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ANDREA VENDRAME. «MI METTO IN JOKER»
di Pier Augusto Stagi | 26/02/2020 | 08:05

Una trasformazione l’ha avuta anche lui, profonda e lunga. Sei centimetri di cicatrice sul volto, frutto di 60 punti esterni e 50 interni. Non cade come Joker in un fiume pieno di rifiuti chimici che lo trasformano (faccia bianca, labbra rosse e capelli verdi), ma Andrea Ven­dra­me semplicemente e drammaticamente cade in bicicletta, o meglio, vie­ne travolto da una Seat Altea XL che gli taglia letteralmente la strada e lo segna profondamente nel fisico e nell’anima.

È il 7 aprile del 2016. La data Andrea la ricorda molto bene, anche perché è il giorno dell’incidente e della sua trasformazione. Quel maledetto impatto con la macchina che lo porta a sfondare con il volto il vetro laterale della vettura. «Solo due giorni prima stavo guardando per l’ennesima volta Batman, uno dei film e dei personaggi che più amo - ci spiega Andrea Vendrame, 25 anni, per tre stagioni con l’Androni Giocat­toli e da quest’anno nel World Tour con la maglia della Ag2r -. Sono sempre stato attratto da questo personaggio nato nel lontano 1939 dalla fantasia di Bob Kane e Bill Finger. Bat­man e Joker, il bene e il male. L’eroe e l’anti-eroe: due rappresentazioni diverse di elaborazioni psicologiche di traumi infantili. Bene, il 5 aprile del 2016 corro il Me­mo­rial Tortoli, classica per Under 23 e due giorni dopo mi ritrovo gambe per aria, con il volto tumefatto dall’impatto. Provo dentro di me un sentimento di rabbia, rancore e sgomento. Mi guardo allo specchio e mi rivedo Joker, con quella cicatrice che segna profondamente il mio viso, ma non solo quello. Nutro rabbia perché ogni giorno e sempre di più io e i miei colleghi rischiamo la vita per svolgere il nostro lavoro. Con questa ma­schera voglio gridare tutto il mio sdegno per una situazione che non è più accettabile e sopportabile. Ci vuole più rispetto e attenzione. È necessario fare qualcosa per fermare questa mattanza. Mi chiedi quante volte ho rischiato la pelle? Solo da novembre, quando ho ripreso gli allenamenti per preparare la nuova stagione, almeno dieci volte. C’è troppa superficialità, troppa disattenzione, bisogna fare assolutamente qualcosa».

Lo incontriamo a Cà del Poggio, nel “buen retiro” di Andrea Stocco, ristoratore e albergatore innamorato del ci­clismo, che ha saputo in questi anni promuovere il territorio come pochi altri grazie proprio allo sport della bicicletta e ad alcune sue intuizioni (si è gemellato anche con il Muro di Gram­mont, ndr). Andrea Vendrame si presenta davanti a noi con il trucco, ma decide di metterci la faccia, di provocare una reazione, attraverso una storia che non è quella di un fumetto. Si racconta con calma assoluta, soppesando le parole, che risultano in questo luogo incantato, dove “il prosecco incontra il mare”, taglienti quanto i pezzi di vetro ancora presenti sotto la sua pelle. An­drea, per noi, si mette in Joker.

