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L'ORA DEL PASTO. GRAZIE ILDO, GRAZIE GAZZETTA
di Marco Pastonesi | 18/04/2021 | 07:50

Lo scrivo subito: non sono il più adatto, il più credibile, il più imparziale a scrivere di questo libro. Non lo sono perché l’autore di me scrive “mi onora della sua amicizia”, il che è corrisposto, ed è la verità. Non lo sono perché tutti e due abbiamo fatto sport (lui pallavolo, io rugby), tutti e due amiamo la bicicletta (e abbiamo pedalato insieme), tutti e due seguiamo il ciclismo (i suoi preferiti Coppi, Gimondi e Bugno, i miei Zanazzi, Mazzacurati e Bruseghin), tutti e due abbiamo lavorato (anche insieme) alla “Gazzetta dello Sport”, tutti e due abbiamo fatto parte della redazione Ciclismo (anche se in periodi diversi), tutti e due ne siamo infinitamente riconoscenti e tutti e due veneriamo Candido Cannavò. Come se non bastasse, tutti e due siamo di sinistra (lui vecchio socialista, io vecchio comunista). E allora, me lo sono chiesto anch’io, perché scrivere di questo libro? Semplice: perché il libro se lo merita, e perché io non ne posso fare a meno.

Lo scrivo subito: ho divorato questo libro. Dalla prima alla quarta di copertina, dalla prima alla seconda aletta, e poi dalla prima all’ultima pagina, 168 contando le ultime due bianche, e lamentandomene, perché sprecare due pagine quando ci potevano stare altre storie e altri episodi, altri dati e altri dettagli, chissà quanti rimasti sui tasti, nelle dita, nella testa e fin dentro il cuore di “Auguri, Gazzetta!”, di Ildo Serantoni, Bolis Edizioni, 14 euro. Gli auguri per i primi 125 anni di vita della Rosea, le pagine per i 10 anni vissuti da Ildo (non riesco a chiamarlo Serantoni, non l’ho mai fatto, non comincerò certo adesso) in quella casa-comunità, in quella casa-(e un po’)caserma, in quella casa-famiglia che era “La Gazzetta dello Sport” dal 1986 al 1996.

Lo scrivo subito: mi sono emozionato e commosso, ho riso di pancia e pianto di nostalgia, ho riscoperto leggende e ritrovato atmosfere, ho riabbracciato colleghi e riconosciuto fuoriclasse, ho rimasticato gergo dimenticato come “posta pneumatica” e “culo di pietra”, “disegnata” e “buco”, “sul tamburo” e “filo di nota”, “aggiornamento professionale” e “superminimo”, nonché “cucina” intesa come lavoro redazionale, ho riassaporato risi in bianco, minestroni di verdura e melanzane alla parmigiana distribuite nella mensa che Bepi “l’ammiraglio” Castelnovi definiva affettuosamente “il canile” (ma, come fa notare Ildo, “a duecentocinquanta lire”), ho rivissuto le storiche “lavate di capo” di Candido Cannavò, il direttore che – è vero, è vero – è stato l’unico direttore della mia vita a tenere la porta sempre aperta, anzi, spalancata, anche quando, dopo il pranzo in mensa, si concedeva cinque minuti di pisolino.

