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BETTIOL E QUEL SOGNO MONDIALE
di Giulia De Maio | 31/08/2022 | 08:18

L’ultimo azzurro in grado di vincere un mondiale è stato Alessandro Ballan a Varese 2008. Il veneto era anche l’ultimo dei nostri ad aver vinto il Giro delle Fiandre prima della perla di Alberto Bettiol nell’edizione 2019. Ora il portacolori della EF Education - EasyPost, autore del mi­glior piazzamento azzurro in un Tour avaro di soddisfazioni per i nostri colori, è pronto a mettersi l’Italia in spalla come capitano della Nazionale del CT Ben­nati per la rassegna iridata australiana. Intanto il 28enne toscano è stato l’azzurro che è andato più vicino a far festa alla Grande Boucle perché salendo verso Mende lo ha battuto solo un grande Michael Matthews.

«L’australiano ha vinto in Francia, ma il 25 settembre “in casa sua” cercherò di ribaltare la situazione - afferma deciso il vincitore della tappa di Stradella al Giro 2021 -. Lui e tutti gli altri big do­vranno vedersela con una grande Ita­lia». E con un Bettiol finalmente al 100% dopo anni bui tra guai fisici e perdite importanti, che lo hanno reso più maturo. In questa estate caldissima Alberto racconta a tuttoBICI il suo av­vicinamento alla sfida iridata, svela quanto vorrebbe poter chiacchierare ancora di ciclismo con Alfredo Martini e confida che sa già a chi porterebbe i fiori nel caso in cui il 25 settembre riuscisse a centrare il colpaccio. Non succede, ma se succede...

Iniziamo da un bilancio del Tour de France.
«Sia per me che per la squadra direi che è positivo. Siamo arrivati veramente vicini a realizzare qualcosa di eccezionale. Ad Arenberg abbiamo sfiorato la maglia gialla con Powless; Cort Niel­sen è stato protagonista di tutta la pri­ma parte, ha fatto impazzire i tifosi da­nesi e ha vinto una splendida tappa a Morzine; a Mende ho sfiorato io la vittoria di tappa. Fossimo riusciti a conquistare la maglia anche solo per un giorno e a vincere un’altra frazione, il bilancio sarebbe stato sensazionale, ma non abbiamo comunque rimpianti. Gue­rreiro, su cui puntavamo per la classifica generale, è caduto; da Uran, per quanto non sia più un giovanotto, ci si poteva aspettare di più, ma ab­biamo fatto del nostro meglio. Io so­no davvero felice per come ho reso in un giro molto duro, nell’ultima settimana sono praticamente sempre stato in fu­ga, non era scontato riuscire a farsi ve­dere davanti non essendo un velocista, uno scalatore o Van Aert. Sì, Wout è di una categoria a parte. Io avevo una cartuccia sola e l’ho sparata nella quattordicesima tappa, se poi ho trovato Mat­thews nella giornata della vita pos­so recriminare poco. Avrei potuto te­nerlo un pochino più vicino a me e in ci­ma alla salita attaccare in modo deciso, come ha fatto lui. Ad ogni mo­do, quando sulla tua strada incontri uno più bravo mi hanno insegnato a battergli le mani e riprovarci. Ne riparliamo a fine settembre...».

Cosa ti ha lasciato IL Tour?
«La consapevolezza di stare finalmente bene: essere costante in tre settimane di gara a questo livello è stata una bella sorpresa sia per me che per il mio allenatore Leonardo Piepoli. In questo Tour non potevi permetterti di avere un problema fisico, io finalmente ho risolto i miei. L’anno scorso è stata dura doversi fermare dopo le Olim­piadi ma è servito, il riposo forzato mi ha permesso di sottopormi a una terapia più giusta che, ora lo possiamo di­re, ha funzionato. Aver ritrovato continuità, dopo che l’anno scorso ho cor­so poco, mi rende fiducioso, anche perché non sono ancora nelle versione mi­gliore possibile. Non pensavo di essere così competitivo perché per il Covid a giugno avevo anche perso 4 giorni di allenamento. È difficile far ripartire il fisico dopo un lungo stop, ma mi sento in crescendo. Al Tour di certo non ho raggiunto il mio picco stagionale, questo mi fa ben sperare per gli appuntamenti alle porte e per il mondiale, che è l’obiettivo numero uno del mio 2022».

