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VISENTINI NELLA HALL OF FAME DEL GIRO, TRA GLI AMICI DI SEMPRE E L'APPELLO DI COLNAGO: «TORNA NEL CICLISMO...». GALLERY.
di Nicolò Vallone | 30/01/2026 | 14:23

«Il momento più bello della carriera? Quando ho smesso...»

In questa frase, che non sai mai quanto sia vera o quanto frutto del personaggio, si addensano tante peculiarità che rendono unico Roberto Visentini e il suo ingresso nella Hall of Fame del Giro d'Italia, celebrato stamattina. E se il Giro è l'evento che rappresenta e diffonde l'eccellenza italiana nel mondo, quale miglior location di Eataly Smeraldo a Milano, e quale partner migliore dell'Italian Trade Agency? Alla presenza di Gianni Bugno (entrato nella HoF sempre qui da Eataly a fine 2024) e di altri campioni e compagni di squadra come Claudio Chiappucci e Guido Bontempi, di un altro grande amico del protagonista come il direttore del Giro d'Italia Stefano Allocchio, di un fuoriclasse delle bici come Ernesto Colnago, e con una conduzione targata RCS ad opera del direttore di Sportweek Pier Bergonzi, Roberto Visentini è entrato ufficialmente nel parterre de roi della corsa rosa.

Dopo i saluti istituzionali dell'amministratore delegato di Eataly Andrea Cipolloni, del Chief Innovation Officer dell'agenzia ITA Luca Di Persio e del CRO di Rcs Sport Matteo Mursia, parola al dialogo tra Bergonzi e Visentini:

«Dalle parti di Gardone Riviera il ciclismo era una scelta naturale. Entrai nella squadra locale e poi ho fatto strada. Nel 1975 diventai il primo campione del mondo Juniores della storia, in un sondaggio della Gazzetta risultai "l'uomo dell'anno" davanti a Lauda e Borg. Ricordo i primi anni in gruppo, con una bravissima persona come il signor Felice Gimondi e altri campioni. Dopo annate in buone squadre, nel 1983 in Inoxpran feci al Giro il tempo complessivo migliore ma vinse Saronni con gli abbuoni da mezzo minuto. Poi il team di Boifava diventò Carrera Jeans e nel 1985 portai la maglia rosa nove giorni, ma per un problema di salute finii all'ospedale di Brescia e dovetti ritirarmi; comunque non avrei mai potuto battere Hinault. Poi, il Giro del 1986: partii con una fasciatura in vetroresina per una frattura allo scafoide, ma dalla prima tappa di Palermo mi dimenticai ogni dolore e mi sentii bene fin da subito. Vinsi una tappa in Basilicata, ma il Giro lo vinsi a Foppolo arrivando terzo nonostante un problema al cambio e un parziale cambio di catena. Vinse Muñoz e secondo fu il favorito della corsa Lemond, però in classifica riuscii a stare davanti a lui, Saronni, Baronchelli, Moser… e difesi la maglia rosa nel finale di Merano nel giorno del mio 29° compleanno.»

Tante altre considerazioni le sentirete nella puntata di lunedì 2 febbraio del nostro podcast BlaBlaBike, ma ecco come Visentini ha proseguito il suo racconto da Eataly: «Io benestante? Negli anni Settanta stavano bene tutti, e meglio di tutti stavano i ladri (scherza, ndr). Gli altri corridori venivano dal mondo contadino e io no? Che vuol dire, i contadini avevano più soldi degli artigiani! Chiappucci e "Bontemponi" qui presenti? Sono stati tra i miei compagni più onesti. Ricordo con affetto anche Davide Cassani mio compagno di stanza in quel Giro del 1986. Il tradimento di Sappada? Mi fa piacere pensare di aver salvato dalla *** certi personaggi. Ho vinto meno di quanto avrei potuto? Gli altri andavano veramente forte, eh! Ho lasciato il ciclismo dall'oggi al domani e ho dato via quasi tutti i premi e cimeli, conservo solo la coppa del Giro vinto e ora conserverò il Trofeo Senza Fine. Tuttora non conosco i corridori, il Giro è passato due volte sotto casa e non sono andato a vederlo. A mio figlio ho detto che se avesse corso in bici gli avrei tagliato le gambe, troppi sacrifici avevo fatto io e non volevo li dovesse fare anche lui.»

Battute finali: «A volte potevo fare meglio o altre peggio, ma direi che della mia carriera sono soddisfatto. Il corridore con più talento che ho visto? Bernard Hinault. Quello con più grinta e volontà, Francesco Moser. Pensate a tutte quelle ore e giornate di allenamento a Città del Messico per il record.»

Battute finali... degli altri presenti. Beppe Conti: «Visentini andava forte su qualsiasi terreno, crono e montagne. Avercene così. Ha corso in un'epoca dove disegnavano i Giri d'Italia per Moser e Saronni, perché il Giro stava perdendo appeal e continuavano a vincerlo degli anti-personaggi...» e un altro decano del giornalismo, Gianfranco Josti: «Quando Visentini vinse il Giro d'Italia, l'indomani andammo a casa sua e la conferenza stampa la fece praticamene sua madre, spiegandoci com'era fatto suo figlio; la signora ci fece un ritratto perfetto.» Un accorato Maestro Colnago si è invece rivolto direttamente a lui: «Roberto, sono così felice di essere qui a festeggiarti. Avresti potuto vincere di più, ma quel che conta è che sei sempre stato te stesso, col tuo carattere. Ti prego, occupati anche di ciclismo e aiuta il movimento. Aiutaci a trovare e formare i talenti italiani, i giovani hanno bisogno di aiuto in questo ciclismo dove sono costretti ad andare a fare i gregari!» Bontempi: «Ricordo tutte le mattine ad allenarci insieme, compresa quella in cui, a 50-70 km da casa, ci fermammo a bere del vino anziché dell'acqua (sorride, ndr). Quando volevamo allenarci "per davvero" eravamo sempre io, lui e Bruno Leali.» Chiappucci: «Passai professionista nel 1985 e feci con Roberto il suo primo Giro, ricordo quando uscimmo in allenamento per la prima volta sotto acqua e neve, per me lui era impressionante, gran capitano; anche in discesa, che magari lo ricordano in pochi... L'unica volta che l'ho visto veramente arrabbiato era a Sappada.» Bugno: «Roberto era uno dei pochi a competere realmente con Moser, Saronni e Hinault, mi piaceva molto da vedere in televisione ed era uno di quelli che prendevo a modello». Allocchio: «L'unico mio difetto è di non essere stato ancora a casa sua, ma sono forse l'unico con cui si è visto e sentito senza interruzioni negli oltre trent'anni dopo il suo ritiro.» Cameo conclusivo di Vincenzo Nibali: «Ricordo da piccolo quanto mi piaceva vederlo con la sua postura innovativa a cronometro, era uno dei campioni di cui papà mi parlava di più.»

Al termine di questa parata di stelle e ricordi, compresa quella bici tagliata e riconsegnata in quaranta pezzi nel 1984 «perché qualcosa nella squadra non andava in modo corretto» ecco il momento clou: la consegna a Roberto Visentini del Trofeo Senza Fine e della maglia di ITA con Piazza XXV Aprile sullo sfondo; insieme agli amici presenti, alla moglie Elisabetta e ai figli Matteo e Alice. Un momento che, in parte, potete vedere sul nostro profilo Instagram.

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