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CAPITANI CORAGGIOSI. FEDERICO ZECCHETTO: «DIAMANT, ALE’, MCIPOLLINI: OCCASIONI SPECIALI CHE SI SONO TRASFORMATE IN IDEE VINCENTI». GALLERY
di Pier Augusto Stagi | 02/11/2023 | 08:15

È uomo di compagnia e di amicizie forti. Non si concede tan­­to facilmente, per una idiosincrasia alle luci della ribalta. Chi lo conosce lo sa, Federico Zecchetto è uomo generoso e affabile, ma con chi vuole lui, quando vuole lui. Uomo schietto e diretto, ha sempre preferito far parlare di sé che raccontarsi in prima persona, ma noi questo mese abbiamo provato a tirarlo fuori dalla sua tana: il merito chiaramente non è nostro, ma tutto suo, che si è concesso ad una chiacchierata che davanti ad un taccuino non ha mai fat­to nella sua vita, forse davanti ad un buon risotto da lui cucinato e con un buon bicchiere di vini selezionati sì, ma non ne sono sicuro.

Si dice riservato, anche se Federico Zecchetto, 75 anni compiuti il 30 ottobre scorso, più che riservato è tipo schivo. Schiva tutto ciò che non gli va a genio, che lo annoia o gli fa perder tempo, ma ha una dote innata: sa scegliersi gli amici e i punti di riferimento. Sa scegliere collaboratori e uomini con i quali realizzare sogni e progetti. In questo è a dir poco un fuoriclasse.
Tra i suoi amici più cari, diciamo pure fraterni, c’è Eddy Merckx che Federico nemmeno più considera un corridore, il più forte e vincente corridore della storia del ciclismo, ma un fratello, con il quale aprirsi e confidarsi. Non c’è giorno che i due non si facciano almeno un saluto. Poi c’è l’ultimo dei grandi, quel Bernard Hinault che per certi versi lo ricorda anche. Chiamato il tas­so “le blaireau”, per il suo stare na­scosto e rintanato, quasi invisibile e all’occorrenza saltare fuori con tutta la sua forza e la sua rapidità. Zec­chet­to, a suo modo, lo ricorda eccome.

«È vero, forse caratterialmente mi rivedo un po’ in lui: così schivo e riservato, poco propenso ad apparire, anche se io chiaramente in materia sono il vero fuoriclasse: se potessi non mi mostrerei mai in pubblico».

Come ha fatto ad accettare questa nostra intervista…
«Bella domanda, forse perché ti conosco da tempo e non ti considero più un giornalista, ma uno di casa. L’impor­tan­te è che tu non voglia sapere troppe cose».

Si sente un Capitano Coraggioso?
«Beh, il coraggio non mi è mai mancato, così come le idee e la progettualità. Capitano solo perché tiro il gruppo, ben sapendo però che da solo non si fa nulla e io attorno a me ho tante persone brave, come mio figlio Philip­pe».

Andiamo per gradi: dove nasce?
«A Bonferraro di Sorgà il 30 ottobre del 1948 da una famiglia molto umile, ma molto unita e volitiva. Mamma Le­de Ferrari ha lavorato fino ad un certo punto della sua vita la terra, papà Ci­salpino ha fatto il falegname. Io e mia sorella Fiorenza, di sei anni più giovane, siamo cresciuti nella serenità di una famiglia che aveva poco, pochissimo, al­la quale però non mancava niente, forse perché ci si sapeva accontentare. Ci siamo cibati di povertà, ma non ab­biamo mai sofferto la fame. Papà co­struiva con grande maestria ruote in legno e mobili, poi dopo una breve pa­rentesi a Milano e successivamente in Svizzera e più precisamente a Zurigo, sia­mo tutti partiti per Parigi. Era il 1956 e i sogni erano tanti, anche se all’inizio per papà è stata dura: prima carpentiere, poi muratore e anche im­bianchino. Tanto lavoro, da tornare a casa con la schiena spezzata per la fatica, ma dopo una decina di anni aveva costituito una sua piccola aziendina di manutenzioni che dava lavoro ad una decina di persone. Ricordo che ripeteva: mi rompo la schiena fino a cinquant’anni, poi mi godo la vita. Ha fat­to esattamente così. Peccato che poi sia morto troppo presto, a soli 67 an­ni».