Dopo tre anni, di tanto in tanto, è vero che espelli ancora qualche frammento di vetro?
«Non li ho ancora rigettati tutti nonostante il tempo trascorso - spiega -. Ad un anno dall’incidente, quando facevo la doccia, mi usciva il sangue dal volto e non capivo il perché. Poi mi sono ac­corto che con il calore la pelle si rilassava, i pori si dilatavano e fuoriuscivano dei pezzettini di vetro. Alcuni li ho ancora, sono più grossi, ma non me la sento di affrontare un altro intervento “maxillo facciale”. Però ho vo­glia di fare qualcosa per la sicurezza sulle strade. Mi sento come Joker e come lui voglio gridare basta! Lui è un simbolo della rivolta, che appare ai più pazzo e psicopatico. Ma chi è più paz­zo: noi che andiamo in bicicletta o chi in macchina fa tutto fuorché guidare? Io sono un tipo tranquillo, anche se da ragazzino sono stato piuttosto inquieto e ho faticato non poco a trovare la mia strada. Non possiamo più andare avanti in questo modo. Non si può rischiare la pelle ogni giorno per la noncuranza del­le persone. Ci siamo anche noi! An­che noi ogni giorno usciamo per lavoro, esattamente come tutti. Ci vuole più rispetto e soprattutto un’azione im­portante da parte delle istituzioni. Re­gole nuove, sanzioni severe e prevenzione. È necessario arrivare ad una ri­forma del Codice della Strada e ad una nuova educazione stradale nelle scuole guida. Perché non insegnano come ci si comporta quando ci trova a superare un corridore o un gruppo di corridori? Cosa bisogna fare e cosa non è il caso di fare per il bene di tutti? Perché non spiegano come ci si comporta quando ci si imbatte in una manifestazione sportiva di qualunque genere e tipo? Come si leggono i cartelli, le segnalazioni che vengono esposte durante le manifestazioni? Sarebbe il ca­so di uniformarli, farne un format per tutti gli sport. Molti automobilisti nemmeno sanno cosa significa una macchina con la scritta “inizio corsa” o “fine corsa”. Cosa sono gli Asa e le scorte tecniche. La gente non ha più pazienza: vuo­le praticare sport, ma poi si incazza se si trova a dover aspettare un attimo per far passare una corsa ciclistica, una maratona o una gara di ski-roller. Ri­peto, mi sono trasformato in Joker per denunciare una situazione drammatica e non più sostenibile, ma il pazzo non sono io».

Andrea, ti sei messo una maschera, ma in verità hai deciso di gettarla.
«È così. Da qualche settimana mi sono trasferito ad Andorra e lì devo dire che in materia di strade e piste ciclabili è tutto un altro mondo. È chiaro, c’è molto meno traffico, ma le strade an­che statali sono molto più ampie delle nostre. E delle piste ciclabili non ne parliamo neanche: sono il doppio. Spe­ro che in questo anno qualcosa si muo­va. Noi che andiamo in bicicletta per professione, per forza di cose, filiamo via alla velocità dei ciclomotori e come tali dobbiamo essere considerati. Ha ragione Gianni Bugno: le nostre piste ciclabili non sono assolutamente adatte a noi ciclisti. Troppo strette e animate da utenti di vario genere: mamme, papà, passeggini, cani e chi più ne ha più ne metta. Non puoi costringere nello stesso spazio dei bimbi che passeggiano con le loro biciclette con noi che viaggiamo spediti ad oltre 40 all’ora».

Voltiamo pagina: nuova stagione, nuova maglia, nuovi obiettivi.
«Dopo il Tour Down Under ho corso il Laigueglia, ora UAE Tour e poi Tirreno e San­remo. Quindi Tour of The Alps e Giro d’Ita­lia al fianco di Romain Bardet. Ma il vero sogno si chiama Milano-San­remo, che quest’anno correrò per la prima vol­ta nella mia vita. Sento di poter fare qualcosa di bello. È una corsa che sento di avere nelle mie cor­de e sarò chiaramente la punta della squadra con Oliver Naesen, che un an­no fa chiuse secondo alle spalle di Alaphi­lippe. Cosa chiedo al 2020? Continuità e qualche buon risultato. Voglio mettermi alla prova e scoprire i miei limiti. Tra i traguardi che mi solleticano c’è anche il tricolore di Cittadella, sul circuito della Rosina».

Lo scorso anno qualche soddisfazione te la sei tolta, anche se ti è sfuggita una tappa al Giro (secondo a San Martino di Ca­strozza) e allo stesso modo il maialino del Tro-Bro Leon…
«Il maialino mi è davvero restato qui. Ci tenevo un sacco ad averlo, ma gli organizzatori lo danno solo a chi è bretone».

