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UNA MENTE FINLANDESE DIETRO LA ISRAEL: A LEZIONE DA KJELL CARLSTRÖM
di Carlo Malvestio | 13/12/2019 | 08:00

Parla correttamente finlandese, italiano, inglese, francese e svedese, ma se la cava anche col danese e lo spagnolo. Kjell Carlström è l’uomo al quale il ciclismo israeliano ha affidato le chiavi del suo futuro, dandogli in mano la Israel Cycling Academy (ora Israel Start-Up Nation), che si sta preparando per uno storico sbarco nel WorldTour nel 2020. Di lui se ne è parlato poco in questi anni, dopo il suo ritiro dal professionismo nel 2011, ma con la più classica pacatezza e compostezza finlandese si sta ritagliando uno spazio sempre più importante all’interno del mondo del ciclismo, dimostrando delle doti manageriali importanti. Brillante e mai banale, i suoi corridori ne elogiano anche la capacità di gestire i rapporti umani, qualità non indifferenti in uno sport meraviglioso ma crudele come il ciclismo.

Come è nata questa opportunità di rilevare la Katusha?
«Ci stavamo guardando intorno, avevamo parlato con più di una squadra WorldTour per vedere se era possibile fare qualcosa insieme. Fin da inizio stagione erano stati i vertici della Katusha a proporsi a noi, solo che la trattativa non è decollata perché non erano convinti del nostro interesse di passare di categoria e perché comunque erano ancora in cerca di qualche sponsor che potesse permettere loro di continuare. Al Giro d’Italia ci siamo riavvicinati, ma anche in quel caso si è concluso con un nulla di fatto. Solamente a settembre sono arrivati convinti da noi spiegandoci le loro intenzioni e da lì è partito tutto l’iter che ci ha portato a rilevarla».

Voi vi stavate già preparando ad un altro anno da Professional?
«Sì, appena due settimane prima ci eravamo riuniti e avevamo deciso di fare gli ultimi movimenti di mercato e definire il roster, visto che avevamo lasciato qualche discorso aperto proprio in virtù di questa trattativa. E lì è sorto un problema, perché quando si uniscono due squadre ci sono i contratti da onorare dei corridori di due team. Quindi ci è toccato lasciare a piedi almeno sei/sette corridori ai quali se fossimo rimasti tra le Professional avremmo probabilmente rinnovato il contratto. In un baleno tutto è cambiato, per noi e, purtroppo, per loro, visto che alcuni hanno dovuto addirittura smettere per mancanza di alternative. Annunciarlo è stato ovviamente difficile, ma fa parte del mio lavoro e di questo sport».

Dal punto di vista organizzativo cosa cambia?
«Il primo cambiamento è il numero di persone all’interno dello staff, che aumentano decisamente. Per far sì che i corridori abbiano a loro disposizione tutti i comfort necessari e degni del WorldTour, bisogna che più persone dello staff vadano alle corse e non facciano mancare loro niente. L’investimento per i corridori è aumentato ed è normale che anche intorno a loro si debba alzare il livello. Chiaramente non siamo minimamente paragonabili a squadre come il Team Ineos, ma cercheremo di fare il meglio possibile con il nostro budget».

Anche quest’anno avrete un roster molto numeroso…
«Sì e penso sia meglio così. Perché se siamo nel WorldTour e abbiamo pochi corridori rischiamo di non poter più fare le corse con un livello un po’ più basso, il che vorrebbe dire automaticamente avere meno risultati e avere una squadra più demoralizzata. In fin dei conti si corre sempre per vincere».

Si sarebbe aspettato di diventare il team manager di una formazione WorldTour?
«No, non me l’aspettavo. Avevo cominciato con loro nel 2017 come direttore sportivo, ma subito hanno cominciato ad affidarmi sempre più responsabilità. Poi quando è arrivata l’ufficializzazione della nostra presenza al Giro d’Italia di quell’anno, il team manager di allora René Margaliot ha voluto farsi da parte, lasciando a me il ruolo. E da lì le cose si sono evolute molto velocemente».

Nel 2016 era una formazione Continental e adesso è nella massima divisione. Il progetto si è sviluppato in maniera rapidissima. Quando si potrà dire concluso?
«Difficile dare una risposta precisa. Questo progetto va al di là della squadra WorldTour o Professional. Ogni anno trova nuovi obiettivi, avendo alle spalle un’intera nazione come Israele, e questo è importante per andare avanti. Stiamo cercando di cambiare la cultura sportiva di un paese, che è una cosa difficilissima, però prendiamo spunto dal Regno Unito, dove il ciclismo è diventato uno sport super popolare dopo l’avvento della Sky. Con questo ciclismo sempre più globalizzato, penso sia una cosa che si può fare. In questi tre anni ho notato una passione crescente in Israele e la partenza da Gerusalemme del Giro 2017 ha dato il via ad un processo di avvicinamento verso questo sport».

