Forse la morte di Bjorg potrà davvero salvare i suoi colleghi. Si chiamava Bjorg Lambrecht, era un giovane professionista belga di Gand, e prometteva bene: secondo al Mondiale Under 23 nel 2018.
Il 5 agosto 2019, durante la terza tappa del Giro di Polonia è rimasto coinvolto in una terribile caduta nei pressi di Pawłowice, finendo in un fossato. Trasportato d'urgenza all'ospedale, morì in sala operatoria ad appena 22 anni.
Questa tragedia ha cambiato la vita dell'ingegnere fiammingo Bert Celis, che da quel momento si è dedicato a studiare un modo per proteggere i corridori dalle cadute. Perché il casco protegge la testa, sì, ma il resto del corpo è coperto solo da un tessuto sottilissimo: e pochi sport sono rischiosi come il ciclismo.
Si parla da tempo di un sistema airbag per proteggere meglio i ciclisti, simile a quello già utilizzato in MotoGP. Ma svilupparne uno, adattato alle specificità del ciclismo, ha richiesto tempo. Problemi di peso e ingombro, innanzitutto. Adesso, dopo anni di ricerca e sviluppo, una svolta è finalmente all'orizzonte, e l'ingegner Celis ha presentato il suo Aerobag, un sistema introdotto da qualche settimana in allenamento. Ve ne abbiamo parlato qualche giorno fa e ora scendiamo nei dettagli con il suo inventore.
«I professionisti del team olandese Picnic PostNL hanno iniziato a testarlo - afferma Celis - Aspettiamo il feedback dei ciclisti e poi vediamo se si può effettivamente portare in gara nel 2027: al riguardo servirà anche un quadro normativo dell'Uci».
Come funziona? L'Aerobag è relativamente leggero (500 grammi) e può essere completamente integrato nell'abbigliamento da ciclismo. «Sul retro, ci sono una cartuccia di CO2 (anidride carbonica) e dei sensori che rilevano una caduta imminente - continua Celis - Il sistema si basa su tre parametri: posizione della schiena, accelerazione rotazionale e accelerazione laterale. La combinazione di questi tre valori indica al dispositivo se un ciclista sta cadendo o meno».
Se viene rilevata una caduta, la cartuccia di CO2 esplode e l'airbag si riempie d'aria. Dal centro della schiena, viaggia intorno al collo fino al busto e infine ai fianchi. In pochi millisecondi, l'airbag si gonfia fino a uno spessore di 8-10 centimetri, attutisce la caduta del ciclista e stabilizza il collo».
Celis è ingegnere dei materiali e in passato ha anche costruito una galleria del vento a Beringen, in Belgio, dove diverse squadre professionistiche hanno effettuato test. «Una volta ho visto Lambrecht passare da noi, pochi mesi prima del suo incidente mortale. Quello è stato lo stimolo che mi ha spinto a iniziare a lavorarci».
Grazie alla sua esperienza nel mondo del ciclismo, Celis è stato in grado di tenere conto il più possibile delle esigenze dei corridori nella progettazione dell'Aerobag. «Sappiamo che i ciclisti spesso desiderano continuare a pedalare il più velocemente possibile dopo una caduta. Ecco perché la pressione nell'airbag diminuisce lentamente dopo pochi secondi e torna automaticamente alla sua forma originale. Chiunque desideri comunque rimanere protetto può, in linea di principio, semplicemente collegare una nuova cartuccia di CO2 al sistema».
E ancora: «L'Aerobag è attualmente configurato in modo piuttosto conservativo. Ciò significa che, in pratica, non rileverà alcune cadute: per esempio, con una scivolata in una curva veloce, l'accelerazione rotazionale sarà troppo bassa per attivarlo. Ma questa scelta è voluta. In ogni caso se l'Aerobag si gonfia regolarmente senza che si verifichi una caduta, i ciclisti non resteranno intrappolati, perché si può tranquillamente continuare a pedalare».