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L'ALTRA RONDE, IL FIANDRE VISSUTO DIETRO LE TRANSENNE (E NON SOLO). GALLERY
di Federico Guido | 05/04/2024 | 08:15

Il comportamento di una - per fortuna - piccola parte del pubblico al Giro delle Fiandre ha suscitato scalpore e polemiche. Ma la Ronde resta una grande festa che coinvolge un intero Paese e tifosi di ogni parte del mondo. Il nostro Federico Guido si è concesso proprio al Fiandre una "mini vacanza" speciale e questo è il suo reportage. Da leggere anche in chiave Roubaix - dove si proveranno le stesse emozioni - e soprattutto "da porovare". Buona lettura.

“Provare per credere” è una massima che ben si applica al Giro delle Fiandre e alle tante cose che si sentono spesso dire sul conto di questa corsa storica, affascinante e sfinente, per molti (corridori, tifosi e addetti ai lavori non fa differenza) la più bella ed entusiasmante dell’intero panorama mondiale. Tale assunto poggia su solide basi e anche noi, dopo aver vissuto l’ultima edizione a bordo strada, tenderemmo a considerarlo più che fondato. A bocce ferme e naso non più pervaso da sentori luppolati, infatti, è difficile pensare che l’esperienza vissuta in Belgio lo scorso weekend possa diventare un ricordo come gli altri perché, in un’incredibile varietà di modi, questa due giorni è riuscita a imprimere la sua indelebile impronta nella nostra memoria.

Abbiamo dunque provato per credere e il risultato è stato quantomai appagante e soddisfacente, dandoci una chiara visione del perché il Fiandre possa davvero essere in cima alle preferenze di così tante persone e appassionati. Un primo motivo sta nell’atmosfera che si respira nelle ore precedenti, già a partire dal sabato quando, appena fatto capolino sulle strade teatro della sfida di domenica, un sacco di amatori intirizziti e infangati lottano contro tempo e pietre per giungere a Oudenaarde, da qualche anno a questa parte centro di gravità della Ronde in quanto sede d’arrivo tanto delle corse (maschili e femminili) dei professionisti quanto di quelle cicloamatoriali del sabato.

Noi vi giungiamo nel pomeriggio dopo esser passati da Ronse, dal Nuovo Kruisberg e da altri punti più volte ammirati in tv e troviamo un centro città brulicante di specialissime e gente soddisfatta di aver ultimato la propria fatica. Gli arrivi si susseguono senza soluzione di continuità e, nel giro di qualche minuto, vengono opportunamente celebrati a suon di birra e frites nei locali che si affacciano sulla piazza del mercato o in molti casi, per rimanere in tema, anche nel colorato Peloton Cafè del Centrum Ronde Van Vlandereen.

È qui che, dopo esser sgusciati tra maglie, cimeli, prime pagine di un tempo e ciclisti intenti a recuperare energie (fra cui intravediamo anche volti noti come quello di Pippo Pozzato), arriviamo prima al fornitissimo fan shop e poi, soprattutto, all’ingresso del museo del centro che permette (pur con limitate spiegazioni in inglese) di entrare più a fondo nelle pieghe della specificità e della storia della Ronde. Dati, curiosità, immagini e tributi rendono, tutti assieme, molto bene l’idea di quanto sia grande la manifestazione ideata nel 1913 da Karel Van Wynendaele ma, sinceramente, a stupire più di tutto è l’aggiornatissima ala dedicata alla storia dell’attuale formazione di riferimento del ciclismo femminile, il Team SD Worx-Protime di quelle Lotte Kopecky, Lorena Wiebes e Demi Vollering i cui caschi, maglie e biciclette adornano le pareti. La ricostruzione delle vicende che hanno portato la squadra olandese a guidare il movimento delle donne è incredibile (e, pensando alla considerazione del movimento in Italia, inconcepibile) così come, qualche stanza più avanti, è incredibile veder prendere forma davanti ai nostri occhi gli albi d’oro dettagliati con tutti i vincitori. L’esperienza è quanto mai immersiva e aiuta a comprendere come il successo globale del Fiandre si sia basato e si basi ancora su uno scambio reciproco tra protagonisti della corsa e corsa stessa: tanto i primi danno alla seconda in termini di spettacolo, agonismo e gesta esaltanti, quanto questa è in grado di restituire in termini di consacrazione e popolarità.

Tra i protagonisti però non vanno menzionati solo gli atleti o le squadre ma anche una parte fondante della magia della Ronde, ovvero il pubblico. Quel pubblico che la mattina di Pasqua vediamo scendere a fiumi dalle navette (gratuite) approntate dall’organizzazione e invadere il Vecchio Kwaremont, cospargendolo di risate, urla, birra, musica, brindisi, sedie da campeggio, panini, bandiere e striscioni. Sullo strappo, ben prima che la corsa prenda il via da Anversa, va in scena sostanzialmente un’enorme fiera campestre, organizzata con attenzione e a cui tutti vogliono partecipare. Fan club, gruppi di amici, autorità locali, famiglie, stranieri, curiosi: c’è spazio per tutti sul Kwaremont dove tantissimi, tra aree food, tendoni vip, chioschi e gazebi, si danno appuntamento per celebrare insieme i campioni che animeranno la Ronde (e, come dimostrano gli affettuosi cartelli per Wout van Aert, anche gli assenti) e vivere allegramente, col sole o con la pioggia, una giornata di festa. Sono loro che, qualche ora dopo, scorteranno il passaggio dei corridori con un boato facilmente distinguibile anche dalle colline circostanti, un boato che scuote e di fronte al quale è difficile non rimanere colpiti. Provare per credere.

