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MAESTRI, I SOGNI DI PAPERINO
di Giulia De Maio | 03/05/2019 | 07:47

Paperino è perseguitato dalla sfortuna. Mirco Maestri gli assomiglia: tra un problema e un infortunio ha fatto dav­vero fatica a passare pro­­fessionista. Come il personaggio dei cartoni e dei fumetti Disney ha però la testa dura e alla fine riesce nelle sue imprese, nonostante tutto. Nel 2016 prende al volo la chance offertagli dalla famiglia Reverberi per passare professionista e anno dopo anno sta spuntando la sua lista dei desideri: partecipare almeno a una Mi­lano-Sanremo, a un Giro d’Italia...

Suzzara, in provincia di Mantova, è la sua Paperopoli. La sua Paperina si chiama Giulia e non si perde neanche una diretta su tuttobiciweb.it per essere sempre al corrente delle fughe del ma­rito. Nella sua favola al posto di Qui, Quo e Qua ci sono Leonardo e Irene che lo hanno reso un papà giocherellone e felice. Invece che con lo zio Pa­perone ha a che fare con il ben più buo­no zio Bruno (Reverberi, ovviamente, ndr), a cui non smetterà mai di essere grato.

Anche se non è un uomo copertina, Mir­co “Paperino” Maestri si è conquistato la ribalta a suon di attacchi. Alla Tirreno-Adriatico il 27enne reggiano della Bardiani CSF è riuscito ad aggiudicarsi la classifica a punti davanti a Yates e Alaphilippe e a vestire la ma­glia arancione grazie a quattro fu­ghe su cinque tappe in linea. Ha percorso 650 km vento in faccia, più di tutti. E come se non gli fosse bastato, ha macinato 260 chilometri in avanscoperta anche alla Milano-Sanremo, come aveva già fatto nelle precedenti tre edizioni. Con la quarta fuga in quattro anni, anche se non esistono dati certi, è di sicuro tra i ciclisti che nella storia della Classi­cis­si­ma è stato più all’attacco.

Chi te lo fa fare?
«È un modo per entrare nell’album dei ricordi. Alla “corsa dei due mari“ mi sono battuto per prendere la maglia. E mi sono anche stancato: infatti, alla San­remo, mi sono sentito peggio ri­spetto a un anno fa, quando non avevo nelle gambe la Tirreno. Ci ho messo testa e grinta per arrivare con gli altri fino ai piedi della Cipressa, mentre nel 2018 avrei potuto anche finire in buona posizione se, all’ultima rotonda prima del Poggio, Cavendish non mi avesse trascinato nella sua caduta».

La bici è...?
«Libertà. In sella fatico ma sono felice. Il ciclismo è uno sport di grande sacrificio, ma ripaga con emozioni forti. Quando pedali sei solo tu e il tuo cor­po. Sei tu che scegli di far fatica. Il mal di gambe a volte ti distrugge, ma ti fa sentire vivo. Chi va in bici capisce cosa intendo».

La fuga è...?
«Dire che ci sono, mettermi in mostra. Quando attacco so che al 90% mi ri­prenderanno, ma preferisco vivere cinque ore abbondanti da leone come all’ultima Sanremo che non sei ore e mez­za in gruppo, nell’anonimato, con la certezza che nel finale i big mi staccheranno. In più, per le leggi della statistica, prima o poi la fuga arriva, quindi provarci è un’opportunità. Non devi combattere contro 180 corridori ma con quei 3, 5, 10 con cui sei all’attacco».

La vittoria è...?
«L’obiettivo che ogni corridore ha al na­stro di partenza. Tagliare il traguardo per primo consacra tutto il lavoro che c’è dietro. Alla fine è quello che conta. Finora ho conquistato due successi in carriera, una tappa e la classifica finale al Tour of Rhodes 2018. Non tanti, ma non mollo. Il mio motto è “Insisti e resisti che raggiungi e conquisti”».

Come hai scoperto il ciclismo?
«Da bambino avevo gravi problemi di peso, per intenderci a 8 anni andavo dalla dietologa perché il mio metabolismo stava andando a farsi benedire. Un vecchietto del mio paese mi aveva visto gironzolare in bici e diceva che pedalavo bene, parlandone con la dottoressa che mi aveva in cura disse che il ciclismo era un ottimo sport per calare di peso. Tutto è iniziato per “aggiustarmi” fisicamente, ma ben presto è nata la passione. Una volta tornato in salute mi sono visto con occhi diversi, anche per questo provo un senso di gratitudine per questo sport, del quale ormai so­no follemente innamorato».

Ora che rapporto hai con il cibo?
«Buono, ma stare a dieta è la mia cro­ce più grande. A casa diciamo che “sono proprio un Maestri” perché mangiare è la vera passione di famiglia, siamo tutti delle buone forchette. Mi pesa meno pedalare per sette ore che dover stare attento a quello che mangio. Ho un debole per la carne. Se mi presenti una fiorentina divento matto».

Ricordi la tua prima gara?
«Da G4, campionato regionale. Al primo giro parto in testa, a tutta, papà già pensa “vacca boia...”, ma finisco doppiato. No­nostante la batosta è stato emozionante e non mi sono scoraggiato. Lì ho capito che la bici mi faceva sentire bene».

E pensare che papà odiava le due ruote... 
«Eh, il karma (ride, ndr). Papà non sop­portava le gare di ciclismo perché quando andava a morose, cioè da mamma, trovava le strade chiuse... Invece si è ritrovato un figlio ciclista e ora non si perde nemmeno una cor­sa. Papà Gianluca mi ha sempre se­guito tanto perché, avendo una piccola impresa edile di artigiani, si può gestire con il lavoro, mamma Marian­gela invece è in­fermiera nel reparto di cardiologia quindi ha orari meno flessibili, ma quando può anche lei viene volentieri a incitarmi dal vivo».