L’anno scorso cercavate di schierare ad ogni corsa almeno un corridore israeliano. Quest’anno invece?
«Quest’anno sarà più difficile, perché una corsa WorldTour di una settimana, per esempio, è ben diversa da una corsa Continental .1. Chiaro che, però, al Tour de France un israeliano ci andrà. Era uno degli obiettivi del team fin dalla sua fondazione e, quest’anno, finalmente, il sogno potrà diventare realtà».

Proprio perché per voi sarà la prima volta alla Grande Boucle, c’è da aspettarsi una squadra con tutti i corridori migliori in Francia?
«È sicuramente una possibilità. Però ci sono tante corse di altissimo livello che per noi saranno nuove e non abbiamo intenzione di sfigurare da nessuna parte. Dovremo valutare tante cose e questi ritiri invernali ci saranno molto utili. Quel che è certo è che tutti avranno l’occasione di confrontarsi con palcoscenici importanti».

E cosa ci dice del ragazzino di 37 anni André Greipel?
«Io penso sempre che l’età è solo un numero. Certo, hai più esperienza e magari puoi perdere qualcosina in termini di brillantezza fisica, ma molto dipende dal tuo stile di vita e dalla tua motivazione. Basta vedere Valverde. Quindi, per me, anche se ha 37 anni, non vuol dire che non sia più in grado di vincere. Cercheremo di dargli un buon treno, con il quale possa avere un buon feeling. Le prime risposte le avremo già al Tour Down Under. Dopodiché vorremmo che corresse le classiche del pavé e mettesse a disposizione la sua esperienza, dove Nils Politt dovrebbe essere il capitano».

Il colpo di mercato più grande è stato però Daniel Martin.
«Lo avevamo messo nel mirino già da diversi mesi. Cercavamo un campione affermato, che avesse già un palmares importante, visto che ancora non lo avevamo, e il suo profilo era perfetto. Vorremo rivedere il Martin aggressivo di qualche tempo fa, super competitivo nelle corse di un giorno e cacciatore di tappe nei Grandi Giri. È un corridore molto professionale e siamo sicuri potrà darci tanto. Se starà bene di testa e di fisico i risultati arriveranno».

Davide Cimolai, invece, una scommessa vinta.
«Sì, penso abbia fatto la scelta giusta a venire da noi, visto il momento della sua carriera. Lo abbiamo sostenuto e continueremo a farlo. Penso e spero che riesca a fare un ulteriore passo in avanti, mettendogli a disposizione una squadra ancor più attrezzata».

Ci dica qualche nome a sorpresa che potrebbe emergere dalla sua squadra il prossimo anno…
«Se lo dico non è più una sorpresa (ride, ndr). A parte gli scherzi, c’è qualche corridore da osservare con interesse. Il primo è Krists Neilands, del quale parliamo già da un paio d’anni e dal quale ci aspettiamo faccia uno step in avanti. Poi c’è il canadese James Piccoli, che è andato molto forte nelle corse oltreoceano e, anche se in Europa è un’altra cosa, ha dei buoni numeri per sorprendere. E citerei anche l’esperto Dani Navarro, che secondo me ha ancora qualche cartuccia da sparare e se in giornata è ancora molto forte».

Sarebbe soddisfatto del 2020 se…?
«Vincessimo una corsa WorldTour. E con questo intendo una tappa di un Grande Giro, una classica o la classifica generale di una corsa a tappe di una settimana».

Ci spieghi come è arrivato un finlandese ad essere il capo di una squadra israeliana. Che affinità ci sono tra queste due culture?
«In Finlandia siamo generalmente molti calmi e pacati. Lo sono anch’io e penso che questa caratteristica vada bene in una squadra come la nostra, che unisce tante culture diverse, visto che ci sono 25 nazionalità differenti compreso anche lo staff. Nella mia vita ciclistica ho girato l’Europa, sono cresciuto tra Finlandia e Svezia, poi sono venuto in Italia alla Amore & Vita e alla Liquigas, vivendo prima a Lucca e poi a Montelupo Fiorentino, dopodiché sono andato alla Sky, una squadra che ha rivoluzionato il modo di lavorare nel ciclismo. Il tutto facendo il gregario, visto che non ero certo un vincente. Poi ho cominciato la carriera da direttore sportivo alla IAM, che avevano a loro volta un modo di lavorare molto particolare. Tutte queste mie esperienze cerco di portarle all’interno della Israel, cercando di rendere questa squadra ancora più unica di quanto non lo sia già. Quello che più mi sta a cuore è che tutti ragionino come squadra, e non come singolo, solo così potremo raggiungere i nostri obiettivi».

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