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FACCIO IO DA CAVIA
di Gian Paolo Ormezzano | 21/11/2018 | 07:50

Il collega e ciononostante amico, grande amico, che si chiama Beppe Conti e dif­fonde la storia del ciclismo in te­levisione con chiarezza giornalistica, rigore statistico e affetto insieme, mi ha chiesto per una delle sue molte pubblicazioni (è una pi­la umana del giornalismo, della scrittura ciclistosa: sensazionale la sua ultima creatura, Le salite più belle d’Italia, Rizzoli, con Davide Cassani proprio lui) di elencare i dieci ciclisti a parer mio più grandi di tutti i tempi.

Il giochetto è antico ma ancora in (buon) uso, non fa male a nessuno, diverte, stimola la memoria. Evito qui di fornire il mio elenco personale con i ciclisti allineati da me, per Conti, in ordine di presunta grandezza, ovviamente se­condo il mio parere, per non to­gliere neanche un lettore all’opera prossima ventura del mio amico. Mi limito a dire che ho segnalato Binda, Coppi e Bartali per l’Italia, Anquetil e Hinault per la Francia, Merckx e Van Looy per il Belgio, Indurain per la Spagna, e… E ancora per l’Italia Maspes, per gli Stati Uniti Armstrong. Con qualche scusa silente allo slovacco Sagan.

Conti non mi ha sgridato, dunque concorda o quanto meno capisce. In brevissimissime motivazioni (mi ha concesso una riga e stop a testa) ho precisato che Maspes ci ha mes­si in pista (l’ottica della scelta è si capisce italiana), giocaccio di parole per dire che ha chiesto at­ten­zione al suo regno. Di Arm­strong ho scritto che il prodotto con cui lui si dava forze extra do­vrebbe essere divulgato e dato a malati, vecchi e bambini, anziché essere nascosto e demonizzato.

Divagazione: il giochetto dei mi­gliori in ogni sport, quando non addirittura nello sport tutto, me­sco­lando uomini e discipline, è smontabile con la logica noiosa dei tempi che cambiano e quindi delle diverse piattaforme su cui gli atleti si muovono. Però diverte e offre magari addentellati speciali. Io per esempio , quando divenni direttore di Tuttosport, fui chiamato da un grande ente sportivo mondiale, così grande che non ne ricordo il nome, per essere precisi a elencare mia formazione ideale di tutti i tempi. Ovviamente ci misi Pelè e Crujiff e Mazzola (Va­lentino) e Sivori (Maradona non era ancora sulla scena), però diedi un posto in mediana a Fadini, Ru­bens Fadini giovanissimo ferrarese, uno del Grande Torino, riserva di Castigliano, Grezar e Mar­telli, morto a Superga. Mi avevano colpito, sia pure in poche ap­pa­rizioni con la prima squadra, la sua eleganza, il suo giocare pulito ed efficace, a testa alta, nonché qualcosa in lui che, come canta Paolo Conte raccontando Bartali, “descrivere non si può”. Una provocazione, la mia, che però mi valse una telefonata di Gianni Bre­ra: “Se hai messo Fadini nell’elenco capisci di calcio”. Brera era innamorato degli atleti della Bas­sa Padana, e dunque anche di Fa­dini: non seppi mai altro, non glie chiesi niente e lui niente di più mi disse, però ricordo persino, di quell’occasione, la sua voce.

Per Beppe Conti ho telegraficamente scritto di Armstrong che secondo me è stato un grande esploratore delle possibilità del fisico umano, se dopo un serio tumore si è ri­messo in sella per vincere, co­mun­que, tutto quello che vinto. E la sua pozione prima di essere truffaldina (nei riguardi di chi non la conosceva e quindi non la poteva usare, oltre che dei tifosi acclamanti), è stata una grande scoperta scientifica da non occultare nelle nebbie dell’oscurantismo legale.

Siccome, più o meno travestito da medicina sportiva avanzata, il do­ping continua a esistere, e nello sport tutto, siccome ogni tanto si scopre che il tale, massì anche lui si dopa, siccome ogni tanto qualche atleta se ne muore un po’ troppo presto, siccome Arm­strong sta a quanto mi consta be­nissimo, davvero vorrei che la sua pozione, di fronte a cui quella di Asterix ha la vis di una gazzosa, fosse identificata e propagandata per i deboli, i malaticci.

La proverei subito, su di me, si capisce. In fondo, ai  tempi del primo doping conclamato, decisi di sperimentare questa pratica nella tappa montagnosa che minacciosa aspettava il Giro. Avvertii il medico della corsa e qualche amico, assunsi degli epatoprotettori per un paio di giorni e al momento ics buttai giù, secondo la sequenza consigliatami dall’«ex», ben 13-pastiglie-13. Si trattava di simpamina, metedrina ed efedrina, più qualcosa di simile, stessa famiglia, pe­rò a rilascio lento (credo che il no­me commerciale fosse tempodex). Ci aggiunsi qualche grappino per facilitare il passaggio delle pillole nel sangue, seguii in auto la tappa, in sala stampa compitai come al solito i miei articolacci. Un collega, vedendomi zigzagare veloce fra i banchi dell’aula di scuo­la in cui si lavorava, mi chiese ridendo se ero dopato, anzi drogato, dissi di sì e ovviamente non mi credette. Cena normale a Tren­to, con birra. Il giorno dopo urinai rosso, ma neanche rosso trop­po intenso. Non accusai null’altro di particolare. Mi è di­spiaciuto che anni dopo la moglie di quell’ex ciclista, un campione scomparso troppo presto, si sia arrabbiata con me per la divulgazione del mio esperimento. Era in fondo un omaggio al marito, co­me lo sarebbe adesso un qualcosa di simile nei riguardi di Arm­strong.

Ps: tutte cose che ho in parte già scritto, ma penso sempre che pochi mi leggono e pochissimi ri­cordano, intanto che le cose stesse sono speziate e quindi rese di­verse dal tempo che scorre, cambia e le cambia.

da tuttoBICI di novembre

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