Ha avuto fortuna, quindi?
«Dal non avere nulla, se non le proprie mani e la propria volontà, ha avuto davvero un gran successo, tanto che alla fine è riuscito anche a comprare un piccolo hotel composto da una trentina di stanze e anche un ristorante, che ge­stiva la mamma. Io ho compiuto i dieci anni in Francia. Ho fatto le elementari lì e man mano che imparavo la lingua facevo due/tre anni in uno. Mi sono poi diplomato perito chimico e sono tornato in Italia a 29 anni, con diciannove anni di Francia nel cuore».

Il primo impiego?
«Chiaramente in Francia, alla Air Li­quide, un’azienda che si occupa della produzione dei gas utilizzati negli im­pianti industriali, nei laboratori chimici, nella produzione di componenti elettronici, per la saldatura e per la sa­nità: avevo 23 anni. Ho lavorato nel cen­tro ricerche per ottimizzare lo sbian­camento del legno per fare la carta. Prima si usava la soda, noi abbiamo messo a punto un processo con il quale si è passati ad utilizzare l’ossigeno. Nella realtà della Air Liquide resto per tre anni».

Non tantissimo.
«Perché lavoravo poco e guadagnavo troppo poco. Ci sono restato fin quando non mi sono stancato di stare lì a fare due cose in croce, così ho deciso di licenziarmi e sono andato a lavorare con papà come imbianchino. Durante questo periodo estremamente importante per me, ho avuto la fortuna di fare conoscenze. In una vacanza italiana, nei pressi di Castel d’Ario dove sorgeva la Moa Sport, un bel giorno in­contro il titolare, Vincenzo Mantovani. Sa che vivo da qualche anno in Francia, che ho agganci e che sono tipo sveglio e volonteroso e soprattutto non mi si deve ripetere due volte le cose. Mi chie­de se ho voglia di andare a controllare una consegna importante da un grossista francese: ha appena venduto 200 mantelline antivento e vuole che io mi assicuri che la consegna sia perfetta. Quello è l’inizio di una nuova vita. È la stura a qualcosa che probabilmente io avevo dentro e non sapevo di avere. La mia propensione alla conoscenza fa sì che io entri in contatto con di­verse persone e faccio in modo che si allarghi il giro di Mantovani. Entro in contatto con Georges Barras, ex cor­rido­re belga di Molteni e Splendor, ma anche di Zoppas, poi divenuto distributore: quello è il primo cliente che ho trovato a Vincenzo. Poi Guido Rey­brouck, an­che lui grande corridore, vin­citore di tre Parigi-Tours, un’Amstel oltre a un titolo nazionale, prima di diventare uno dei più forti e conosciuti distributori. Il più grande cliente che riuscii ad intercettare fu l’Agu Sport, l’attuale fornitore di abbigliamento della Jumbo Visma. Insom­ma, ho ingranato velocemente e mi ero fatto come si dice in gergo un gran bel “portafoglio clienti”. Un bel mattino mi svegliai con le idee chiarissime: vo­levo fare gli scarpini da ciclista. Avevo molti clienti che me le chiedevano a quel punto ho detto a papà “io vado, torno in Italia! Mi dai una mano?” E lui mi diede 16 milioni di lire. Era settembre del 1977 quando ne parlai con Mantovani il quale mi disse: provaci! Insomma, mi misi in proprio con lui socio con una sola stretta di mano».

Nasce quindi la Diamant.
«Esattamente. È il 1978 e la Diamant di Federico Zecchetto prende vita a Ca­stel d’Ario, dove vi resta però per so­li sei mesi. Diciassette persone im­pie­ga­te, diciotto scarpe prodotte al giorno. Bisognava venderle a 13 mila lire e ci costavano 15. Perdevo 2 mila lire ad ogni paio. Non si vendevano. La forma era sbagliata, c’erano tante cose da sistemare, ma non mi sono dato per vinto. Vado da Ernesto Colnago il qua­le come sua abitudine mi fornisce i suggerimenti illuminanti. Li faccio miei e riparto deciso di slancio: è la svolta. Pri­ma però faccio quello che va fatto sempre: mi circondo di persone capaci. Un giorno incontro Gino Colcera, che all’epoca lavorava alla Atala Sport. Gua­dagnava nel 1977 500 mila lire al mese, che erano soldi. Io gliene diedi il doppio. Fu la mia fortuna. Ma poi ecco Det­to Pietro…».

