Una bufera di neve, una tempesta di ghiaccio. Le montagne invisibili, la strada impraticabile. Le gambe avorio, le mani insensibili. E la discesa. Manca una quindicina di chilometri all’arrivo: quella discesa è una tortura, un martirio. Ed ecco un pensiero, come una disperata speranza: se moro – si rivolge a sé stesso – me sarvo. Se muoio, mi salvo.
E’ il 5 giugno 1988, il Giro d’Italia, la tappa da Chiesa Valmalenco a Bormio, la tappa del Gavia. Quel corridore che, se muore, si salva, è Pino Petito, viene da Civitavecchia, ha 28 anni, è al suo ottavo anno da professionista, gareggia per la Gis Gelati ed è l’allievo prediletto di Sandro Scaccia. Il pensiero di quel “folle ma soave momento”, “tale è la sofferenza in quel momento che il pensiero della morte diviene dolce e consolatorio”, sono sue, ma probabilmente anche del suo maestro, quello che lo ha “cresciuto” nella sua “bottega”. Non dovrà morire, Petito, per sopravvivere. Ma fare come sempre: stringere i denti. E pedalare.
“Se moro me sarvo” è il titolo di un libriccino voluto da Francesco Scaccia, figlio di Sandro, scritto da Marco Milano e pubblicato nel 2015 (84 pagine, nessuna indicazione di prezzo). La storia di Sandro Scaccia, o come da sottotitolo “Storia e storie di Sandro Scaccia, di ciclismo, di vita, e di grandi uomini e grandi imprese”. Una storia novecentesca e rotonda, ricomposta con affetto e rispetto, da leggere e ascoltare, da immaginare e anche da inspirare, l’odore dell’olio e del grasso, delle gomme e delle catene, a suo modo una camera d’aria che sa di biciclette e passioni.
Gli Scaccia che dalle Marche erano emigrati nel Lazio e che ad Allumiere si occupavano di bestiame. Lui, Sandro, che aveva nove anni quando il padre, Francesco, gli affidò il compito di portare una cavallina da Allumiere a Orbetello, partì all’alba, arrivò nel pomeriggio, missione compiuta. Gli Scaccia che da Allumiere si trasferirono a Civitavecchia e gestivano una macelleria, prima che la Seconda guerra mondiale radesse al suolo la città e le esistenze. Lui, Sandro, che aveva già cominciato ad andare in bicicletta, prima a spasso, poi in gara. Lui, Sandro, che dopo la guerra ricominciò a vivere sognando e aprendo una bottega di meccanico per bici, con l’aiuto di un amico e il sostegno del padre, e che ricominciò a correre, stavolta con una maglietta della Mater, usata e rattoppata. Lui, Sandro, che quando aveva bisogno di un pezzo di ricambio saltava sulla bici e andava a Roma, da Lazzaretti o da Chiappini, 80 chilometri ad andare e 80 a tornare. Lui, Sandro, che nei primi anni Cinquanta traslocò la bottega in via Baccelli al civico 18, la stessa – riveduta e corretta – dove ancora adesso Francesco, figlio di Sandro, conduce un negozio in cui si vendono e si riparano biciclette. E dove si tramandano storie di corse e corridori.
Quella volta che Sandro convinse il suo compagno di scuola Antonio Pizzabiocca a diventare socio, poi lo mandò alla Torpado di Torino per specializzarsi nella tornitura. Quella volta che Sandro si recò a Milano, al Vigorelli, da Faliero Masi, per chiedergli di costruirgli un telaio per il nipote, e Masi replicò: “Di dove siete? Di Civitavecchia? E venite da me per un telaio, quando laggiù avete Pizzabiocca, il miglior telaista di Roma?”. Quelle volte che Bartali e Coppi, Magni e Bobet andavano dalle parti di Civitavecchia e si affidavano a Scaccia. Quella volta che proprio Louison Bobet volle Scaccia con sé come meccanico al Giro di Sardegna nel 1958 e 1959, e Sandro gli mise a disposizione anche la propria auto come ammiraglia. “Quando si imbarcarono al porto di Civitavecchia i corridori francesi scoppiarono tutti a ridere perché nel caricare la macchina a bordo il fondo dell’auto si era palesato e si era scoperto che erano stati usati dei pannelli pubblicitari di alluminio per sigillare il fondo”. Quella volta che Sandro preparò la bici per Fausto Coppi, era il novembre 1954, e il Campionissimo gareggiava in una riunione a Civitavecchia su una pista in terra battuta. Quella volta che Sandro, attività prevalentemente in pista, si laureò campione regionale negli stayer e fu terzo ai campionati italiani, Quella volta che Sandro disputò un omnium al velodromo di Roma e nella prova dietro motori batté tutti, anche professionisti (ma non specialisti) come Livio Trapè e Vito Taccone. E Marcello Mealli, l’organizzatore, un po’ scherzando e un po’ no, gli disse che non lo avrebbe più invitato. E nessuno sapeva che, per partecipare a quella prova, Sandro si era svegliato alle sei di mattina e a Roma era andato in bici.