In maglia azzurra ti avevamo lasciato il 24 luglio 2021 a Tokyo2020 14° nella prova in linea, frenato dai crampi quando eri nel gruppo dei migliori, e 11° nella cronometro di quattro giorni dopo.
«Quei crampi non sono andati giù a nes­suno, in primis al sottoscritto. Era­no dovuti al mio fisico infiammato, era­no un sintomo della colite ulcerosa di cui avevo già sofferto l’inverno precedente e un segnale che il corpo mi sta­va inviando per dire “basta”. Ab­biamo indagato, non solo per la prestazione in sé ma perché nei giorni successivi non stavo per niente bene. Mi sono recato a Livigno per preparare la Vuelta e il mondiale, ma facevo fatica a fare qualsiasi cosa, così abbiamo cambiato terapia. Dai farmaci siamo passati alle fle­bo a cui mi sono sottoposto all’ospedale Mauriziano Umberto I di Torino, seguito dal gastroenterologo Sandro La­vagna, con il quale sono stato messo in contatto da un medico della Ju­ven­tus, Paolo Cavallo (Alberto è un tifoso bianconero, ndr). Ci so­no voluti quasi sei mesi, ma questa volta pare proprio cheil problema sia alle spalle. Per curare l’infiammazione acuta al co­lon e tornare ad essere una persona in salute ho impiegato da agosto a febbraio, il Tour appena concluso è la pro­va che anche dal punto di vista atletico sono tornato».

Il nostro ciclismo non sembra stare altrettanto bene. Miglior piazzamento in classifica del debuttante Simone Velasco, 31° a oltre due ore da Vingegaard, per le tappe il tuo secondo posto. Non vinciamo al Tour da 64 tappe, l’ultima con Vin­cenzo Nibali a Val Thorens 2019.
«Non penso la situazione sia così tragica, considerando il contesto. Matteo Trentin non ha potuto partire per col­pa del covid; Damiano Caruso tra le ma­gagne varie che ha dovuto subire con la sua squadra prima del via (il riferimento è all’inchiesta promossa dall’Eu­ro­pol già un anno fa durante il Tour e alle perquisizioni nelle case di corridori e membri dello staff della Bahrain Victorious a ridosso della Gran­de Bou­cle di quest’anno, ndr) e il virus che non ha risparmiato nemmeno lui, non ha potuto esprimersi ai livelli che ci ha abituato; Filippo Ganna è il campione del mondo della cronometro ma ha trovato due prove non adatte a lui e ha dovuto lavorare per la squadra. Ab­bia­mo dei giovani che ci fanno ben sperare per il futuro. Alberto Dainese mi ha stupito, non solo per le doti in volata che aveva già messo in mostra al Giro d’Italia: in salita è davvero forte, ha un gran potenziale, se continua così presto lo vedremo confrontarsi con i mi­gliori velocisti al mondo. Andrea Ba­gioli è stato male, Mattia Cattaneo ha messo in campo una bella prova, Luca Mozzato si è fatto vedere in un Tour de France in cui era tutt’altro che facile mettersi in mostra visto che più della metà è stato dominato dalla Jumbo Visma».

Il giorno dopo il Tour più veloce di sempre, che hai fatto?
«Ho unito l’utile al dilettevole: pedalando con Greta (la fidanzata, figlia di Andrea Tafi, ndr) a Montmartre, con le bici da passeggio che si possono no­leggiare in città, e così ho già fatto una parte della ricognizione del percorso dei Giochi di Parigi 2024... Poi in tre­no fino a Lugano, dove abitiamo. Il giorno dopo ho riposato, ma mercoledì ho macinato quattro ore visto che nel weekend avevo in programma San Se­bastian e Getxo. Dopo queste due gare in Spa­gna, altura a Livigno fino a Fer­ra­gosto. Poi Amburgo, Bretagne Clas­sic, le gare canadesi. Da lì, direttamente in Au­stralia. A Parigi non ho avuto modo di incrociare il CT Daniele Be­nnati, ma abbiamo cominciato a confrontarci già da tempo. L’investitura che mi ha dato dopo aver fatto la ricognizione del circuito di Wollongong mi gasa, mi carica, non mi mette pressione o ansia. Es­sere leader non mi spaventa. Otte­nere un successo prima di partire per l’Australia servirebbe più a me che per dimostrare qualcosa. Quando si vince, vedi le cose in maniera diversa, ma so che il Benna si fida di me e del mio allenatore, così come faceva Cas­sani».

