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SERVE UN SORRISO? CI PENSA LA «CONSO»
di Giorgia Monguzzi | 28/03/2021 | 07:48

Chiara Consonni ama af­fron­tare la vita con il sorriso stampato sulle labbra, quando c’è si sente e ruba tutta la scena con simpatia e irruenza. Ha solo 21 an­ni, ma ha già dimostrato che per lei ci sono un presente ed un futuro molto luminosi. Ama scherzare, ma guai a chi le dice che prende la vita sotto gamba, quando c’è da faticare è sempre l’ultima a tirarsi indietro, ma è anche la pri­ma a risollevare il morale di tutti quanti.

«Adoro scherzare, qualche volta mi di­cono che esagero - racconta Chiara - ma io sono fatta così, mi piace mettere tutti di buon umore e capisco che è an­che fondamentale per la squadra, se non ci sono... si sente. Sono seria nel mio lavoro, solo che lo affronto a mo­do mio, la vita è una sola e merita di essere vissuta con il sorriso».

Il ciclismo è arrivato nella vita di Chia­ra in modo prorompente grazie al fratello Simone e, pedalata dopo pedalata, non l’ha più lasciata. Impossibile scegliere tra strada e pista perché dà filo da torcere su entrambi i terreni. Da quando ha iniziato l’avventura tra le élite nel 2018 milita nel team Valcar Travel&Service e, stagione dopo stagione, sta dimostrando il suo valore. In pista è ormai una presenza fissa della nazionale italiana con un bagaglio im­pressionante di successi che si possono riassumere con quattro titoli mondiali e altrettanti titoli europei. La “Conso”, così come la chiamano molti, cresce e lo fa nel migliore dei modi, si allena con dedizione mettendoci tutta se stessa per rincorrere il sogno più grande di tutti: i Giochi Olimpici di Tokyo 2021.

Il 2021 è appena iniziato, ma sembra proprio che, tra allenamenti e ritiri, tu non ti sia mai fermata un momento…
«Sono stata parecchio impegnata, praticamente è raro che sia a casa. A gennaio ho fatto una settimana di ritiro in Puglia con la Valcar, poi sono volata subito sull’Etna per quindici giorni con la nazionale e a metà febbraio c’è stato un nuovo collegiale con la squadra a Desenzano del Garda. È un periodo piuttosto frenetico, per tutto l’inverno mi sono allenata in pista a Montichiari per due volte la settimana: è impegnativo, ma adoro alla follia questa vita».

A proposito del ritiro con la Nazionale, per due settimane siete state tutte insieme al rifugio Sapienza sull’Etna: che esperienza è stata?
«Trascorrere così tanto tempo con le mie compagne di nazionale è stato veramente bellissimo, un’esperienza che non si può dimenticare. Ogni giorno partivamo di mattina presto e scendevamo con i mezzi, poi iniziava l’allenamento in bici, fortunatamente il tem­po era bellissimo e abbiamo potuto sfruttare al meglio ogni giornata che avevamo a disposizione; però pedalare accanto al mare e non poterci andare, è stato difficilissimo. Tutte le volte facevamo un’ora di andata e di ritorno per il viaggio, praticamente tornavamo al rifugio che il sole stava già calando, era molto stressante, ma poi alla sera ci trovavamo tutte insieme a giocare a carte e passava tutto quanto. Ho fatto certe giocate a burraco che non mi sarei mai immaginata! ».

Con il quartetto hai vinto l’argento tra le élite, ma in pista ti sei distinta in diverse discipline: qual è la tua preferita?
«È difficile scegliere, ma la più affascinante è sicuramente la madison, sia da vivere che da vedere. È una disciplina in cui è essenziale la sintonia con la propria compagna, all’inizio si fanno tantissimi errori, poi gara dopo gara si impara ad interpretarla, diciamo che si prende un po’ la mano con i tempi e le misure. Mi ricordo una prova di coppa del mondo di due anni fa, Vittoria Guazzini ed io abbiamo fatto la nostra prima madison insieme, siamo arrivate terze ma in gara ne abbiamo combinate di tutti i colori: abbiamo fatto i cambi al contrario, l’ho rilanciata nel gruppo quando invece lei doveva dare il cambio a me, è stato un vero casino, ma anche l’occasione di crescere tanto».