Joker e Batman i tuoi personaggi, ma hai un film preferito?
«The Wolf of Wall Street».

Musica.
«Adoro la musica da discoteca, mi va bene tutto, anche se adesso non vado più a ballare. Da ragazzino ero molto più inquieto e festaiolo, fa parte di quel periodo della mia vita nel quale non sapevo cosa fare e dove andare. Suonavo anche la chitarra, sia acustica che elettrica, poi un giorno l’ho sfasciata contro un muro».

Beh, inquieto parecchio…
«Non riuscivo a portare avanti niente, volevo fare di tutto e tutto mi veniva male: dalla scuola al ciclismo. Alla fine ho trovato la mia strada, anche se è pe­ricolosa, come ti spiegavo in precedenza».

Sei fidanzato?
«Con Martina, da quattro anni. È il mio equilibrio, la mia vita».

Altri sport?
«Mi piace un sacco seguire il calcio, vado matto per la Juventus. Tifoso? Di più».

Ti piace mangiare?
«Mi piace soprattutto mangiare bene. Per mia fortuna sono stato praticamente adottato da Alberto Stocco, titolare di Cà del Poggio. Abito a pochi chilometri da lui e quando posso e non sono in giro passo dentro. Cosa adoro? Il pesce e la carne, ma deve essere Fas­so­na con le patate al forno».

Il tutto annaffiato da Prosecco?
«Non serve neanche dirlo».

Sei un maniaco della bici?
«Io non me la sistemo mai perché non mi fido, sono troppo insicuro. Però stresso un pochino i meccanici».

Hai delle manie?
«Le scarpe devono sempre essere pulite e poi battezzo dei pantaloncini che indosso solo nelle corse di un certo tipo».

Scaramanzie?
«Anche. Le spille per fermare i numeri dorsali devono essere otto per ogni nu­mero. Su 16 spille una è di colore nero e va sempre sul numero di sinistra in basso. A spillare i numeri parto sempre dal numero di destra, poi quello sinistro. Da dilettante (corsa a Somma Lom­bardo, ndr), senza dirmi nulla mia madre mi prese le spille e arrivai secondo. A fine corsa mamma mi disse con il suo candore: “sai che le spille che usi sempre per fermare i numeri le ho prese io?...”. Solo Luciano Rui (tecnico della Zalf Euromobil Fior, ndr) si ricorda la mia reazione…».

Numero preferito?
«Il 5. Con questo numero ho vinto in maglia Zalf il Belvedere e anche la pri­ma corsa da professionista (settima tappa del Tour de Bretagne, a Fou­gè­res, ndr)».

A San Martino di Castrozza, quando vin­se Esteban Chaves davanti a te, era il 31…
«Giornata da dimenticare. Ho capito che non sarebbe stata giornata fin dal mattino. Misi la sveglia alle 9 e arrivarono i controlli alle 6.30. Poi a colazione mi sono rotto un dente. Ai piedi del San Boldo sono stato costretto a cambiare la bicicletta perché il cambio non andava più (batteria scarica, ndr). Poi due salti di catena quando ero in fuga. Dopo corsa altri controlli con conseguente ritardo: arrivo in albergo e non c’è più nulla da mangiare e, tanto per gradire, la camera non era ancora pronta. Vole­vo ammazzarmi».

Non è il caso, c’è già chi fa di tutto per provarci…
«È proprio così. A proposito di brutte giornate e follia, una delle frasi di Jo­ker che più mi sono rimaste in mente è: “Ho dimostrato la mia teoria. Ho provato che non c’è nessuna differenza tra me e gli altri! Basta una brutta giornata per ridurre alla follia l’uomo più assennato del pianeta. Ecco tutta la distanza che c’è tra me e il mondo. Una brutta giornata”. Vediamo di metterci in gioco tutti, e tutti assieme proviamo a ridurre al minimo le brutte giornate».

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