Ti senti pronto a essere il riferimento dell’Italia?
«Sì, è già stato così ai Giochi di Tokyo l’anno scorso. Ho partecipato a tre Mon­diali, mi sento abbastanza esperto. Il Mondiale è come una grande classica e io ne ho già vinta una. Non mi sento inferiore a nessuno, allo stesso tempo so che ci saranno Van Aert, Pogacar, Alaphilippe, Van der Poel... Noi però siamo l’Italia, un bel gruppo. E dobbiamo dire la nostra, attuare la strategia giusta senza avere rimpianti, anticipare i favoriti-fenomeni che stanno riscrivendo la storia del nostro sport. Il no­stro obiettivo non dovrà essere restare in un gruppetto con loro, altrimenti si rischia di correre per il piazzamento. Bisogna muoversi prima, rendere la cor­sa dura per far fuori i velocisti, essere in superiorità numerica. Sulla carta sembra un Mondiale come quello di Bergen 2017, poi magari piove e diventa duro come Harrogate 2019. Par­lan­do degli umani faccio i nomi degli au­straliani Matthews e Caleb Ewan, che non vorranno fallire correndo in casa. Per una volata ristretta mi aspetto soprattutto il primo».

Il mondiale era un tuo obiettivo già l’anno scorso.
«Mi ha fatto veramente male non po­terlo disputare: vedere i miei compagni e amici di Nazionale, con cui condivido allenamenti e gare, che lottavano in Belgio mentre io ero in uno studio tv a Milano mi è bruciato non poco. La Rai mi ha dato l’opportunità di commentare la prova iridata ed è stata una consolazione, ma avrei voluto essere sulle strade delle Fiandre con il numero sulla schiena. Questo mondiale per me sarà diverso dagli altri perché lo attendo da due anni, sapevo che sulla carta era adatto alle mie caratteristiche, le parole di Ben­nati mi hanno responsabilizzato ancora di più. Delle edizioni passate ricordo tutte le vittorie italiane: le due maglie iridate di Paolo Bettini, soprattutto la seconda vestita a Salisburgo, Cipollini a Zolder, Ballan a Varese. Alessandro prima di me era l’ultimo italiano ad aver vinto il Fiandre, attualmente è l’ultimo ad aver vinto un mondiale. Chissà chi sarà il prossimo...».

Come ti preparerai?
«Voglio entrare nel clima mondiale pia­no piano. Arriverò in Australia tre giorni prima rispetto agli altri azzurri, volando direttamente dal Canada, per adattarmi bene e vedere tutto con cal­ma. Con il Tour nelle gambe in questi due mesi non ci sarà da allenarsi in modo esagerato, ma semplicemente sta­re attenti all’alimentazione e continuare questo trend positivo. Con il CT abbiamo fatto dei nomi e immaginato un ipotetico svolgimento della corsa, ma è presto per svelare le nostre carte. Ho corso tre volte il Tour Down Un­der - che spero riparta presto come le altre corse di inizio stagione - e ho dei bei ricordi legati alla terra dei canguri. Sono stato in zona Adelaide e Mel­bourne, mai a Sydney dove i miei genitori hanno trascorso il viaggio di nozze nel 1990 e mi descrivono da sempre come una meta da sogno. Speriamo si riveli tale anche per me».

A proposito di famiglia, che dice il suocero?
«Andrea è tanto che non lo vedo perché in Toscana manco da un po’, ma è venuto a seguire una tappa al Tour e ormai si emoziona tanto quanto la mia mamma e il mio babbo. Mi vede come un figlio adottivo più che come il fidanzato della figlia. Mi dà consigli, si in­cazza quando sbaglio, si commuove quando faccio qualcosa di buono. Con Greta eravamo già fidanzatini da piccoli, abitavamo vicini quando io ave­vo 17 anni e correvo tra gli juniores, lei ne aveva 14 ed era la miss del Giro del Veneto, poi ognuno ha preso la sua strada e ci siamo persi di vista. Ci sia­mo ritrovati dopo tanti anni, du­rante la pandemia, a Lugano, dove lei stava frequentando un master all’U­ni­ver­si­tà. È una social media specialist per un’azienda di moda. Visto che è il suo lavoro, ne approfitto e mi faccio aiutare con le mie pagine».

