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CAPITANI CORAGGIOSI. GIUSEPPE BIGOLIN: «RICERCA TECNOLOGICA E PASSIONE SI FONDONO NELLA STORIA DI SELLE ITALIA». GALLERY
di Pier Augusto Stagi | 03/03/2025 | 08:15

Che nesso ha una cartiera con una sella? Nessuna. Se è per questo anche un mulino, con una cartiera e una sella apparentemente c’entrano poco, eppure sono gli ingredienti della storia che andrò a raccontarvi questo mese. È la storia di Giuseppe “Bepi” Bigolin, 85 anni da compiere il prossimo 2 settembre, classe ’40, alpino della Brigata Cadore, uno dei ragazzi che intervennero il 9 ottobre del 1963 nella tragedia del Vajont, da 58 anni sulla tolda di comando della Selle Italia, anche se oggi il Ceo è suo figlio Riccardo, mentre il “Bepi” ne è il presidente esecutivo ed è il nostro “Capitano Coraggioso”. Cosa c’entra Corsico con Rossano Veneto e Asolo? C’entra, così come c’entra quel capolavoro di architettura che è oggi la “fabbrica della bellezza” di Selle Italia, che nel 1965 l’architetto Marco Zanuso di­segnò e progettò per la Brionvega.

Da dove cominciamo?
«Da dove vuole, c’è solo l’imbarazzo del­la scelta. Se vuole partiamo da queste mura, che oggi sono il nostro quartier generale e che un tempo furono la casa della Brionvega della famiglia Brion, guidata da un grande imprenditore che ebbe fortuna a Milano. Pensi che poi questo spazio lo comprai assieme ad un grandissimo imprenditore, un carissimo amico, forse il più grande che ho incontrato nella mia vita: Mi­chele Chiarella. Con lui avevamo fondato anche la Vet­ta, siamo rimasti soci dal 1986 al 1991, anno in cui Michele venne a purtroppo a mancare. Si ricorda i primi computerini Vetta? Michele era avanti, un vero visionario, una persona capace e umile: un dono di Dio. Io quella azienda la mandai avanti per altri due anni, poi riuscii a venderla molto bene a degli americani nel ’93. Ma mi tenni i muri di questa fabbrica, loro chiusero l’attività della Vetta due anni dopo».

L’azienda è un museo a cielo aperto…
«Se per questo anche al chiuso, per quello che al nostro interno conserviamo. È una struttura bassa e accogliente, rispettosa dell’ambiente, con 4mila metri quadri di magazzino, 1.500 di spazio direzionale e 40mila metri di proprietà, che si nasconde per farsi am­mirare, con quei caratteristici mattoni rossi che si confondono nel verde e le vetrate che si affacciano sulla Rocca di Asolo e sull’Ossario del Monte Grap­pa. A me è sempre piaciuto andare a lavorare, venire qui mi piace ancora di più».

Cosa c’entra Corsico con la Selle Italia?
«Intanto cominciamo con il dire che all’inizio era Sella, con la “a” finale. Quando l’auto era ancora un lusso per pochi e la bicicletta il mezzo di trasporto per eccellenza, le selle erano un vero affare. Poi, con il boom dell’utilitaria, la bicicletta è stata messa in soffitta ed è comparsa la crisi del settore. Meno bi­ciclette prodotte, meno accessori, quindi meno selle. Corsico era strategica per i produttori di biciclette di Mi­lano, dalla Bianchi in giù. La Sella Ita­lia va in crisi, come accadde a tanti marchi del mondo della bicicletta, e mio fratello Riccardo, il secondo di noi tredici fratelli, già titolare della Selle Royal, acquista questa fabbrica di Cor­sico e mi regala il 50% dell’azienda».

Facciamo però un passo indietro: forse è il caso di cominciare dall’inizio.
«Nasco a Rossano Veneto il 2 settembre del 1940 da mamma Italia Bernardi - casalinga - e papà Giovanni, di professione mugnaio. Sono il decimo di tredici figli: il primo Francesco, poi Ric­cardo, Luigina, Angela, Fortunato, An­tonio (sacerdote), Giacinto Benito, Di­no, Carolina, io, Mario, Gilda e Maria. Siamo rimasti in vita Dino, Mario, Gilda, Maria e chiaramente il sottoscritto. Il primo ricordo della mia esistenza è a 2 anni: quando Rossano Veneto restò sotto i bombardamenti de­gli alleati. Ho ancora impresso nella mente quel boato e l’immagine dei ve­tri che vanno in frantumi. Papà mi prese in braccio e mi portò sotto ad un muro portante. La mia infanzia, in ogni caso, la ricordo come qualcosa di magico e di lieve. Di bello e puro. Potevo be­re l’acqua nei ruscelli e la mia famiglia, che aveva mulini mentre i miei pa­renti avevano delle filande, era privilegiata: potevamo mangiare il pane bianco. Le tessere annonarie? Mai viste, il cibo non ci è mai mancato, anche se la vita era fatta di grandi rinunce e ore di lavoro. Quando i contadini ci incontravano o andavamo alla macina ci con­fondevano: “ma qual figlio seo ti…”. Naturalmente anch’io mi trovai a lavorare al mulino con papà e insieme ai miei fratelli e sollevavo sacchi di 110 chili all’età di 15-16 anni. Ho fatto re­centemente un bel check-up: mi hanno detto che la mia schiena è perfetta».

