C’era una volta il giornalismo sportivo. Quel giornalismo sportivo. Non i pezzi lunghi (corti) 40 righe, che il caposervizio, più realista del caporedattore, a sua volta più realista del vicedirettore, riduce a 35 privilegiando una soluzione grafica in cui si dia aria, aria!, proprio così, come se il lettore rischi il soffocamento per la fatica di arrivare in fondo (tanto da ridurre ulteriormente le righe del testo per specificare minuti e secondi occorrenti alla lettura, aggiunta che, con un altro po’ di aria, limita il totale a 30). Quel giornalismo sportivo proponeva non solo pezzi, ma paginate. Intere paginate di piombo. E se strabordanti, e se meritevoli, pubblicate in serie, a puntate. Servizi da settimanale quotidiano.
C’era una volta quel giornalismo sportivo. Intere paginate in cui la cronaca era un richiamo, i tabellini una citazione, però la libertà concessa al giornalista sportivo assoluta potendo spaziare dalla storia patria alle ricette della nonna, dalle opere di Gabriel Garcia Marquez ai film con Lea Massari, dal giardiniere di Wimbledon all’oste di Barcelonnette, senza obbligare il lettore a misurarsi nel tempo di lettura previsto, ma anzi concedendogli il privilegio di metterci tutto il tempo che desiderava, leggere rileggere ricordare ritagliare imparare a memoria, perché quelle paginate costituivano la forza (anche di vendita, anche di rendita) del giornale.
C’era una volta quel giornalismo sportivo dei quattro Gianni: Brera, Clerici, Minà, Mura. Nell’ordine, all’anagrafe, Giovanni Luigi, Giovanni, Giovanni, Giovanni Diego. Due i soprannomi, per i primi due, di loro stesso conio: Gioanbrerafucarlo e Scriba (però Carletto Pierelli, autista storico di Mura, lo chiamava “Dottorone”). Tutti e quattro a “Repubblica”. Tutti e quattro giganti, anche se nessuno di loro arrivava all’1,75, tre erano pure cicciottelli se non cicciottoni, invece Clerici, che alla linea ci teneva moltissimo, tirato come un atleta (dei quattro, lui lo era stato veramente). Giuseppe Smorto, che da caporedattore dirigeva lo Sport di “Repubblica”, ha scritto “I 4 Gianni” (Minerva, 234 pagine, 18 euro) raccontando quei giganti visti da vicino e vissuti da dentro, senza mai – lo scrivo subito, e subito gli recapito anche un bel grazie – cedere alla tentazione di ergersi alla loro stessa altezza o all’aspirazione di diventare protagonista, ma solo aprendoci le porte e accogliendoci nelle stanze della redazione (e comunque s’intuisce che non dev’essere stato facile trovare sempre l’equilibrio con direttore e colleghi). “I 4 Gianni” erano autentici artisti, altra stoffa rispetto agli artigiani, che pure interpretano e rappresentano il meglio della razza (dunque più della media dei media).
C’era una volta quel giornalismo sportivo, ma erano solo “I 4 Gianni” (e “Repubblica”) a potersi permettere la libertà assoluta, altrove sconsigliata dal comune senso del pudore o vietata da antiche regole (la prima persona, i neologismi, le divagazioni). Di quell’eventuale atto di presunzione il destino sarebbe stato il cestino.
C’era una volta il giornalismo sportivo, punto e basta, verrebbe anche da dire. Il giornalismo sportivo degli inviati pagati dal giornale (vado vedo scrivo), delle gare vissute a bordo campo o pista o vasca (e non davanti alla tv), delle interviste a quattr’occhi (e non copiate e incollate non si sa neanche da chi), delle fonti primarie controllate e verificate (e non quelle artificiose e artificiali), delle suole consumate scarpinando su e giù (che nessuna nota spese avrebbe mai coperto), della cura del pezzo (un grande attacco, poi la ciccia, poi un bel finale), dei pezzi pagati (oggi, spesso, la richiesta del pagamento pare bizzarra), dei quotidiani non a caso considerati il vangelo (se non la bibbia), di giornalisti i cui articoli, da soli, valevano il prezzo totale (e di direttori che ti dicevano bravo a prescindere – era facile: non esistevano – dai “like”). Solo nostalgia?
(fine della prima puntata – continua)