A proposito di famiglia, sei diventato pa­pà giovanissimo.
«Ho seguito le orme dei miei genitori, mio papà ha 54 anni e mio fratello Mi­chele è dell’85, ha 6 anni più di me, è geometra e si occupa della contabilità dell’azienda di famiglia. Quando si è giovani si hanno più energie per stare dietro a quei vulcani che sono i figli e puoi tornare bambino con loro. Tutto il tempo libero che ho lo dedico a Leo­nar­­do, che a giugno compirà 5 anni, e a Irene, che a gennaio ne ha festeggiato uno. Mi pesa stare lontano da casa so­prattutto per loro, crescono così in fretta, cambiano da un giorno all’altro, per questo cerco di godermeli più che posso. Giulia l’ho conosciuta a un cam­po estivo, facevamo gli educatori e, sai com’è, lavorando insieme, tra una battuta e l’altra, è scoppiato l’amore. Ci siamo sposati nel 2014 e abbiamo subito allargato la squadra con l’arrivo di Leo».

Chi devi ringraziare per dove sei arrivato?
«Per primo mio padre, da quando ho iniziato da G4 a oggi avrà saltato 5-6 domeniche di gare. A parte quelle davvero troppo lontane perché ha paura di volare. Piuttosto si fa mille chilometri in macchina, ma non chiedetegli di salire su un aereo. C’è sempre stato e so­prattutto nei periodi difficili è sta­to fondamentale. Come al se­condo anno da under 23, quando ho perso una stagione intera a causa di una grave prostatite e sembrava che dovessi smettere, invece abbiamo superato anche quel mo­mento no. Per l’allenamento dietro mo­to ormai è una ga­ranzia. Dovrei citare anche tante altre persone, mi limito a una: Bruno Re­ver­beri. Anche se dovessi smettere domani (Mirco è in scadenza di contratto, ndr) con lui sarò sempre in debito. Se non fosse per lui, non sarei qui».
Se Bruno non fosse uno che segue davvero le corse giovanili avresti fatto fatica a passare tra i prof.
«Molto probabilmente nel 2016 avrei smesso o al massimo avrei disputato un altro anno alla General Store o alla Colpack per aiutare i giovani a crescere e tirar su due soldi. Avevo già Leonar­do a cui pensare e alcuni procuratori con cui avevo parlato mi avevano detto che ormai ero vecchio, non sarei andato da nessuna parte. Di questi personaggi da allora non ne ho mai più voluto sapere. Alla gara di Rovescala per Elite e Under 23 Bruno mi ha preso in disparte e mi ha chiesto: “Ti interessa passare?”. Strabuzzando gli occhi, gli ho risposto: “Mi prendi in giro?” Cer­to, che volevo. Non desideravo al­tro che un’occasione e lui me l’ha data. Ci siamo incontrati a casa sua pochi giorni più tardi e ci siamo accordati. Non dimenticherò mai questo regalo che mi ha fatto. In gara do sempre il massimo per ripagare la sua fiducia».

Ti sta riuscendo bene.
«Ci provo. Sono uno che dà tutto quello che ha, sia che si tratti di una gara in bici o della vita di tutti i giorni. Sono sempre il ra­gazzo tranquillo che ha conosciuto quel giorno. A volte qualche amico mi fa una battuta perché sono apparso in tv o è uscito un articolo su di me, ma resto umile e con i pie­di per terra. So che essere un corridore è un privilegio, che ci sono mestieri ben più duri. General­mente mi alleno da solo sull’Appennino Reggia­no o sul Garda, in compagnia di Guardini e Zardini. Il mio calendario ora prevede il Tour de Lan­gka­wi in Ma­le­sia. Co­me tutti i miei compagni punto a far­mi trovare pronto per il Giro d’Italia, che sa­rà il pun­to focale della stagione di tutta la squadra».

Il tuo soprannome da dove arriva?
«Dai tempi dell’asilo. C’era un pupazzo di gomma du­ra che volevo sempre por­tare a casa... Pa­pe­rino è un po’ sfortunato e io negli an­ni sono stato ab­ba­stan­za sfigatello a causa di vari problemi fisici, in più è uno che non demorde mai. Gli assomiglio. Non sono uno da tatuaggi, tutt’altro. Con gli amici avevo scommesso che se mai fossi riuscito a passare professionista me lo sarei ta­tuato, mi sembrava così improbabile, e in­vece ecco che Paperino è apparso sul mio braccio destro».

Paperino soffriva di incubi, ma faceva an­che sogni spaziali.
«Io ho una sola paura, che ho ereditato da papà: volare. L’ho dovuta superare per forza di cose, ma alle trasferte esotiche di certo preferisco le corse in Ita­lia e dintorni. Il primo anno che sono an­dato in Malesia a correre, sono stato sveglio 30 ore, adesso mi sono abbastanza abituato e dopo il decollo, la fase che mi fa stare più sulle spine, riesco un po’ a sonnecchiare così non arrivo stanchissimo. Per quanto riguarda i sogni, quando sono passato nella massima categoria mi ero posto come obiettivo di correre almeno una San­remo e un Giro d’Italia, sono riuscito a centrarli entrambi. Ora nel cassetto c’è qualcosa di davvero grande, ma credo che uno sportivo debba darsi degli stimoli di un certo peso. Sogno di vestire la maglia azzurra a un’Olimpiade. Non l’ho mai indossata, neanche nelle categorie minori. Il nostro Paese non è perfetto ma io sono molto patriottico. Rap­presentarlo ai Giochi Olimpici sa­rebbe per me un orgoglio immenso, incommensurabile».

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