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CASTELLANO: «POCO SUD, MA NON È UN DRAMMA. PERO' FROOME MI HA FATTO SPEGNERE LA TV»
di Pier Augusto Stagi | 02/11/2018 | 13:45

Da San Luca ci si può ripresentare direttamente a San Marino. Con tutto il rispetto per i velocisti o quei corridori attaccanti che saranno in grado di inventarsi qualcosa nei primi giorni. La prima settimana di corsa è in perfetto stile Tour de France: a rischio abbiocco. La speranza è che i corridori sappiano sovvertire ogni previsione, scompaginando carte e metrica di uno spartito che sembra però chiamare a gran voce i passisti veloci almeno nella prima metà di questa “corsa rosa”. E visto che le corse le fanno i corridori, speriamo che questi sappiano mettere pepe su una pietanza che si preannuncia parecchio insipida, almeno fino alla nona tappa.

Si parte con il botto, con una cronoscalata da Bologna a San Luca. Un abbrivio bello e suggestivo, che darà chiaramente un volto all’edizione numero 102. Poi però bisognerà aspettare una settimana per vedere qualcosa di sostanzioso, che in questo caso è ancora una prova contro il tempo: da Riccione a San Marino, sul Monte Titano e dal versante più esigente.

È un Giro bifronte, che come sempre valorizza e ricorda: i 500 anni della morte di Leonardo a Vinci, i 110 della nascita di Montanelli a Fucecchio, i centenari di Fausto Coppi a Novi ligure e delle stimmate di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, il punto più a sud. Una prima parte per velocisti o attaccanti che dir si voglia, e una seconda da far tremare polsi e gambe. In definitiva i traguardi per velocisti potrebbero essere sulla carta 7, così come gli arrivi in salita. Quasi sessanta (58,5 tutti individuali, ndr) contro il tempo. Tre le tappe che vanno oltre i 230 chilometri e altre due che sfiorano questa distanza.

È un Giro che ripropone la Cuneo-Pinerolo (12° tappa). Di quella fantastica frazione costellata da cinque colli domata dal Campionissimo e corsa nella primavera del 1949, non c’è nulla, se non la sede di partenza e di arrivo. La Cuneo-Pinerolo, autentico marchio di fabbrica entrato nel lessico sportivo come la tappa delle tappe, è in pratica un tarocco: 146 km, con il solo colle Montoso da scalare. E abbiamo detto tutto.

Il resto è lì da vedere: è di sublime bellezza.  La tappa aostana che propone Verrogne, Truc d’Arbe, Colle San Gallo e la salita finale a Courmayeur sul Monte Bianco. E per nulla banale anche la Ivrea-Como, che negli ultimi 60 chilometri ripropone fedelmente il finale de Il Lombardia con Ghisallo, Colma di  Sormano, Civiglio e San Fermo. Chi pensa che questa sarà una passeggiata se ne pentirà amaramente.

È un Giro che nella seconda parte cambia passo e sale di tono: in tutti i sensi. Dopo il secondo e ultimo giorno di riposo, i corridori non potranno rilassarsi poi molto, perché c’è subito da sfacchinare con un tappone che avrebbe meritato ben altra collocazione (non certo di martedì, ndr): da Lovere a Ponte di Legno. Quel giorno i corridori dovranno affrontare in sequenza Presolana, Croce di Salven, Gavia e Mortirolo prima della salita finale.

E poi ancora montagna, con il passo della Mendola e il Terento preludio di una non durissima ascesa finale che condurrà ad Anterselva. L’ultimo appuntamento riservato ai velocisti è quello di Santa Maria di Sala, prima del gran finale: venerdì 31 maggio San Martino di Castrozza; sabato 1° giugno il tappone dolomitico con Cima Campo, Paso Manghen, Passo Rolle e Croce d’Aune Monte Avena, con un tratto finale inedito e lo sterrato. Infine la crono di Verona (15,6 km), per decretare il vincitore.

È un Giro che ha poco sud, come è stato detto e scritto. Capita. Non tutti gli anni possono essere uguali, soprattutto quando negli ultimi anni il Giro non solo è stato al sud, ma l’ha esaltato. E poi, questo non lo dice e non lo può dire la Rcs Sport, le questioni economiche hanno la loro rilevanza. Se il sud non paga, non si può fare beneficenza. Ecco che in questo caso torna a galla la vera differenza tra Giro e Tour. Tra un Paese che crede e investe nella corsa simbolo (la Francia) e il nostro che considera la “corsa rosa” una questione privata (di Rcs Sport). Il nostro Governo, il Ministero del Turismo e dello Spettacolo o dell’Agricoltura e delle Politiche Alimentari e Forestali, potrebbero dare una mano, per promuovere il nostro Paese nel mondo attraverso la corsa simbolo del Belpaese. Invece Rcs Sport – a differenza di Aso, organizzazione anch’essa privata -, deve fare da sola. E se deve fare da sola, fa quello che può: questo bisogna riconoscerglielo.

Cosimo Cito in questi giorni su Repubblica ha posto l’accento sulla questione Meridionale, sulla mancanza del sud nello spartito rosa 2019. Ha sentito anche l’avvocato Carmine Castellano, 81 anni portati con disinvolta leggerezza, che dal 1993 al 2005 ha disegnato i Giri d’Italia (al sud 57 arrivi e partenze in 13 anni, scrive Cito, ndr), il quale però non ne fa un dramma. «Ci sta – mi spiega con il consueto garbo e assoluta franchezza -, dopo anni di Giro nel profondo sud, non è un dramma se il prossimo anno il Giro giri un po’ alla larga. Non era facile neanche per me, quando ero chiamato con Mauro Vegni (l’attuale direttore del Giro, ndr) a far quadrare conti e bilanci, perché il Giro è una questione di geografia ma anche di matematica. Il Giro deve essere bello, avvincente e con i bilanci apposto. Detto questo, è un Giro che parte bene, ma poi si spegne un po’, per troppo tempo, per risvegliarsi con la crono di San Marino. Io, ma questo è solo il mio gusto, avrei fatto la crono di San Luca e poi messo una vera tappa di montagna al posto della crono sul monte Titano. Poi, dopo la Cuneo-Pinerolo, il Giro è pazzesco. Duro, molto duro. E francamente, bello. Sempre che i corridori sappiano interpretarlo nel migliore dei modi».

Carmine Castellano usa parole di miele, per il suo Giro, per la sua corsa, per quel rosa che ha riempito la sua vita e che ancora lo riempie, anche se lui non nasconde di essersi allontanato dal ciclismo, per colpa di Chris Froome. «Non ho mai amato le radioline e i misuratori di potenza – mi spiega -, ma dall’assoluzione di Froome, non ho più guardato una corsa di ciclismo. L’ho detto anche a Cosimo Cito su Repubblica. E lo ripeto anche a te, che conosci alla perfezione il mio pensiero: la sua assoluzione non mi è piaciuta. Non ho trovato giusta la disparità di trattamento rispetto ad altri corridori. Il regolamento c’è e va rispettato. Ma vanno rispettati anche gli sportivi e gli appassionati. Io mi sono sentito preso in giro, e ho spento la tivù».

 

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