’organizzazione della tappa transfrontaliera del Giro nel 2021.

Aveva già pronte quattro-cinque delle sue mitiche cartelline piene di appunti per prossime tappe della corsa rosa Enzo Cainero. Sapeva che poteva contare sull’amico Vegni a Milano, uno che ha sempre assecondato lo spirito da sognatore del friulano, intuendo la portata delle sue trovate per l’immagine del Giro. Per la futura organizzazione in regione delle tappe della corsa, aveva già designato l’ex sindaco di Gemona Paolo Urbani come suo erede, pur immaginandosi ancora per un po’ a capo della sua truppa.

Se n’è andato invece, come uno così non meritava di andarsene. Come il ciclista che rimonta il gruppo e alla fine non vince per una foratura. Meglio allora immaginarlo lassù, col suo sorriso gentile a dettare perentorie mail alla segretaria Anna, mangiare una fetta di salame e bere un bicchiere di vino nella “sua” Ovaro con un volontario dello Zoncolan o suggerire l’attaccante da schierare la domenica nel Modena all’amico Tesser.

L’avrete capito, Cainero non ha vinto l’ultima tappa causa foratura, ma si è vestito della maglia rosa finale, quella che conta davvero. Ha vinto il Giro, eccome se l’ha vinto. E il Friuli ha perso un grande uomo, che gli mancherà terribilmente. Ciao Enzo.

 

 

 

 

 

 

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