Pensando alla maglia azzurra viene subito in mente Alfredo Martini. Hai ancora il libro che ti aveva prestato per la maturità?
«Certo, a casa dei miei genitori a Ca­stel­fiorentino. Quando frequentavo la quinta liceo chiesi al mio diesse Ga­brie­le Balducci di farmi parlare al te­le­fono con il grande Alfredo perché, per la tesina che stavo preparando sulla se­conda guerra mondiale. come collegamento con lo sport avevo pensato a Bar­tali: lui aveva corso insieme a Gino e mi avrebbe potuto regalare aneddoti preziosi. Alfredo fu così gentile da invitarmi nella sua casa di Sesto Fioren­ti­no, mi accolse con le sue figlie, mi die­de dei fogli scritti di suo pugno e mi consegnò un libro su Ginettaccio di cui aveva firmato la prefazione. Aveva ap­puntato con le “orecchie” i punti che mi servivano per la tesi, era stato davvero premuroso e poi ricordo che se­guimmo insieme in tv l’arrivo della Freccia Vallone. Era un mercoledì del 2012, 10 anni fa. Alfredo già prima di quell’incontro mi conosceva perchè avevo vinto il Campionato Europeo a crono da junior, poi lo rividi alla Ca­stellina quando venne a trovarci in ritiro con il mitico Marco Mordini, e poi ancora ai campionati mondiali di Co­pena­ghen».

Prima del mondiale sarebbe bello ascoltare uno dei suoi discorsi.
«Alfredo incantava con le sue parole e fino all’ultimo è stato un riferimento per i ciclisti italiani di ogni generazione. Se fosse ancora qui con noi, mi piacerebbe chiedergli cosa ne pensa di que­sti numeri e watt che comandano il ciclismo di oggi, di come è cambiata l’alimentazione (la carne rossa ormai è da abolire, fino a qualche tempo fa la mangiavamo tre ore prima della gara!), di queste bici sempre più al limite, di questo mondo che scorre veloce tra te­le­camere e social, radio e computerini. Una confusione assoluta in cui è facile che un ragazzo si perda. Io come Bal­duc­ci, Bennati e tanti altri siamo cresciuti con figure come lui e Marcello Massini, simboli di un ciclismo puro e autentico che non c’è più. Spesso mi ritrovo a raccontare com’era ai compagni più giovani che non hanno mai provato a pedalare senza potenziometro e al mattino non conoscono alternative al porridge. Io sono stato abituato in altra maniera. Mi manca parlare di ciclismo con Alfredo».

E non solo con lui, immagino.
«Battaglia (Mauro Battaglini, ndr) mi manca anche di più perché per me è stato un nonno, uno zio, un fratello, un amico e poi anche il mio procuratore. Mi manca nella vita di tutti i giorni. Lui aveva la forza di scuotermi, ogni tanto mi perdevo in un bicchiere d’acqua e lui era l’unico che sapeva rimettermi sulla retta via. Gabriele (Balducci) è un amico, mi vede più come un fratellino quindi è difficile che mi brontoli dietro; Leonardo (Piepoli) è pagato da me e mi dà consigli preziosi ma se non vo­glio seguirli giustamente mi dice “ar­rangiati”. Mauro ci teneva a me e interveniva come un babbo quando il figlio va male a scuola. Io mi perdo facilmente e dal 5 settembre 2020 mi man­ca un bel pilastro: ho vissuto un periodo di assestamento non facile. Non succede, ma se succede che in Australia vada come sogno, un fiore a Mauro lo porterò di sicuro. Dopo il fu­nerale non so­no mai tornato al cimitero perché al solo pensarci sento un pugno allo stomaco, ma lui è sempre con me. Custo­disco i suoi insegnamenti e ri­cordi, così è come se non fos­se mai andato via. Mi ha la­sciato a 28 anni, fosse successo a 20 sarebbe stato davvero un casino. Aver affrontato la pandemia senza di lui è stata ancora più dura, ma mi ha fatto crescere. Al mondiale darò il massimo, anche per lui».

da tuttobici di Agosto

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