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UNIVERSALITA'
di Gian Paolo Ormezzano | 26/07/2020 | 08:05

Il ciclismo agonistico ha in­ventato pro nobis tantissime cose, e tentiamo un elenchino giusto per rendere più chiara la seconda parte l’insieme di questo articolo. Ha perfezionato la più semplice ed efficace me­diazione a scopo di movimento che si conosca fra uomo e strumento (per la verità gli ippofili pospongono la bicicletta al ca­vallo, arrivando a definirla benevolmente cavallo d’acciaio: ma si scivola nel regno animale, e si apre casomai un altro tipo di di­scorso). Ha dato la spinta probabilmente massima allo sviluppo della stampa sportiva e con essa, per lo sport tutto, dell’agiografia, della museistica, dell’epica uma­na spesso con prezioso, mistico e mitico condimento geografico, persino della letteratura e della poesia. È andato a trovare la  gente direttamente sulle so­glie delle case di paesi e città, e quando l’ha fatta scomodare le ha proposto spettacoli naturali ed umani speciali, sui grandi monti ad esempio.

Per gli amatori dello sport scientifico, mi­su­rabile, il ciclismo agonistico ha in­ventato le gare su pista, le distanze cronometrate, i primati legati ai numeri del tempo, cioè quelli meglio trasmissibili e credibili, ex aequo con i primati espressi in centimetri, ai quali primati fra l’altro si aggrega il record dell’ora in bicicletta, un record completo fatto di spazio e di tempo, come nel­l’atletica regina. Ha sposato, specie ultimamente, grandi innovazioni tecnologiche del­la bicicletta, conservando pe­rò materialmente l’essenza an­che visiva dello strumento primigenio e spirituale della fatica ad es­so connessa. Ha offerto ai suoi praticanti la frequentazione del vento for­te della gloria e la frequentazione della più onesta sofferenza umana, chiara e forte da vivere e da far vivere. Ha resistito alla meccanizzazione da progresso, al motorismo del­la religione dei gas combusti al posto dell’incenso del sudore, ha trovato proprio ul­timissimamente una nuova vita, persino sulle strade delle città, di natura ecologica im­pellente oltre che assai etica.

Ha idolatrato i penati di una religione neanche troppo antica, senza però far sì che il culto condizionasse, schiacciasse i poveri po­steri, i praticanti re­centi, e ultimamente sta assistendo alla ecumenicizzazione della propria re­ligione, dif­fusa ormai in tutto il mon­do e allargata pienamente alla donna (da ricordare, comunque, che Alfonsina Strada correva il Giro d’Italia 1924 con e contro gli uomini), e pazienza se il mondo dell’ippica può schierare, in questa sorta di contesa, le sue storicissime Amazzoni.

Il tutto per dire che anche di fronte alla pesante tragica novità - la pandemia - di un flagello che si pensava ormai irriproducibile in natura, con tutte le conclamate strepitose alchimie del progresso, il ciclismo rischia (ver­bo pieno di alta positività) di vivere, soffrire, alla fine vincere la sua “battaglia contro il coronavirus in ma­niera se non altro più interessante di qualsiasi altro sport, e questo nonostante o grazie ai suoi problemi enormi di contatto/presenza col pubblico e di distanziamento degli atleti. Le corse che ritornano, che de­vono ritornare saranno simbolo di libertà, di vita nuovamente espansa più di ogni altre rassegna sportiva proposta, magari nei limiti e anche con le piccolezze persin buffe con cui ad esempio è stato riproposto il calcio. La so­vrapposizione coatta di da­te fra corse celebri permetterà nel futuro vicino (e diciamo già dal 2021, ovviamente a virus spento) di apprezzare la subentrante e conseguente possibilità per il ci­clismo di svilupparsi nel mondo e a li­velli sempre alti, in cinque continenti e per dodici mesi all’anno.

Il tutto anche con uso, im­piego, celebrazione e smaltimento di atleti espressi da tutto il pianeta, ormai. E scommettiamo che il ciclismo, quando i  suoi albi d’oro saranno pieni di nomi dal sound inconsueto, si esalterà con questa universalità: mentre sport pure nobilissimi come l’atletica e il nuoto  vi­vono ancora come una invasione a tin­te iconoclastiche le proposte e im­posizioni di genti nuove, e quasi furiosamente difendono la sacralità di tradizioni, vivai, culto dell’antiquariato da parte di gen­ti e paesi (basti pensare a come l’atletica ha accolto con quasi diffidenza l’avvento o meglio la supremazia degli africani nel mezzofondo, dei caraibici nella velocità, per non dire dei cinesi a priori so­spettatissimi di pratiche vietate (quei cinesi alla fin fine addirittura respinti nel nuoto, dal nuoto, dopo una repente in­va­sione/dominazione).

da tuttoBICI di luglio

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