Cosa le ha insegnato suo padre Giovan­ni?
«Ci ripeteva sempre che la fatica assidua e operosa vince ogni cosa e con noi era bastone e carota anche se credo d’aver preso più bastonate che carote…».

Cosa le ha lasciato?
«Quando se ne è andato nel testamento ha lasciato scritto: “Caro Bepi ti lascio…”».

Caro Bepi ti lascio… e basta?
«Basta».

Le scuole?
«Le elementari al “Guglielmo Mar­co­ni” di Rossano Veneto, dove oggi c’è il Municipio. Le medie a Paderno del Grappa, all’Istituto privato F­ilip­pin. Prima media promosso, seconda ri­mandato ad ottobre, in terza vengo respinto. A quei tempi, se non procedevi con profitto gli studi non andavano tanto per il sottile: basta scuola privata! Vado al Vittorelli: non ammesso agli esami. Non le dico i castighi che mi ri­fi­larono. Faccio l’esame di terza media da privatista. Promosso! Ma che fatica…».

Fine dell’avventura scolastica?
«In un primo momento sì, ma c’è un colpo di scena. Mio fratello maggiore, Francesco, laureando in medicina, sindaco di Rossano Veneto a soli 22 anni, godeva di ottima considerazione e mi propone come operaio al signor Favini, titolare di una cartiera».

Ecco la cartiera.
«Vado a fare un colloquio, ma il signor Favini dopo avermi parlato per una buo­na mezz’ora, ritorna da Francesco e in pratica gli dice: guarda che tuo fratello è un tipo sveglio, è un peccato fargli fare l’operaio, prova a portarlo a Fabriano (Ancona), lì c’è una buona scuola. Così fa. Francesco mi porta a Fabriano: “Bepi” guarda che questa è l’ultima spiaggia”. Alloggio in un convitto di frati e frequento l’Istituto Tec­ni­­co Industriale. Nei primi due anni mi guadagno anche la borsa di studio, esco dopo cinque anni con il diploma di perito chimico capo tecnico cartario. Finite le scuole vengo immediatamente convocato a Milano, a San Donato Mi­lanese per la precisione, alla sede del­l’ENI. Vado senza coltivare al­cuna speranza. Tre giorni di colloqui e prove: assunto! Un milione di lire lordi all’anno nel 1961, quando un mugnaio guadagnava 12 mila lire al mese. Sono de­stinato al laboratorio di ricerca. Era novembre, ricordo che quella sera esco con la lettera di assunzione, che ancora conservo, e attorno a me c’era solo nebbia. Mi vedo in quella città, rinchiuso per otto ore in un laboratorio intossicato di gas. Penso: qui le scarpe da “vecio” non le indosso. Così decido di non presentarmi al primo giorno di lavoro e me ne torno a casa».

Bel carattere…
«Sono fatto così: le cose che non sento, non le faccio. Così, mi metto in cerca di nuove opportunità e tramite amici di famiglia decido di andare a fare un’esperienza all’estero: in Germania. In Italia, anche allora, informano ma non formano, così finisco alla Albrick Pa­pier Fabrik, la più grossa azienda d’Eu­ro­pa. Produceva qualcosa come 4mila quintali di carta al giorno. Lì ci re­sto diciotto mesi, ben remunerato, con la qualifica di gastarbeiter, lavoratore ospite. Posso fare un passo indietro?».

