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ALEOTTI. «OBIETTIVO ARDENNE E POI...»
di Giulia De Maio | 20/02/2022 | 08:20

Si è alzato per puntare più in alto. Questo inverno ha ma­cinato chilometri e lavorato sulla posizione a cronometro, cambiato misura della bici e usato due spessori in più per il manubrio, nella convinzione che tutto questo gli servirà per continuare a crescere e alzare le braccia al cielo. Di nuovo e sempre più spesso. Giovanni Aleotti è tra i giovani più interessanti del nostro ciclismo e, dopo un buon primo anno di rodaggio nella massima categoria, è pronto ad alzare l’asticella. Educato, pacato, mo­desto, non sembra avere il carattere del cecchino, ma in corsa si trasforma e nei finali a lui più adatti diventa temibilissimo. Non ama i proclami, lavora sodo, senza bruciare le tappe, avendo le idee chiare sul suo futuro.

Purtroppo il covid ha ritardato il suo esordio stagionale, avrebbe dovuto iniziare a Maiorca a fine gennaio ma al termine del ritiro di gennaio lui e il compagno di squadra Maximi­lian Schach­mann sono risultati positivi ai test rapidi di routine e al seguente PCR che ha confermato la brutta notizia. In conformità con quanto previsto dalle autorità sanitarie spagnole, il ventiduenne di Miran­dola si è dovuto isolare e cambiare i programmi. Per fortuna il virus lo ha colpito in forma lieve e, anche se questo intoppo lo avrebbe evitato volentieri, «senza porsi aspettative né limiti» Giovanni è fiducioso per la sua seconda stagione da professionista, iniziata con la Ruta del Sol che si sta svolgendo proprio in questi giorni.

Pronto?
«Avrei risposto assolutamente sì, ma è emersa la positività al covid quindi in­vece di fare le valigie per le prime gare ho dovuto iniziare la quarantena. Al termine del ritiro a Palma di Maiorca con la Bora Hansgrohe mi sentivo be­ne, era dal 28 dicembre che mi stavo allenando al caldo, visto che prima di Capodanno ero partito per Gran Ca­na­ria con Matteo Fabbro per accumulare ore in sella, e tutto era filato liscio. Di­spiace dover aspettare ad attaccare il numero alla schiena, ma non ho sintomi quindi non posso la­mentarmi. Bi­sogna avere solo un po’ di pazienza in più».

Questo inverno hai lavorato molto sulla posizione a cronometro.
«Sì, oltre a tutti i chilometri macinati mi sono concentrato su questo aspetto molto importante. A novembre sono stato in California nella galleria del vento di Specialized alla ricerca del setting ottimale e successivamente lo ab­biamo messo alla prova nel velodromo di Palma di Maiorca. Mi sono alzato di due spessori, ho modificato la posizione delle appendici spostando in altro le protesi, cambiato taglia del telaio, passando a una M per distendermi di più. I numeri sono buoni: abbiamo ridotto l’impatto dell’aria, accorciando il gap tra braccia e testa, quindi dovrei essere più veloce. Parto da una buona base, ma la posizione non è tut­to. Bisogna allenarsi molto a questo tipo di sforzo per trarne benefici effettivi».

Prima volta in galleria del vento e in America, come è andata?
«Mi è piaciuto molto. Mi ero concesso tre settimane di vacanza dopo il Lom­bar­dia. Poi ho ripreso e dopo pochi giorni siamo volati negli Usa. Non ho praticamente avuto tempo di fare il turista. Siamo stati quattro giorni, di cui due in galleria del vento. Solo l’ultima sera siamo andati a San Francisco in macchina. Abbiamo visto il Golden Gate, Alcatraz e fatto un giro in centro. Poco, ma bello lo stesso. Eravamo lì per lavorare. Con me c’erano il responsabile tecnico per lo sviluppo dei materiali Gert Kodanic, il capo dei meccanici e l’osteopata della squadra. Siamo partiti dalla posizione 2021 come riferimento, poi abbiamo cominciato con vari aggiustamenti, fino a trovare quella definitiva, basandoci sulle mie sensazioni e sui valori emersi dalle varie pro­ve. Sono molto soddisfatto del risultato finale, che mi consente una buona vi­suale, senza forzare il collo».

Che cosa significa che il team abbia scelto te per andare in galleria del vento?
«Che credono in me. Per me è uno stimolo in più. Ho capito che le crono sono molto importanti ed è bello che la squadra abbia voluto investirci. Il pri­mo anno da professionista è stato lunghissimo, con 69 giorni di corsa. A cominciare dalla primavera, in cui ho messo in fila Strade Bianche, Tirreno-Adriatico e Giro dei Paesi Baschi pri­ma del Giro d’Italia. Sono stato per tanti giorni via da casa e mi sono divertito tanto. Mi piacciono i training camp. Quelli d’inverno quando si va a pedalare al caldo e quelli d’estate, perché se restassi a casa da solo, non mi allenerei così bene. Sono contento di come sono cresciuto nel 2021 e di co­me la squadra mi ha gestito. Nella prima parte ho partecipato a corse mol­to impegnative, nella seconda ad un calendario in parte meno esigente che mi ha permesso di mettermi alla prova, ottenendo piazzamenti che mi hanno dato morale. Mi sono piaciuto al Giro di Polonia e a fine stagione alla Primus Classic. In Belgio c’erano tutti quelli che preparavano il mondiale e mi sono ritrovato davanti con Van der Poel, Nizzolo e Alaphilippe».

