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MARTINELLI, PASSIONE SENZA FINE
di Pier Augusto Stagi | 24/01/2019 | 07:07

Lodetto è il centro del mondo o almeno da qui il mondo prima o poi ci pas­sa. Soprattutto se il mondo è quello del ciclismo, e si ha la necessità di incontrare almeno per un attimo Giu­sep­pe Martinelli, uno dei direttori sportivi più sapienti e vincenti della storia del ciclismo.
Martino guarda rapito il piccolo Leo­nardo sfrecciare a cavallo della sua “bilance bike” nel salotto di casa. Ha energia il bimbo, e il nonno se lo gode con giustificato orgoglio. Nonna Anna, come al solito, mi accoglie con delle prelibatezze da locanda stellata, e mam­ma Fran­cesca, con occhi amorevoli, sorride divertita: «Leo fa di testa sua e il nonno, questo qui, per il momento non riesce proprio a domarlo… ».
In verità Martino neanche ci prova. La­scia fare, senza interferire più di tanto. «Cosa gli vuoi dire? - borbotta l’uomo dei Giri, dei Tour e della Vuelta -: l’importante è che si diverta…».

Ecco Beppe, a proposito di divertimento: tu con questo ciclismo ti diverti ancora?
«Potrei dirti di no, ma direi una bugia. Perché il ciclismo è davvero la mia vita. Certo, sono cambiate tantissime cose da quando ho cominciato, e francamente non voglio apparire come quello che rimpiange i bei tempi andati, ma penso di poter dire che uno come me ha ancora qualcosa da dire e da fare. E se l’A­sta­na mi tiene nel suo team è perché pensa la stessa cosa. Certo, è giusto che i giovani vadano avanti. Ho chiesto io di fare un pochino più di lavoro d’ufficio e di coordinamento perché sento la necessità di stare più a casa, con la mia famiglia, ma questo mondo è dentro di me, e sono felice di poterne ancora far parte. E di questo devo ringraziare tutti: da Vinokourov che è il grande ca­po, ad Alexander (Shefer, ndr) e Dmi­try (Fofonov, ndr) che mi vogliono sem­pre al loro fianco».

Sei uno dei più abili strateghi, un vero tattico: queste cose non s’imparano sui libri, ma sulla strada. L’esperienza ha ancora un valore.
«Difatti è esattamente quello che metto al servizio del mio team. Questo è quello che mi è riconosciuto. I preparatori, come Maurizio Mazzoleni per esempio, hanno un compito strategico importantissimo, ma tutto deve essere condiviso con lo staff tecnico e medico. E un tecnico come me può ancora dire la sua. Oggi, molto più di ieri, i team sono gestiti da vere e proprie squadre, composte da staff qualificati che devono programmare e mettere in pratica ciò che è stato deciso collegialmente. Ci sono competenze e professionalità altissime. Lavorare con persone qualificate come Maurizio (Mazzoleni, ndr) è un piacere, ma sento che anche dall’altra parte c’è altrettanta collaborazione, stima e fiducia. C’è il desiderio di met­tere sul tavolo la propria storia, il proprio know-how, per il bene di tutti».

La stagione andata in archivio è stata piuttosto buona. Diciamo pure più che soddisfacente, ma quello che vi aspetta è ancora più stimolante: con un Lopez così è lecito sognare.
«Miguel Angel ha fatto qualcosa d’importante la scorsa stagione. Tantissimi sono stati i suoi piazzamenti: nelle cor­se a tappe a cui ha preso parte non è mai sceso dal podio. Vado in ordine spar­so, frugando nella memoria: secondo in Oman, secondo a Burgos, terzo al Giro, terzo alla Vuelta, terzo ad Abu Dhabi, terzo al Tour of the Alps, se­con­do alla Milano-Torino, anche se que­sta è una corsa in linea. Insomma, c’è stato sempre, nell’arco di tutta la stagione. È migliorato tantissimo, sia sotto l’aspetto tattico che tecnico. A livello mentale ha fatto un salto molto evidente. È caduto qualche volta di troppo, ma rispetto al passato non c’è paragone: ha fatto passi da gigante. È più concentrato. È più sul pezzo, molto più freddo e sicuro di prima».