Lo scrivo subito: era un “dream team”. Ludovico “Mara” Maradei, che “sapeva sviscerare la partita cogliendone come nessun altro le sfumature”, “una mattina si presentò in redazione Annibale Frossi, azzurro negli anni Trenta, campione olimpico a Berlino nel 1936 nella Nazionale di Vittorio Pozzo e successivamente allenatore. Curava una rubrica sul giornale ed era venuto a portare un pezzo. Non conosceva di persona Maradei e fu lieto di stringergli la mano in quella occasione: ‘Si vede da come scrive che lei ha giocato a calcio’, gli disse congedandosi. Maradei incassò l’elogio e poi, quando Frossi se ne fu andato, si volse verso di noi sorridendo: ‘Mai giocato in vita mia. Sì, da ragazzo, all’oratorio...’”. E Mario “Babbo” Laudano, “di bassa statura, con due baffetti neri che lo facevano somigliare all’omino della Bialetti”, “chi è stato ospite a cena (a turno un po’ tutti), ricorda con nostalgia la favolosa pasta e fagioli che lui stesso cucinava”, “in redazione chi compiva gli anni era solito offrire un rinfresco a metà pomeriggio e, considerati i numeri, c’era in pratica un rinfresco ogni settimana”, ma lui “offriva un rinfresco ogni due mesi, giusto per il piacere di vedere volti sorridenti intorno a lui”. E Rino “Rinone” Negri, che “raccontava spesso di quella mattina di un Natale della seconda metà degli anni Cinquanta in cui sentì suonare il campanello di casa. Fuori veniva giù una pioggerellina leggera, gelida, mista a nevischio. Andò ad aprire ancora in vestaglia e si trovò davanti Coppi che, in allenamento, era passato per fargli gli auguri e per mostrargli la bicicletta nuova”. E Maurizio Mosca, che finito il match Benvenuti-Monzon a Montecarlo “vede un taxi, ci sale sopra e con la massima naturalezza ordina al tassista: piazza Castello. Il tassista ha un attimo di esitazione, consulta lo stradario e ribatte titubante: ‘Monsieur, qui a Montecarlo non c’è alcuna piazza Castello’. Quasi seccata la replica di Maurizio: ‘Ma che cosa ha capito, piazza Castello è a Milano, mi porti là’”.

Lo scrivo subito: Ildo si muove in punta di penna tra Aronne Anghileri che “nel nuoto imperversava”, “numero uno indiscusso della disciplina a livello mondiale, persona autorevole e carismatica, se vogliamo anche un po’ rompiballe”, e Angelo Zomegnan che nel ciclismo “padroneggiava”, “emergente”, “un professionista sempre alla ricerca di nuove esperienze”, “un tipo pragmatico” che “non indulgeva a tenerezze”, tra Luigi Gianoli che “possedeva anche un cavallo, Terrificante, sul quale cavalcava e col quale parlava regolarmente”, e Mino Mulinacci che in pagella agli arbitri dava sempre 8 spiegando che era “un povero cristo che per due ore subisce le ingiurie di trentamila spettatori e, perdipiù, deve gestire sul campo i capricci di ventidue primedonne superpagate che simulano, fingono ed escogitano ogni scorrettezza per metterglielo in quel posto”. Erano, Ildo compreso, uomini (e non solo giornalisti) verticali. Tant’è che Mulinacci, all’allora direttore Gino Palumbo disse: “Se ti va bene è così, altrimenti non mandarmi più a seguire le partite. Anzi, ti facilito la soluzione: non ci vado più di mia spontanea volontà”. E poi storie a pedali: Laurent Fignon e l’elicottero, Alain Prost nell’Etape du Tour, Gianni Bugno e la marmellata di marroni.

Ma anche questo lo scrivo subito: su tutti, lui, Candido Cannavò. Dal primo incontro: “In maniche di camicia e nodo della cravatta slacciato, mi accolse con un largo sorriso”, “Qui ci si dà tutti del tu, siamo tutti artigiani di questo mestiere”, “Questo giornale è da novant’anni il Vangelo degli sportivi”, “Dobbiamo tendere sempre alla perfezione, perché credibilità e perfezione sono ciò che vogliono i nostri lettori, che in fin dei conti sono i nostri padroni”. Fino all’ultimo: “Mi regalò una cravatta Regimental, a strisce rosse e blu, che indosso ancor oggi nelle occasioni importanti”.

Avrei dovuto scriverlo subito: grazie, Ildo, grazie di cuore, Ildo, grazie di tutto.

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