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FIORENZO MAGNI, IL FLANDRIEN ITALIANO
di Francesca Monzone | 03/04/2022 | 09:15

In Belgio sono pochi gli uomini a cui viene dato l’appellativo di Flandrien e tra questi c’è anche un italiano, Fiorenzo Magni, l’uomo capace di vincere il Giro delle Fiandre tre volte consecutive. La sua prima partecipazione è stata nel 1948, ma fu costretto a ritirarsi e poi partecipò altre tre volte vincendo nel 1949, 1950 e 1951.

Il prossimo 19 ottobre saranno dieci anni dalla scomparsa di Magni, di quel corridore straordinario, che da molti veniva chiamato il “Terzo uomo”, l’unico capace di inserirsi nell'eterna lotta fra Fausto Coppi e Gino Bartali. Probabilmente, se Magni fosse nato in un altro periodo sarebbe stato il più forte di tutti, ma il destino decise che la sua storia doveva essere scritta in quegli anni.

La Ronde è stata il suo capolavoro e per questo il Belgio lo ha acclamato come colui che sapeva correre come i fiamminghi, anzi, meglio dei fiamminghi, perché il suo record ancora oggi è rimasto imbattuto. Quando nel 1948 per la prima volta arrivò nelle Fiandre, non sapeva nulla di quei posti e decise di prendere un albergo a Gent. «In quegli anni era diverso tutto da oggi – aveva raccontato Magni nella sua ultima intervista per la televisione belga – Ero andato a correre da solo e non avevo neanche la macchina che mi seguiva in corsa. Scelsi un albergo appena scesi dal treno che arrivava da Bruxelles, non lo avevo prenotato prima e fui fortunato perché il proprietario era un ex corridore e mi accolse come un figlio».

Magni a Gent aveva trovato una seconda famiglia e ogni volta che tornava in Belgio scendeva sempre nello stesso hotel. «Arrivai in treno e poi prosegui in bici perché in quegli anni si usava così. Ci fu poi un signore che si propose di aiutarmi in corsa, era un meccanico  e mi passava le borracce con dentro il tè caldo. Quel tè caldo mi fu veramente di aiuto in corsa».

Quando nel 1949 tornò in Belgio il campione toscano aveva le idee più chiare e quel pavè così duro aveva imparato a dominarlo. «Ricordo che quando passavo sui settori di pavè c’era la gente che gridava in francese:“c’est le mème, c’est le mème” e questo mi dava coraggio». Il numero tre, è stato senza dubbio quello che ha segnato la vita di questo straordinario eroe del ciclismo, perché ha vinto 3 Giri d’Italia (1948, 1951 e 1955), 3 Giri delle Fiandre consecutivi tra il 1949 e il 1951 e 3 campionati italiani su strada (1951, 1953 e 1954). Ha conquistato anche 3 Giri del Piemonte (1942, 1953 e 1956) e 3 Trofei Baracchi a cronometro a coppie (1949-51). Un palmarès il suo, arricchito dalla vittoria di 6 tappe e i 24 giorni di maglia rosa al Giro e anche questi sono multipli di 3. 

«Quando ripenso alle mie vittorie in Belgio, ogni volta mi chiedo se sia accaduto veramente. La prima volta uno può vincere, la seconda è già più difficile ma la terza è impossibile e poi vincere contro i belgi a casa loro è incredibile. Avevo capito di essere uno di loro». 

Magni era un uomo con forti gambe e grande testa e aveva subito imparato a correre con il freddo e la pioggia delle Fiandre e le sue corse le preparava in ogni dettaglio. Quando vinse per la prima volta il Giro delle Fiandre nel 1949, aveva effettuato una ricognizione accurata dell’intero percorso. Per questo quando arrivò in prossimità del traguardo con un folto gruppo di corridori, sapeva che gli ultimi metri erano in leggera salita, per questo aspettò pazientemente il momento migliore per farli cadere tutti. «Dopo quella vittoria ho scoperto che potevo essere un fiammingo, perché correvo nel loro stesso modo, quando vedevo il pavè non avevo paura, non mi tiravo indietro e attaccavo, era quello il mio modo di correre e non l’ho mai cambiato». Proprio per questo suo modo di correre, Fiorenzo Magni, ha conquistato il nome di “Flandrien”, un sostantivo che racchiude in se’ un significato profondo, quasi un titolo nobiliare, concesso solo a chi è capace di compiere grandi imprese.

Se qualcuno però pensa che l’impresa più grande di Magni sia stato il Fiandre, sta commettendo un errore.  Il traguardo più eroico di Fiorenzo è stato il suo leggendario Giro d’Italia del 1956, a 35 anni, nel suo ultimo anno da professionista. Magni cadde nella discesa verso Volterra durante la tappa da Grosseto a Livorno, risalì in bici e la sera venne portato in ospedale, dove gli venne riscontrata la frattura della clavicola sinistra. Il toscano non solo rifiutò di farsi ingessare la spalla ma il giorno dopo si presentò al via della corsa a Bologna per la cronoscalata di San Luca. Magni aiutato dal suo meccanico, fece legare una camera d’aria al manubrio della sua bici come se fosse una corda e per evitare di sforzare la spalla, teneva stretta tra i denti l’estremità. Quelle immagini di Magni che corre a denti stretti sulla rampa delle Orfanelle, resteranno per sempre il simbolo di quel ciclismo che, grazie ai suoi campioni, ha trovato l’eternità. Quattro giorni dopo quella tappa, Magni cadde di nuovo, rompendo la parte superiore del braccio sinistro. Privo di sensi,  fu portato sull'ambulanza, ma quando si riprese poco dopo, chiese di riavere la sua bicicletta e rientrò nel gruppo che lo stava aspettando. Ma il bello di quel Giro d’Italia doveva ancora arrivare e nella diciottesima tappa naturalmente dolomitica, sul Colle Rolle e sul Bondone con neve e ghiaccio, Magni conquistò il secondo posto della classifica generale a 3'27'' da Charly Gaul. Quella fu un’altra giornata eroica, perché sessanta corridori non arrivarono mai al traguardo. 

Fiorenzo Magni, è stato il Leone delle Fiandre, un vero Flandrien, che se non avesse avuto la sfortuna di incontrare Coppi e Bartali sul suo percorso sarebbe stato il più forte di tutti e non il “Terzo uomo”.

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