Molto vi aspettate anche da Jakob Fuglsang…
«Forse al Giro di Svizzera (dove è arrivato secondo, ndr) era anche un po’ troppo avanti nella condizione in chiave Tour. Qualcosa dobbiamo rivedere e abbiamo già preso le nostre contromisure, ma sono certo che a dispetto dei suoi 34 anni sarà in grado di dare il suo grande contributo alla causa Astana».

Per la causa dei “celesti” arrivano anche i fratelli Izagirre…
«I fratellini sono una garanzia. Lavo­ra­no un sacco, sanno fare squadra e sono sempre lì nelle zone alte della classifica. Io sono felice che Ion e Gorka sia­no arrivati da noi. Così come sono felice di aver preso un ragazzo interessante di casa nostra come Davide Bal­le­rini. Un atleta che ha avuto una maturazione più lenta rispetto ad altri, ma esponenziale. Ha numeri e temperamento. Non sarà facile per lui il salto nel World Tour, ma ha intelligenza e umiltà per mettersi in gioco, come ha fatto in questi anni. Con noi è arrivato anche l’eritreo Merhawi Kudus, così co­me Manuele Boaro, un ragazzo che sa davvero cosa significa essere professionista. Anche lui è un uomo squadra, un grande lavoratore: parla poco e si prodiga tantissimo. È una pedina che nella nostra scacchiera e nella nostra fi­losofia di team ci serviva. Abbiamo tan­ti giovani da coltivare, ragazzi ancora da svezzare, e uno come Manuele non ci può che far bene. Infine abbiamo promosso dall’Astana City Juriy Na­tarov, così come abbiamo preso due colombiani: Hernando Bo­hor­quez e Rodrigo Contreras. A loro va aggiunto un danese di grandi prospettive: Jonas Gregaard. È un team di battaglia, che sulla carta può fare meglio di un anno fa, ma sappiamo bene che un conto sono i ragionamenti fatti a tavolino e un altro è il responso della strada».

Ti hanno chiamato per il nuovo film su Marco Pantani?
«Sì, ma ho declinato l’invito: il mio film su Marco ce l’ho da tempo nella testa e nel cuore e non lo condivido con nessuno».

A proposito di film: Fabio Aru è chiamato a rigirare alcune scene della sua carriera. Quelle dell’anno scorso non sono venute be­nissimo…
«E mi dispiace un sacco, per davvero. Non è un mistero: quando Fabio ha de­ciso di andare via dall’Astana ci sono ri­masto malissimo. Lavorare con certi corridori è un piacere oltre che uno stimolo pazzesco e con Fabio pensavo di avere un feeling particolare. Però ha fatto le sue scelte, ed è giusto che sia così. Quando si cresce, si devono an­che recidere alcuni cordoni ombelicali, è un processo di crescita necessario e lui si è giustamente messo in gioco: ha compiuto un importantissimo passo in avanti verso la sua crescita di uomo e di atleta. Detto questo, sono convinto che il 2018 sia stato solo un anno storto. Una stagione nata male e finita peggio. Deve solo avere la forza e la pa­zienza di resettare tutto e rimettersi in gioco. Sono convinto che tornerà a re­ci­tare il ruolo che gli compete. Lui è un campione, su questo non ci sono di­scussioni. Cosa gli può essere successo? Da lontano è sempre difficile dirlo, si fa fatica a valutare le situazioni che si hanno sotto gli occhi, figuriamoci quelle di corridori lontani. Penso però che abbia sbagliato la preparazione, che poi ha inciso su tutto, anche sulla testa. Quando non vai come vorresti, cominci ad avere mille pensieri e poi questi si trasformano in rabbia e la rabbia di­venta ansia e non ne esci più. Gli atleti sono macchine perfette quando tutto va bene ma, se qualcosa comincia ad an­dare storto, sono apparecchiature molto delicate. Basta un niente. Adesso spero solo che abbiano compreso il problema e abbiano capito dove intervenire. Se questo è stato fatto - e ne sono sicuro - Fabio tornerà non solo quello di prima, ma meglio, perché questa stagione l’ha sicuramente fatto crescere come uomo e atleta».

Tu sei un grande tecnico, un uomo che sa come funzionano le squadre: non è mai bello fare graduatorie, ma se tu potessi chi chiameresti in un tuo team?
«Bella domanda. Uno al quale non ri­nuncerei affatto è Davide Bramati: è bravissimo. Noi in Astana abbiamo ot­timi tecnici, e non lo dico per arruffianarmeli tutti, ma se potessi mi piacerebbe portare nella nostra famiglia persone come Orlando Maini, Mario Chie­­sa e Alessandro Giannelli. Ognu­no ha le sue doti, i suoi modi, le proprie attitudini, ma tutti e tre sono uo­mini eccezionali».