In questo clima di giubilo, in cui si è costantemente a contatto con gente accorsa sul posto per la stessa ragione, è impossibile quindi non finire per condividere spazi, impressioni ed emozioni con qualcuno. Interagire con gli altri è inevitabile e sono proprio queste interazioni, casuali e ognuna a suo modo stimolante, a far sì che il Fiandre possa conquistarsi uno spazio ancora più ampio nel proprio cuore. Non ci sono divisioni o barriere ma apertura e voglia di sperimentare assieme cosa l’evento possa regalare e ciò finisce per dar vita, nei luoghi iconici del percorso, a uno scambio quasi ininterrotto di saluti, sguardi, sorrisi e, ovviamente, dialoghi. Così, per esempio, ci si può ritrovare ad attendere il passaggio dei corridori gomito a gomito con un ex soigneur della Cofidis parlando di Christophe Laporte, Bretagna, Tro Bro Leon, favoriti, muri più complicati da scalare e italiani che potrebbero far bene. Oppure, al termine di un’incursione serale sul Koppenberg, imbattersi e scambiare due parole coi ragazzi del collettivo Puncheur, impegnati a pulire con spazzole il tratto di strada dopo lo scollinamento per disegnarvi nelle 2-3 ore successive le tipiche gigantrofie dei volti di alcuni protagonisti che più volte abbiamo scorto in tv dalle riprese aeree. Che siano fugaci o lunghi, questi incontri arricchiscono l’esperienza e lasciano facilmente intuire quanto il Fiandre attragga, muova e spinga le persone ad attivarsi per essere parte di qualcosa di unico. Provare per credere.

Ovviamente, oltre all’ambiente e alle persone, il Fiandre è ciò che è anche per la sua durezza, una caratteristica questa declinata nella morfologia delle strade affrontate, nelle vibranti pendenze dei muri da scalare e nelle variabili condizioni meteo che i corridori sono chiamati a tollerare. La reale portata e incidenza di questi aspetti da casa si percepisce forse in parte, sicuramente non in maniera compiuta. Per questo è necessario recarsi sul posto e vedere coi propri occhi quanto anche i tratti pianeggianti in realtà nascondano delle inclinazioni, quanto la sede stradale in alcune sezioni consenta a malapena il transito di una macchina, quanto il Paterberg sia una lama lastricata conficcata in un pendio che brucia i polpacci anche solo affrontato a piedi, quanto il tempo possa cambiare velocemente e passare da una mite primavera a un inverno fatto di scrosci violenti e raffiche taglienti da cui, anche stando fermi, coprendosi e provando a ripararsi, non puoi fuggire (e men che meno in bici). In loco, dunque, realizzi quante e di che fattezze siano le criticità che i corridori devono superare in gara e, anche in base a queste, hai modo di ipotizzare con più cognizione di causa gli scenari che potrebbero materializzarsi. Ne è un esempio la previsione fatta da noi dopo aver visto sabato sera le condizioni del Koppenberg: trovandoci costantemente a slittare sulle pietre per totale assenza di aderenza col terreno e vedendoci costretti a cercare degli appigli lato strada per non finire letteralmente col sedere all’aria (o meglio, nel fango), ci siamo resi conto che, se l’indomani avesse piovuto di nuovo prima del passaggio, quel muro sarebbe stato fondamentalmente impraticabile e ne avremmo viste delle belle. Tale ipotesi si è poi puntualmente avverata il giorno dopo quando solamente in tre in quel tratto sono riusciti a salire senza mettere il piede in terra, una scena d’altri tempi, da ciclismo in bianco e nero, certamente unica al giorno d’oggi ma in fin dei conti, per noi, non inaspettata dato che sapevamo in che condizioni versava quello scivolo travestito da strada in pavé dopo l’acqua delle ore precedenti.

Ancora una volta, come per apprezzare davvero il contesto ambientale, non sarebbe stato possibile percepire il reale stato delle cose se non ci fossimo trovati di persona nei luoghi della corsa, vigili, ricettivi, con gli occhi aperti e i sensi in allerta, pronti a carpire dettagli, a registrare impressioni, a tuffarci integralmente nelle pieghe (e vedendo le nostre scarpe domenica sera anche nella melma) della corsa, a lasciarci colpire dagli stimoli, dall’aria, dalle vibrazioni che essa produce. Tale principio vale certamente anche per altre corse ad altre latitudini ma il Fiandre, per il suo paesaggio, per le persone che vi gravitano attorno, per la nomea che ha e per come è sentito dentro e fuori dal gruppo, restituisce qualcosa di unico e impareggiabile che ripaga senza eguali la decisione di assistervi dal vivo.

Provate per credere dunque, prima o poi: la ricompensa non vi dispiacerà affatto.

 

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