Ormai sotto l’Albero, una domenica di metà dicembre (il 14) propone sul teleschermo un’ora e mezza di tuffo nel recente passato: il documentario Cycling Africa, trasmesso su HBO Max ed Eurosport è viaggio a ritroso alla settimana iridata di Kigali 2025, una realizzazione filmica in piena regola, girata dal regista Maxim Auburtin, che unisce le premesse rispettate di fare del primo mondiale su strada nel Continente un vero e proprio punto di svolta (The Rise of African Pro Cycling è il sottotitolo), pareri illustri come quelli di Biniam Girmay, Chris Froome, David Lappartient e Ashleigh Moolman Pasio.
Arrichito da sequenze legate al brulicante passaggio dei professionisti sul mur de Kigali, il docufilm - da non perdere - dedica parte significativa al percorso di una giovane ugandese che raggiungiamo al telefono mentre, dopo alcuni giorni a riposo per un malanno, è finalmente in procinto di tornare ad allenarsi. Ha le idee chiare ed una grande passione per le due ruote Miria Nantume, 19enne che ha trovato posto nei ranghi del Masaka Cycling Club.
Inizia da questa cittadina, Masaka appunto, nella regione centrale dell’Uganda, il percorso che ha portato alla pratica agonistica una giovane avvicinatasi al ciclismo in pieno lockdown: «Tramite un conoscente di famiglia, oggi nei ranghi della società come allenatore, ottenni una bici in prestito. Non l’ho più mollata. È diventata preziosa compagna di vita e strumento per proiettarmi verso un sogno».
Quale Miria?
«Seguendo l’esempio ispiratore di Biniam Girmay voglio diventare una ciclista professionista. Darò tutta me stessa per perseguire l’obiettivo, ispirandomi proprio a “Bini”, che ho anche conosciuto durante lo stage effettuati con i giovani del World Cycling Center dell’Uci”.
Nantume, che nel 2024 è salita sul podio al campionato africano junior in Kenya, milita ora con grande motivazione tra le under 23, dopo aver condiviso l’esperienza di stage transalpino insieme alla forte rwandese Jazilla Mwamikazi ed alla “rising star” Tsige Kiros, già settima al Mondiale e campionessa africana assoluta 2025 nel novembre scorso.
“In un futuro mi piacerebbe allenare, credo molto nel valore positivo che il ciclismo e lo sport tutto può trasmettere in un contesto particolare come il nostro, dove la quotidianità di un ragazzo o di una ragazza è difficile in termini di condizioni economiche e ambito sociale. Vorrei costituire un punto di riferimento, specie per affermare l’eguaglianza d’opportunità femminile”.
Mira ha per la prima volta fatto i bagagli per volare all’estero quando ha frequentato il Centro di formazione dei talenti africani allestito da Uci a Paarl in Sudafrica: è stato emozionante pensare quanto corridori di spicco sono passati da quel posto, ha aperto un orizzonte nuovo a chi come me quando fece la prima gara nei pressi della nostra capitale Kampala ancora non sapeva neanche agganciare i pedali. Quanto ha fatto a Kigali Tsige, fresca di firma sul contratto con la devo di Canyon Sram, non è un punto d’arrivo. Lei è fortissima, ma il potenziale di propensione sportiva che esprime l’Africa è enorme”. Lo sanno al Masaka Cycling Club, la cui azione supportata totalmente da volontariato si muove ben conoscendo le problematiche dell’Uganda Centrale, da tempo teatro di mergenze sanitarie, povertà e corruzione.
«Vanno rimosse le barriere per sviluppare i talenti che ci sono ed il progetto si basa proprio sul supporto diffuso dei fan ciclistici da ogni parte del mondo(acquistabili sul sito www.masakacyclingclub.com bellissime maglie arancioni in stile vintage). Abbiamo bisogno di 500 appassionati che ci sostengano con il prezzo di un caffè al mese” spiegano al quartier generale del MCC, dove anche una sfida su Sfiwt e l’altra si crea un spirito comunitario forte, garantendo in diversi casi aiuto scolare ai giovani ciclisti meritevoli. Paese che vai analoga necessità che trovi: servono biciclette da corsa su cui impratichirsi e gareggiare, moltiplicando il numero delle corse.
La traiettoria di quanto succede a Masaka può avere esiti inimmaginabili in termine di diffusione dell’attività ciclistica?
«Sapete è molto bello non essere sola quando raggiungo il centro per uscire in allenamento, cinque volte la settimana. Le fila degli junior e degli appartenenti alle categorie di più giovani sono cresciute non poco, complici i primi effetti dell’interesse suscitato dal Mondiale di Kigali. Non vedo l’ora di salire ancora sulla mia Trek per sviluppare un’ambizione che sento essere di tante ragazze. Pedalare mi fa star bene ed è uno strumento di uguaglianza potente».