Certo che sì.
«Rossano Veneto era già conosciuta in Italia e nel mondo perché nel 1935 la famiglia Girardi vi aveva creato la Selle San Marco. Negli Anni Cinquanta le fi­lande erano nel frattempo finite in crisi per via dell’avvento crescente del sintetico. Mio zio Giuseppe decide di finanziare la nascita di un’azienda che avrebbe prodotto anch’essa selle. In gioco ci sono due zii: Giuseppe che ci mette i soldi e Francesco che si mette alla guida di questa nuova azienda, con al proprio fianco un fuoriuscito dalla Selle San Marco, un tecnico sopraffino di nome Dionello. Nasce la Feltrificio Bassanese. Le cose non vanno benissimo, anzi, diciamo pure che vanno irrimediabilmente male. Lo zio Giuseppe, dopo un paio di anni di sofferenze e perdite, convoca mio fratello France­sco, il quale stava frequentando la fa­coltà di medicina. Francesco è sempre stato un fuoriclasse, un ragazzo di grande intelligenza e volontà: quello che si metteva in testa di fare lo faceva sempre benissimo. Lo zio Giuseppe lo sa e lo implora: “Solo tu puoi risollevare le sorti di questa azienda. O va o la chiu­do”. Francesco ac­cet­ta la sfida. Ac­can­tona per un po’ l’università e si de­dica anima e corpo alla Feltrificio Bassanese, che rivolta come un calzino. Non c’è bisogno di rimarcarlo: vin­ce la sfida. Nel frattempo, Riccardo, il se­condo dei miei fratelli, ha conseguito la laurea in farmacia, ma non avendo i mezzi per comprare una farmacia, ac­cetta l’offerta di Francesco: “La porti avanti tu, così io mi laureo in medicina”. Riccardo accetta e l’azienda procede a gonfie vele. Io nel frattempo parto per il militare: è il luglio del 1963. Il 9 ottobre vengo trasferito a Belluno e ar­rivo nella notte della tragedia del Va­jont: da Belluno a Longarone, dove ci resto un mese e mezzo. Quell’esperien­za mi ha segnato la vita».

Quando dalla carta entra nel mondo delle selle?
«Finisco il servizio di leva nel 1964 e dopo una settimana Riccardo mi man­da a chiamare: “Bepi, ho licenziato il responsabile della fabbrica: fin quando non trovi una situazione che ti piace, mi dai una mano?” Ho 24 anni e con lui alla Feltrificio Bassanese ci resto due anni. Nel frattempo Riccardo ac­quista uno stabilimento a San Pietro in Gu (Vi) e li trasformerà la Feltri­ficio Bas­sanese in Selle Royal».

E lei?
«Mi trovo alla Sella Italia, con la “a” finale che nel frattempo mio fratello aveva comprato a Corsico e me ne aveva regalato il 50%. Lui alla Selle Royal, io alla Sella Italia con un solo dipendente, Romano Pegoraro, mentre il nostro più grosso competitor - la Selle San Marco di Girardi - aveva 200 dipendenti (oltre a lavoratori esterni) e produceva 10 mila selle al giorno. Nel 1968 il colpo della vita: conosco Ro­berta Bo­ratto, classe ’51, veneta di San Martino di Lupari, la donna della mia vita, la mia vera e autentica fortuna. Ci sposiamo nel 1970 e dalla nostra storia d’amore nascono Riccardo (classe ’71) e Giuliana (classe ’76). Mai un litigio, mai un problema, davvero le dico che sono stato più che fortunato. Ancora oggi l’amministrazione del gruppo Sel­le Italia è in mano sua. Quindici giorni prima di sposarci - chiaramente ad agosto, quando l’azienda è chiusa e possiamo concederci 15 giorni di viaggio di nozze nell’allora Jugoslavia -, mi chiama mio fratello Riccardo e mi dice: “Domani vieni con Roberta a Citta­del­la, andiamo dal notaio”. Ero preoccupatissimo, pensai a tutto meno a quello che è poi successo: ha donato a me e alla mia futura moglie il 50% della so­cietà, 25 e 25. Cuo­re grande e infinito».

Quando Sella Italia diventa Selle Italia?
«Nel 1974, per far capire bene che Sel­la non era un cognome, ma un prodotto. Oggi è una realtà da 23 milioni di euro di fatturato, con due impianti produttivi in Romania».

Poi Bigolin è diventato un grande cognome…
«Ho lavorato tanto, con mia moglie, con tutte le mie maestranze: che bello. Abbiamo contribuito alla evoluzione della sella, da sempre punto d’appoggio importantissimo per un corridore. Pensi che Fausto Coppi le selle con cui gareggiava se le portava in giro per il mondo in valigia».

Lei però cominciò con Hinault.
«Erano i tempi della Renault-Gitane e noi avevamo appena messo in produzione la sella Turbo e mi ci voleva un testimonial di livello. Andai direttamente a Parigi alla fine del Tour. In­contrai Hinault e gli dissi che avrei po­tuto fargli la sella personalizzata con lo stemma del tasso, il suo soprannome. Gli offrii anche una percentuale sulle vendite. Accettò».

Poi arrivarono anche Eddy Merckx, Fe­li­ce Gimondi, Miguel Indurain, Fran­cesco Moser, Paolo Bettini tanto per fare qualche nome…
«Tutti cari amici, Felice un amico che mi manca. Indurain un signore insuperabile».