Cosa c’entra Detto Pietro?
«Lancia sul mercato la prima scarpa in PVC: è una rivoluzione tecnica e di de­sign. È subito un successo, quelle scarpette diventano oggetto di culto. Ri­cordo che le vendeva a 13 mila lire al paio, decido di produrle anch’io, ma le immetto sul mercato a 11 e sbanco. Ma non è tutto: grazie a Luciano Rossi­gnoli, un carissimo amico che oggi mi manca un sacco, intercetto nel 1981 la Diadora la quale mi consente di produrre una scarpetta con il loro logo. Ne faccio solo una e la fornisco a Giovanni Battaglin, che in quella stagione si ag­giudica il Giro. La Diadora, visto il successo, si convince a produrre scarpette da ciclismo e sceglie noi come fornitore. Insomma, mi ero creato le condizioni per dimostrare all’azienda allora dei fratelli Danieli che il mercato del ciclismo era un’opportunità e io me ne ero creata ad hoc una tutta per noi. Per anni siamo stati fornitori Dia­dora, arrivando a produrre 90 mila scarpe all’anno fino alla fine della Guerra in Jugoslavia, nel 1991».

E poi cosa succede?
«Un disastro. Come ti dicevo, dopo la fine della Guerra in Ju­goslavia nel 1991, la Diadora ci porta via la produzione di scarpe e la trasferisce appunto in Ju­go­slavia e Bulgaria. Metà della produzione persa in un sol colpo».

E lei?
«Era il momento dei russi che compravano gli stivali in Italia e mi sono buttato in quel mercato, arrivando a produrre 300 mila stivaletti invernali per i russi. Scarpe invernali fatte in montone vero. Costavano all’epoca più di 100 mila lire a paio. Per tre anni è stato davvero un autentico successo, poi ecco affacciarsi la cri­si del rublo e tutto finisce. La Dia­mant però nel frattempo era cresciuta ed è stata capace di stabilizzare la propria produzione attorno alle 140/150 mila paia all’anno, 700 scarpe al giorno. Ma nella vita bisogna saper cogliere le occasioni che si presentano e io la colgo».

Con chi?
«Con la Nike. È il 1997 e grazie alla MGM di Montebelluna diventiamo subfornitori della Nike. Pro­du­cia­mo scarpe da calcio. Un anno da subfornitori e poi gli americani ci chiedono di diventare direttamente i loro fornitori: 120.000 paia di scarpe all’anno solo per Nike. C’era in verità anche il calzaturificio Rems, ma dopo tre anni Nike decise di unificare tutto e ci troviamo a produrre 320.000 paia di scarpe all’anno. Da allora siamo ancora partner di questo grande brand globale. Mon­taggio made in Italy e orlatura (cucitura) in Bosnia, alla nostra Sportek, forte di ben nove unità produttive. Oggi abbiamo di no­stra proprietà una fabbrica di 30 mila metri quadrati a Kotor Varos, a 28 km da Banja Luka, in Bo­snia Erzegovina. Circa 2.000 per­sone impiegate. Questa è una unità produttiva specializzata nella produzione di to­maie e di manufatti di carbonio per il settore automobilistico e quello delle biciclette. Si avvale di una qualificata filiera attrezzata con le più moderne tecnologie, oltre che di ar­tigiani dalla grande manualità. Pro­du­ciamo Nike calcio, Crocs e prodotti per la Ducati».

Con le scarpe è un successo, ma si apre anche al mondo dell’abbigliamento.
«Ci ero già entrato nell’86, anche perché con le scarpe in quel periodo non guadagnavo un gran che, anzi. Tanti investimenti, ma poco profitto. Così, visto che con Vincenzo Mantovani avevamo deciso di fare ognuno la propria strada, entro nel mondo dell’abbigliamento sportivo con Giorgio An­dretta di Giordana e assieme creiamo la APG. A fine anno entra come socio an­che Eddy Merckx. Poi è storia più re­cente, che possiamo tradurre in questo modo: vedute diverse tra me e An­dret­ta e anche in questa circostanza ognuno va avanti per conto suo. Lui con la Giordana, io con la Alé che creo nel 2014».

