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DEGENKOLB. «LA PRIMA VOLTA SUL PAVÉ DELLA FORESTA DI ARENBERG? UNA SCARICA DI ADRENALINA»
di Enrico Cavedine | 12/03/2026 | 08:45

Dopo un 2025 segnato da una brutta caduta che gli ha compromesso l’intera stagione, John Degenkolb si è rialzato e quest’anno punta a lasciare ancora una volta il segno nella classica che ama: la Parigi-Roubaix. Lo abbiamo raggiunto alla vigilia della Tirreno-Adriatico e, insieme a lui, abbiamo ripercorso successi e sconfitte sul pavé del Nord.

Ciao John, come è partita la nuova stagione e come sono andate le tue prime corse?
«La stagione è iniziata bene in Portogallo, ho avuto delle ottime sensazioni. Sono poi andato in Belgio per l’Opening Weekend, ma lì per vari motivi non è andata come mi aspettavo. La scorsa settimana ho fatto un po’ di scarico e ora sono impegnato alla Tirreno-Adriatico.»

In questa intervista desidero concentrarmi sulla "tua" classica: la Parigi-Roubaix. Come è nata la passione per questa corsa e c’è un campione che ti ha ispirato?
«Un campione che da ragazzino mi ha ispirato, e che è sicuramente uno dei motivi per cui mi sono appassionato fin da subito alle classiche del pavé, è Olaf Ludwig. Anche lui proviene da Gera, la mia città natale, e negli anni ’90 correva per il Team Telekom. Era un velocista che andava forte anche sul pavé. Terminò due volte sul podio alla Parigi-Roubaix: secondo nel 1992 e terzo nel 1993».

Raccontaci la tua prima esperienza alla Roubaix nel 2011: cosa ricordi di quel giorno?
«La Parigi-Roubaix del 2011 fu una prima assoluta, visto che sia tra gli juniores sia tra gli U23 non l’avevo mai corsa. Ero già stato al Fiandre U23, ma mai alla Roubaix. Ricordo che nel 2011, dopo aver corso il Fiandre, qualche giorno dopo andammo a fare la ricognizione sui tratti più importanti della Roubaix e mi ricordo la scarica di adrenalina che provai per la prima volta nella Foresta di Arenberg. Non avevo mai provato qualcosa di simile: ero letteralmente elettrizzato. In gara attaccai dopo la Foresta di Arenberg ed ero nel gruppo di testa. Caddi nel tratto del Carrefour de l’Arbre, ma conclusi comunque al 19° posto».

Quindi è stato quel giorno che capisti che la Parigi-Roubaix sarebbe diventata la tua corsa?
«Sì, quel giorno mi sono reso conto che la Parigi-Roubaix era perfetta per me. Mi ricordo che al termine della gara, sul bus della squadra, il mio direttore sportivo disse ai miei compagni: “Guardate bene questo ragazzo, perché un giorno vincerà la Parigi-Roubaix”. E in effetti quattro anni dopo ci sono riuscito».

Prima della vittoria del 2015 ci fu anche il secondo posto del 2014. Quel giorno vinse Niki Terpstra e tu ti piazzasti al secondo posto vincendo la volata dei primi inseguitori. Sapevi di essere secondo, ma esultasti come per una vittoria. Che significato aveva quell’esultanza?
«In quel momento mi è venuto naturale esultare e scaricare tutte le emozioni che avevo dentro. Non avevo mai esultato per un secondo posto come quel giorno, ma per me poter salire per la prima volta sul podio della corsa che amavo era una gioia enorme e l’ho manifestata in quel modo».

