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CHALLENGE VENICE. Un racconto di sfumature e follia
dalla Redazione | 08/06/2016 | 08:23

Nessun dorma... C'era una volta la sigla di un Giro d'Italia che cominciava così, con la Turandot di Puccini. Ma era un'altra storia. Questa volta il Vincerò smuove altre note. Facce tese, facce di triatleti che guardano il mare come sempre. Come capita ogni volta che si aspetta che la sirena del via ti tolga le ansie. Ma questa volta è tutto diverso. Perché i piedi nudi si appoggiano un po' insicuri sulle pietre fredde delle Fondamenta di san Giobbe, proprio davanti all''Unversità di Ca' Foscari.

C'è Venezia che si è svegliata all'alba per la curiosità di veder nuotare nei canali 800 folli con le mute che si preparano a sfidarsi nella prima edizione del Challenge full distance. Forse scritto in inglese fa meno paura ma resta una sfida tosta di 3 chilometri e mezzo da nuotare in mare, 180 chilometri da pedalare in bici e una maratona da correre alla fine. Senza tregua. Senza pensarci. Senza senso... forse.
 
C'e una Venezia che non ci crede, forse non capisce. Che però si ferma a guardare, fotografa e applaude. Ci si tuffa alle sei e mezzo del mattino ma sarà una giornata lunga, lunghissima, poco più di otto ore per i più forti, quelli che si giocheranno la vittoria.
La sveglia è alle tre. Ci si sveglia quando un pezzo di mondo va  a dormire ma capita quando si va avanti con l’età. Si preferisce alzarsi presto che non fare i bagordi. O farli al contrario. Perché per molti, per la maggior parte uno che si sveglia alle tre per fare colazione pensando che tre ore dopo deve tuffarsi in mare per nuotare quattro chilometri e poi pedalarne 180 e poi correre una maratona  fa i bagordi al contrario.

“Non siete tutti a posto…” . E  fa anche piacere che ce lo dicano. Dà un senso a ciò che si fa , ci fa sentire speciali. C’è sempre un sottile compiacimento quando la gente normale ti dà del matto con un pizzico d’invidia. Già perchè poi nel buio a piedi attraversi il Parco di San Giuliano che Venezia è la in fondo ma neppure si vede, vai a prendere un bus che ti porterà al traghetto che ti porterà fino alle Fondamenta di San Giobbe dove ci si tuffa. Il primo Challenge di Venezia può cominciare. Da lì però devi far da solo. Guardi l’acqua livida che brilla sotto i fanali di una lancia e pensi che sei ancora in tempo a ripensarci. Non è mai da vigliacchi avere paura. Anzi. Però forse ormai è tardi. Tiri su la muta, ti cali la cuffia sulle note del Vincerò, schiacci gli occhialini sul viso e aspetti che sia la sirena a dirti che è arrivato il momento di darsi da fare. Fine dei pensieri. E’ un attimo cancellare dubbi e paure.

L’ansia resta ancora il tempo di una decina di bracciate, quando il rumore del respiro affannoso si amplifica nell’acqua di un mare in cui nuoterebbero in pochi. Avanti regolare finchè fiato e cuore cominciano a marciare insieme. Anche l’acqua, metro dopo metro, bracciata dopo bracciata sembra diventare più chiara e più leggera. San Giuliano è la in fondo,  cerchi di  scorgerla tra gli spruzzi di chi sta davanti ma è ancora presto per voltar pagina. Però si arriva. Basta avere pazienza, basta crederci. E’ il bello del correre in retrovia. E’ il bello di non dover fare i conti con un cronometro perché dodici ore per arrivare al traguardo, tredici ma anche quattordici sono esattamente la stessa cosa. Chi fa sul serio dice che un full distance sopra le dodici ore non vale, non si discute nemmeno. E forse è anche così. Però c’è anche chi se ne frega e va avanti lo stesso.

Stessa determinazione, stessi gesti, stessa fatica. Che in bici non finisce davvero mai. Centoottanta chilometri sono un viaggio. E come andare da Milano a Bologna mettendosi in autostrada, come andare al mare in Liguria ma neanche troppo vicino. Ti metti lì, cerchi di stare il più comodo possibile, cerchi di far girare le gambe sfidando quella legge della fisica che ti spiega che c’è un punto in cui la spinta e la scorrevolezza delle ruote trovano un compromesso accettabile. Un punto di non fatica che è chiaramente un’illusione ma mai come in sei, sette ore di bici le illusioni servono a non pensare. Guardi l’asfalto che scorre lì a pochi centimetri dai tuoi piedi e la sensazione di velocità è piacevole. Ti muovi. Continui a muoverti anche e il ricordo dell’acqua nera in cui stamattina ti sei tuffato comincia a svanire. Ci siamo. Ci siamo quasi perchè è chiaro che non è finita. Sembra non finire mai e che non possa finire mai quando cominci a correre. Non è vero che un full distance è solo bici. Lo dicono in tanti, lo dicono quasi tutti. Un full distance è anche una maratona alla fine. Alla fine di tutto quanto già sembra un’enormità.

E che sia tutto anche lì, dentro quei quarantadue chilometri che passano lenti, lentissimi, metro dopo metro come i granellini di sabbia in una clessidra, lo capisci un metro dopo aver agganciato la bici al tubo della zona cambio. Finisce un tormento e ne comincia un altro. Che ti aspettavi ma forse non così. Allora fai due conti. Dividi i giri, frazioni i chilometri, calcoli la distanza da un rifornimento all’altro. Corri, ti fermi, riparti e corri ancora. Corri cercando non guardare le facce degli altri  che incontri, cercando di  dimenticarti le tante maratone che hai corso prima, di non pensare a nulla. Corri e fai ciò che devi fare. Un passo dopo l’altro, fino in fondo, fino alla fine. Che arriva. Arriva ed è il finale del romanzo che avevi già scritto. Un sacco di volte. Un finale che in un certo senso, come scrive Haruki Murakami, ti avvicina all’essenza delle cose:  
“Una volta usciti dalla prima giovinezza, nella vita è necessario stabilire delle priorità. Una sorta di graduatoria che permetta di distribuire al meglio tempo ed energia. Se entro una certa età non si definisce in maniera chiara questa scala di valori, l’esistenza finisce col perdere il suo  punto focale e di conseguenza anche le sfumature….”

Antonio Ruzzo

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