C’è anche Marco Pantani.
«Lui è stato qualcosa di più e di diverso. Con lui ho avuto un rapporto quasi paterno e fu in una delle nostre cene che nacque l’idea di chiamarlo “Pira­ta”. Era un ragazzo di una infinita sensibilità: in bici era fortissimo, giù di sella molto, troppo fragile… Dopo il terremoto di Madonna di Campiglio lo implorai di difendersi, di andare via: ero disposto a dargli uno dei mei ap­partamenti sui colli asolani. Non mi ascoltò».

Un prodotto che le sta particolarmente a cuore.
«La sella Flite. Abbiamo pensato di togliere quella parte di scafo che la irrigidiva e, tagliandole i fianchi, ci siamo resi conto che la struttura diventava elastica e confortevole. Di lì non si è più tornati indietro. Poi sono arrivate le selle tagliate al centro per alleggerire la prostata, poi il carbonio ed ora la tecnologia produttiva Greentech che ci permette di produrre selle a basso im­patto ambientale».

Nel 2017 arriva anche la Selle San Mar­co.
«Un marchio che ha avuto una grande storia e vogliamo riportare dove merita. Ci vuole pazienza».

Nello stesso anno nasce Idmatch.
«È una rivoluzione scientifica. Attra­verso precisi strumenti di misurazione, si individua la taglia della sella ideale e la migliore posizione in bicicletta per ogni ciclista. Ora si potrà individuare an­che la forma consigliata della sella in base alla propria rotazione pelvica congenita».

Da poco è entrata a far parte della famiglia Selle Italia di Asolo, la Vittoria shoes, le scarpe di Marco Pantani.
«Abbiamo voluto cogliere non solo un’opportunità di mercato, ma ci siamo lasciati guidare anche dal cuore, perché crediamo che lo sviluppo di nuove tecnologie nel solco della nostra tradizione italiana possa essere la strategia vincente nel prossimo futuro, integrandola anche con la scientificità del brand idmatch. Fondata negli anni Settanta da Celestino Vercelli, la Vittoria ha tutto per tornare a recitare un ruolo da protagonista. Per questa acquisizione, se me lo consente, vorrei anche ringraziare un amico fraterno, il dottor Fa­brizio Iseni, che da amico di famiglia dei Vercelli è stato il punto di congiunzione tra noi e loro e io sono felice nonché orgoglioso di aver portato ad Asolo un brand così prestigioso».

A proposito di Iseni, titolare a Lonate Pozzolo di una delle cliniche private e convenzionate più all’avanguardia, anche lei ha una clinica.
«A Lublin, in Polonia, ho “Sanitas”, una clinica privata che mi sta dando tante soddisfazioni».

Il ciclismo le è sempre piaciuto?
«Sempre. Fin da bambinetto: tifavo per Gino Bartali».

Ha mai corso in bicicletta?
«Solo una volta mi sono messo il nu­mero sulla schiena, da esordiente, a Langarano di Bassano: e lì ho capito che non era il mio sport».

Un ricordo che le è rimasto nel cuore?
«Tantissimi. Uno in particolare riguarda Marco Pantani: vigilia di Madonna di Campiglio, la tappa parte da Castel­franco Veneto e passa a Rossano Ve­ne­to, dove noi avevamo l’azienda. In prossimità della Selle Italia, Marco ferma il gruppo e scende di bicicletta per salutarmi. Quello è un momento che ho ancora lì, nel mio cuore».

Ha una passione?
«Il mio lavoro. Fino a qualche tempo fa amavo andare a caccia, ma da qualche anno ho smesso: non c’è più nulla. Oggi adoro stare con la mia famiglia, soprattutto con mia moglie, i miei figli e i miei adorati nipoti: Giuseppe, Giu­lio e Giovanni».

Il colore preferito?
«Il verde».

Fiore?
«La rosa».

Ama la musica?
«Ascolto le romanze: adoro Mario Del Monaco e Placido Domingo. E ascolto molto volentieri anche Luciano Tajoli e Beniamino Gigli».

Di oggi nulla?
«Oggi nulla. Per me i moderni sono Mina e Battisti. Modugno, Baglioni e Vasco Rossi».

Beh, Vasco Rossi…
«Un portento».

Film.
«Amo il genere Western».

Attore.
«Totò, Mastroianni e Charlie Cha­plin».

Attrice.
«Sophia Loren: bellissima e bravissima».

È credente?
«Per fortuna sì».

Cosa non sopporta?
«La falsità».

Sa che la sua storia meriterebbe un libro?
«Se mai lo farò, sarà incentrato su quello che nella mia vita ho sbagliato, perché quello che sono stato capace di fare è sotto gli occhi di tutti».

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