E poi arrivò la vittoria del 2015. Cosa ricordi di quel giorno?
«Nel 2014 ero nel gruppo di testa e Terpstra approfittò di una fase di controllo tra i favoriti per andare via da solo e prendersi la vittoria. Nel 2015 si stava sviluppando una situazione analoga e, in una fase di controllo a circa dieci chilometri dal traguardo, si avvantaggiarono Van Avermaet e Lampaert. In quel momento pensai: adesso devo reagire. Aiutato prima dal mio compagno De Backer e poi tutto solo, andai a chiudere un gap di circa dodici secondi. Da dietro rientrarono poi altri tre o quattro corridori, ma allo sprint ebbi la meglio. Vincere la corsa che amo è stata un’emozione indescrivibile».

Oltre alla vittoria in corsa a Roubaix, un grandissimo riconoscimento è arrivato quando nel 2020 ti è stato dedicato un settore della Parigi-Roubaix. Raccontaci i motivi di quel riconoscimento e come è nato tutto.
«Mi ricordo che era a inizio stagione ed ero in Francia al Giro di Provenza. Lessi su Twitter che la Parigi-Roubaix Juniores rischiava di scomparire per mancanza di fondi: si parlava di circa 10.000 euro. Ho pensato subito di fare qualcosa e ho avviato, attraverso una piattaforma online, una raccolta fondi per sostenere l’organizzazione della corsa. Nel giro di 24 ore abbiamo raccolto circa 15.000 euro. Ho poi contattato l’organizzatore della Parigi-Roubaix Juniores, John Malaise, e lui insieme all’associazione “Les Amis de Paris-Roubaix” erano così entusiasti per il mio sostegno che mi hanno chiesto di diventare ambasciatore dell’organizzazione. Sono regolarmente in contatto con loro: per me è un piacere poterli sostenere e per loro è una grande gioia vedere la stima che provo verso il lavoro che fanno nel mantenere e restaurare i settori di pavé. Come riconoscimento per il mio supporto, nel 2020 mi hanno dedicato un settore di pavé (Orchies – Wandignies-Hamage) e per me è naturalmente un grande motivo di orgoglio».

Dopo la vittoria del 2015, nelle ultime stagioni il tuo miglior piazzamento è stato il settimo posto del 2023. Ma quel giorno, se non ci fosse stata quella caduta, a cosa potevi puntare?
«Quel giorno stavo veramente bene, poi quella caduta mi ha tolto dai giochi per la vittoria. Ma alla fine serve a poco pensare a cosa sarebbe potuto essere senza quella caduta: bisogna sempre guardare avanti. Il mio obiettivo è dimostrare anche quest’anno che posso ancora dire la mia in questa corsa».

Nel 2025 purtroppo non eri al via della Roubaix per colpa della caduta al Fiandre, le cui conseguenze ti hanno tenuto fuori per quasi tutta la stagione. Come ti sei ripreso e cosa ti ha aiutato a non perdere la fiducia in quei mesi lontano dalle corse?
«Ho avuto due infortuni pesanti nella mia carriera: nel 2016, quando fui investito da una macchina a Calpe mentre mi allenavo con i miei compagni, e la scorsa stagione al Fiandre. Nel 2016 saltai le classiche di primavera ma tornai già ai primi di maggio, mentre la scorsa stagione sono stato fuori quasi cinque mesi, quindi lo considero l’incidente più grave della mia carriera. Non volevo terminare la mia carriera in quel modo e ho fatto tutto quello che potevo per rimettermi in piedi e tornare a competere con i migliori al mondo. Mia moglie e i miei bambini sono stati fondamentali in questo percorso: senza di loro non ce l’avrei fatta».

Guardiamo ora avanti alla Parigi-Roubaix di quest’anno. Van der Poel e Pogacar sembrano di un altro pianeta: si corre per il terzo posto o un Degenkolb al top può giocarsela?
«Se c’è una corsa dove posso giocarmela con loro è la Parigi-Roubaix. Però devo anche essere realista: non so come battere Mathieu. Ho bisogno della forma della vita e della giornata perfetta per potermela giocare. È difficile, ma devo crederci, altrimenti partirei già sconfitto». 

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