“Nell’estate dei suoi dieci anni Luca Nardulli fu colto da una folgorazione. Sotto il sole rovente del pomeriggio, fermò la bici per guardare Betta attraversare la piazza. Con il manubrio stretto nelle mani sudate, un piede a terra e l’altro sul pedale, rimase a fissarla, la bocca socchiusa dalla meraviglia”.
Comincia così “Io che ti ho voluto così bene” (Rizzoli, 350 pagine, 18 euro), il secondo romanzo di Roberta Recchia, 53 anni, romana, insegnante, che solo due anni fa aveva esordito, trionfalmente, con “Tutta la vita che resta”. Qui si racconta la storia di Luca, dunque anche quella della sua famiglia e delle sue amicizie, una storia segnata, di più, travolta, devastata dalla morte violenta proprio di Betta. “Voltò la bici, montò in sella e pedalò con tutta la forza che gli era rimasta nelle gambe”. E’ la fine della sua adolescenza, una fine improvvisa, anticipata e dolorosa: “Per Luca Nardulli la fine del mondo arrivò nella primavera dei suoi quindici anni, insieme all’odore del temporale e delle arancine”. Il trasferimento dalla provincia laziale a un capoluogo lombardo, gli studi che poi volgeranno verso quelli classici, anche lo sport, la pallacanestro, fino a costruirsi, lentamente, una nuova esistenza. Con la famiglia smembrata, Luca si irrobustisce nella solitudine, diventerà serio, profondo, consapevole, rigoroso. Ritroverà, o meglio, sarà ritrovato da un’amica di infanzia, insieme cominceranno a creare quello che gli è stato tolto. Finché la traiettoria sarà interrotta da un altro incontro. Con conseguenze, anche in questo caso, potenti.
E la bicicletta? Saranno biciclette. La bicicletta vecchia, piccola, cigolante, sgangherata, cui era affezionato. E la bicicletta nuova, più alta, più scorrevole, più bella, regalata per la licenza media. E altre biciclette che vanno e vengono, sulle strade e nelle piazzette e nei vialetti alberati, che si lasciano sull’erba o che si incrociano anche lunga la storia, la vita, l’esistenza, perché le biciclette sono accompagnatrici gentili, silenziose, discrete, anche complici, anche testimoni. “Per non impazzire - si legge a metà libro e a metà traiettoria -, Luca sistemò la sua vecchia bici. Gonfiò le gomme malridotte, grattò via un po’ di ruggine, aggiustò i freni e sollevò al massimo il sellino. Prese ad andarsene a zonzo per ore e ore, anche sotto il caldo asfissiante, pedalando lungo il paesaggio tutto uguale che per chilometri e chilometri, talvolta, non mostrava anima viva”.
“Io che ti ho voluto così bene” non si legge: si divora. La trama è forte, coinvolge l’attenzione, sequestra il tempo. Ha la visibilità di un film, il ritmo di una serie. Parole non dette, incontri non svelati. Educazioni sentimentali forzate, devastate, resuscitate. La speranza, continua, costante, ostinata, di un lieto fine cercato, inseguito, a volte apparentemente impossibile. E figure, qua e là, solide, porticcioli dove riparare e officine dove rimediare. Insomma, un romanzo, un romanzone, forse un grande romanzo. E il successo testimonia quanto si abbia bisogno – non voglia, ma bisogno - di storie così. Qualche imperfezione c’è: il finale giallo è un po’ complicato e confuso, la qualità della scrittura non è sempre all’altezza, alcune precisazioni sembrano superflue, alcune descrizioni ridondanti. Ma certe intuizioni, così poetiche, illuminano tutto. I treni, i cocomeri. Le fughe, le confessioni. E, ma sì, anche le biciclette.