Un bel nome.
«Sì, è una bellissima intuizione di Fi­lippo Maglione della Helvetika di Pa­dova. Alé è un modo di incitare nel mon­do ciclismo e non solo».

Se parliamo di nomi, c’è anche un cognome: Cipollini.
«Nasce nel 2010. Con la RB 800 e la RB 1000, che segnano la storia del de­sign italiano. Producevamo le Eddy Merckx, anche se ancor prima le commercializzavamo. Poi il marchio viene ceduto e noi ci troviamo ad avere tutto ma non un brand. Abbiamo la ZMM Compositi, abbiamo la tecnologia, ab­biamo le conoscenze e un bel giorno incontro Mario Cipollini che mi confessa il sogno di voler fare delle biciclette a suo modo e suo nome. Ha di­verse idee innovative e io mi butto: na­sce una bici con telaio monoscocca in­tegrale fatto e realizzato in Italia. Co­me sono solito dire, nasce un prodotto diverso, non dico migliore, anche se mi sento di dire che il nostro è un prodotto di as­soluto livello. La tecnologia TCM (True Carbon Monocoque), ad esempio, è una tecnica per la quale i telai sono realizzati tramite uno stampo che consente di avere il triangolo centrale del telaio in un unico pezzo. I suoi punti di forza risiedono nella risposta data alla trasmissione delle sol­lecitazioni, il rapporto pre­sta­zio­ni/peso e infine i vantaggi nel design. Adesso abbiamo idee importanti anche nel settore elettrico, ma è prematuro parlarne».

Passioni.
«Caccia alle beccacce. General­mente vado in Croazia. Non vedo l’ora che finisca questo caldo, perché per cacciare ci vuole il freddo».

Ci va spesso?
«Quasi ogni weekend».

Cosa le piace della caccia?
«I cani, quelli bravi. La grande goduria è vedere il proprio cane bravo, che tro­va la selvaggina. Io ho solo setter. Ne ho quattro per cacciare e cinque in ad­de­stramento».

Ama la musica?
«Poco».

Cinema?
«Niente».

Sport.
«Ciclismo per forza, è la mia vita. Se gioca bene simpatizzo per la Juventus, ma questo concetto vale anche per la nazionale, anche se le confido una co­sa: se giochiamo contro la Francia mi sento più francese».

Davvero?
«Sì, c’è qualcosa di male?».

Ama mangiare?
«Certo, con gli amici. Mangiare e bere, ma anche cucinare: mi rilassa».

Un piatto.
«Paella, quella che faccio io. Ma adoro anche fare il risotto con gli “osei”».

Vino.
«L’amarone del mio amico Claudio Fa­rina».

Il ciclista che più l’ha emozionata.
«Di allora, Bernard Hinault, di oggi Ta­­dej Pogacar: un fuoriclasse assoluto. Un ragazzo d’oro. Un atleta che va for­te tutto l’anno e sulla carta può vincere tutto, esattamente come Merckx. Di Bernard Hinault, però, mi è sempre piaciuto il carattere. Io mi ci rivedo tan­to. O bianco o nero. Riservato, ma schietto. Come mi piace Evenepoel che a Eddy invece non piace affatto. No, ai sorrisini di facciata preferisco un sano e leale confronto».

A proposito: il suo rapporto con Eddy Merckx.
«Per me è come un fratello. Per lui in Italia ci sono io, Zilioli e, fino a poco tempo fa, Ugo De Rosa. Lo considero parte di me, fa parte della mia storia».

Un colore.
«Il blu. Chiaramente francese».

Ha un sogno.
«Ne ho realizzati tanti e poi sono pronto a sognare sempre».

Dicono: parla così poco…
«Evito, sono fatto così. Preferisco fare che parlare. Come Gruppo facciamo 150 milioni di fatturato, questo è quello a cui tengo. Io non conto nulla. Io non voglio le luci della ribalta. Sono i nostri prodotti i protagonisti e le no­stre qualità di essere innovativi il no­stro vero credo. Siamo una squadra com­patta e coesa. Io osservo, penso e la­scio fare: faccio il supervisore, ma non amo farmi vedere».

Questa è l’eccezione che conferma la regola.
«Tra amici era giusto farlo. Ogni tanto ci sta. Ma in una intervista ci si racconta, non ci si fa vedere?».

Ci saranno delle foto.
«Poche, grazie».

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