Non solo piazzamenti però visto che hai vinto una tappa e la classifica generale del Sibiu Tour.
«Sì, a metà luglio sulla vetta del Pal­ti­nis in Transilvania, al centro della Ro­mania, ho colto il mio primo successo tra i professionisti davanti a Fabio Aru. Non mi aspettavo di vincere al primo anno. Quando ho tagliato la linea del traguardo ho provato tanta gioia, che ho condiviso con compagni e staff. Mi sono impegnato al massimo sin da subito nel prologo cittadino del giorno prima. Poi quando abbiamo preso la maglia, l’obiettivo era difenderla. An­che nella tappa successiva c’era un arrivo impegnativo: 23 chilometri di salita e traguardo a 2.030 metri di quota, però io ero tranquillo e il team non mi ha fatto sentire la pressione, così siamo riusciti a portare a casa la vittoria finale».

Rispetto a un anno fa la Bora Hansgrohe ha cambiato decisamente volto.
«Peter Sagan era l’uomo simbolo ed è impossibile da rimpiazzare. Con lui se ne è andato il gruppo con cui ho legato tanto, con Oss, Bodnar e suo fratello Ju­raj. Di italiani siamo rimasti io, Ce­sare Benedetti e Matteo Fabbro. L’in­gle­se ovviamente è fondamentale per comunicare all’interno di un team tedesco ma sempre più internazionale, ma questo per me non è un problema avendo studiato lingue straniere al li­ceo. Ci sono stati nuovi innesti, soprattutto scalatori come Higuita, Vlasov, Hindley ed è cambiato anche parte del personale. Quest’anno saremo più orientati verso i grandi giri e sono convinto che saremo competitivi anche senza Peter, che resta una icona da cui ho “rubato” il più possibile. Per me è stato bellissimo disputare la prima stagione tra i grandi con un campione come lui, ho imparato tanto, soprattutto alla Tirreno e nelle tre settimane del Giro d’Italia disputate al suo fianco. Ho osservato soprattutto come gestiva il fuori corsa, anche perché per uno co­me lui la corsa è davvero il me­no. In gruppo ho ammirato la sua freddezza, il saper essere un vero capitano. Gli viene naturale, lo vedi che non lo cerca, perché ce l’ha dentro e questo fa sì che tutti lo seguano. Come è successo a Fo­ligno, quando ha vinto la decima tappa del Giro, abbiamo dato tutti il 200 per 100».

Ami le Ardenne e vai bene nelle brevi cor­se a tappe. Cosa ti ha detto il tuo primo anno da professionista per il prosieguo della tua carriera?
«In Italia tutti attendono un giovane per le corse a tappe e, visto quanto di buono dimostrai al Tour de l’Avenir (2° nel 2019, ndr), so che qualcuno si aspetta grandi cose da me, ma penso sia prematuro immaginarmi protagonista in un grande giro. Per ora cerco di essere competitivo nelle corse di un giorno o di una settimana. Scoprirò per la prima volta le classiche belghe, che ho sempre guardato in tv, con l’ambizione di imparare e migliorare. Ognu­no ha i suoi tempi, non siamo tutti Po­gacar o Evenepoel. Io continuo a im­parare dai miei compagni più esperti e a lavorare sodo con Sylvester Szmyd, il mio preparatore da due anni a questa parte. Sono fortunato che la squadra mi abbia affidato a lui, mi trovo molto bene, avendo lui svolto una carriera ad alto livello ci capiamo facilmente. Me lo ricordo alla corsa rosa al fianco di Ivan Basso...».

Cosa prevede il tuo calendario?
«Ho appena iniziato, devo ancora definire il programma, ma l'idea è di andare in altura per arrivare in forma alla primavera. Le classiche delle Ardenne - Amstel Gold Race, Freccia Vallone, Liegi-Bastogne-Liegi - saranno il mio primo obiettivo, poi vorrei meritarmi la convocazione per il Giro d’Italia».

Come trascorri il tempo libero?
«Mi riposo e rilasso a casa. Ne approfitto per trascorrere tempo con amici e famiglia, per giocare con Bruto, il mio bulldog inglese, e per godermi le piccole cose. Seguo molto lo sport: tifo Inter e Ferrari. Ho seguito tutti gli ultimi gran premi del mondiale di Formula 1, mi sono goduto la sfida, anche se alla fine Lewis Hamilton ha perso».

A fine stagione sarai felice se...?
«Se sarò cresciuto ulteriormente e avrò confermato quanto di buono dimostrato nel 2021, magari qualcosina in più. Non mi pongo aspettative né limiti».

da tuttoBICI di Febbraio

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