Torniamo ai corridori: uno come Moscon non lo vorresti?
«Altro che. Ho fatto di tutto per averlo, ma ha scelto il team più forte del mondo».

Ha fatto bene?
«Sarà la storia a dircelo».

Un altro che ti piacerebbe avere?
«Riprenderei volentieri uno che con noi c’è già stato: Mikel Landa. La speranza è l’ultima a morire».

E Nibali?
«Chi non vorrebbe Vincenzo: lui è un fuoriclasse. Io mi considero già fortunato, perché con lui ci ho lavorato e francamente a livello di atleta è l’esemplare di corridore più talentuoso che abbia mai avuto. E poi che testa, che carattere, che correttezza. Quando è ve­nuto da noi ricordo che fece prima fir­mare tutto il suo staff: Slongo, Pal­li­ni, Magni, Vanotti e via elencando. So­lo quando tutti si erano sistemati, ha firmato anche lui. Non sono tanti i corridori che fanno così».

Nell’ambiente si parla un gran bene an­che di Patxi Vila…
«Ecco, hai fatto bene a ricordarmelo: con un ragazzo come lui mi piacerebbe un sacco lavorare».

Avanti di questo passo Vinokourov deve fare un team di cento elementi…
«Difatti stiamo solo giocando: alla mia età posso anche permettermelo. In ogni caso Patxi è un grande preparatore, già da corridore si capiva che aveva un altro passo, e anche lui ha un carattere d’oro. Lo metto con Luca Guer­cilena, Paolo Slongo e Maurizio Maz­zo­leni, persone preparate e di grande statura morale».

Sky è battibile?
«Se sbagliano sì, ma non sbagliano quasi mai: sono co­me la mia, la nostra Ju­ventus».

Froome ti piace?
«E come faccio a dire che non mi pia­ce: è un fenomeno. Lo scorso anno, al Giro, nella tappa del Colle delle Fi­ne­stre mi ha lasciato letteralmente a boc­ca aperta. È vero, Dumoulin e la sua squadra non hanno gestito per niente bene la situazione, ma Chris ha fatto in ogni caso una cosa pazzesca, che re­sterà nella storia del ciclismo. Nibali mi prende il cuore, ma Froome mi in­triga parecchio. Costanza, temperamento, ricerca maniacale e ossessiva della perfezione: è pazzesco».

E Dumoulin?
«Grandissimo atleta, che ha ancora am­pi margini di miglioramento, ma non potrei mai averlo uno come lui: non parlo inglese…».

Quando vuoi ti fai capire: anche con il bresciano.
«Anche questo è vero. In squadra tutti hanno imparato l’italiano, meno Val­gren: che sia per questo che ha deciso di andare?... A parte gli scherzi, forse avrei dovuto imparare qualche parola anch’io da loro, ma ad una certa età tutto di­venta più difficile. E poi sono pi­gro».

Tour o Giro?
«Belli tutti e due. Il Tour mi sembra però più duro. Cinque arrivi in salita sono rari da quelle parti. E c’è po­chis­sima cronometro. Su un tracciato come questo vedo bene Vincenzo, anche se penso che punti più al Giro».

Potrebbe tentare la doppietta…
«Non è semplice, ma ci può stare».

Ci proverà Froome?
«Io credo che Chris si concentrerà sul Tour: lui vuole il quinto».

Ma Gianni Moscon può essere uomo da Grandi Giri?
«Intanto mi concentrerei su qualche bella classica».

E Thomas?
«È lì, pronto ad ogni evenienza. E con lui c’è anche il giovane Bernal, che è davvero un piccolo fenomeno. La Sky ha l’imbarazzo della scelta: Giro e Tour, i conti si faranno con loro. Altro che storie».

Poi c’è Fabio…
«Gli basta partire con il piede giusto e il modo gli cambierà sotto i pedali. Ha solo bisogno di un’iniezione di fi­ducia».

Il tempo è volato.
«Quando si è tavola, il tempo vola sempre».
Se poi a cucinare c’è Anna…

da tuttoBICI di gennaio

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