Quanto è importante la sintonia con le tue compagne?
«È assolutamente fondamentale, so­prattutto nel quartetto. Ho un legame speciale con le mie compagne di nazionale, siamo praticamente quasi tutte coetanee e siamo cresciute ciclisticamente insieme, è diventata come una seconda famiglia. È bello condividere sia il lavoro in pista che tutto quello che c’è intorno, con la maggior parte di loro corro anche su strada in Val­car, penso che questo aiuti molto. Con il tempo abbiamo imparato a conoscerci, sappiamo come ognuna di noi si muo­ve, di cosa ha bisogno e anche co­me aiutarla, essere non solo colleghe ma soprattutto amiche è un grande va­lore aggiunto».

Sei fortissima in pista, ma anche in strada non scherzi…
«È un po’ la mia doppia anima, in pista ho già raccolto tanto, ma an­che la strada mi ha dato grandi emozioni. Nel 2019 ho vinto il Boels Ladies Tour, è stata una cosa pazzesca, non ci credevo. Era un pe­riodo molto particolare per me e la squadra, nella società c’erano dei problemi e non eravamo sicure che saremmo andate avanti, avevamo un gradissimo peso sulle spalle. Il successo è stato veramente inaspettato, quando ho ta­gliato il traguardo è stata come una liberazione, non ho capito più nulla, troppe emozioni concentrate in un solo momento».

Quale sarà il tuo programma per le corse su strada?
«Affronterò tutta la campagna nord con il Fiandre e molto probabilmente anche la Parigi-Roubaix. Mi dispiace un po’ che non farò quasi niente del calendario italiano, ma dai, sono sempre in Italia per la pista».

Hai una corsa dei sogni?
«Se dovessi scegliere non avrei alcun dubbio: il Fiandre. È una corsa che mi piace non solo per la sua storia e per il suo percorso, ma soprattutto per l’esperienza che mi lega ad essa: il primo anno che vi ho preso parte ero al de­but­to tra le élite ed è stato un mezzo disastro, sono caduta poco prima di un muro e poi subito dopo essere rientrata. Era un giorno da tregenda, pioveva e c’era tantissima bagarre. Mi sono trovata staccata dal gruppo con le ammiraglie dietro, ho affrontato un muro tutto da sola ed è stato pazzesco, c’era tantissima gente che urlava, praticamente facevano tutti il tifo per me. Era come se fossi da sola in fuga in testa alla cor­sa, invece ero l’ultima, staccata, ep­pure loro mi supportavano come se fossi la più forte, mentre pedalavo mi veniva da piangere, non tanto per la fatica, quanto per l’emozione».

Riusciresti a scegliere tra pista e strada?
«Cavolo è difficile scegliere, anzi, è impossibile. Il mio cuore è diviso in due, amo queste discipline allo stesso modo. Fortunatamente, grazie alla Valcar che incentiva questa mia attività, riesco a far convivere le due cose, con la pista miglioro sulla strada in esplosività e nel muovermi bene in gruppo. La cosa bella della pista è la sensazione di trovarsi come in un teatro, il pubblico è sempre lì che applaude e non c’è mai un momento morto. La strada invece è magica, è più imprevedibile, ci sono meno possibilità di vincere, occorre muoversi bene ed interpretare la corsa, ma serve anche un briciolo di fortuna».

Quanto è stato importante tuo fratello Simone nella tua carriera?
«Mio fratello è un grandissimo punto di riferimento, ho iniziato seguendo le sue orme, innamorandomi di questo sport: lui ha cinque anni in più di me, ci è già passato e così se ho un problema legato al ciclismo chiedo subito a lui che mi sa consigliare nel migliore dei modi. Inizialmente è stato difficile, venivo bollata come “la so­rella di Si­mone” e tutti si aspettavano di fare paragoni; fortunatamente però abbiamo pre­so la nostra strada e nes­suno è più il fratello dell’altro».

E se ti dicessi Tokyo 2021?
«Già solo a sentire questo nome mi emoziono perché è un sogno grande grande. È il mio vero obiettivo della stagione e piano piano sto cercando di mettere insieme i pezzi per realizzarlo, devo assolutamente essere al massimo della forma tra giugno e agosto. Poter prendere par­­te ai Giochi sarebbe pazzesco, ora come ora il ct Salvoldi non ha an­cora deciso le atlete che partiranno per Tokyo, fortunatamente c’è an­cora tempo per prepararsi e far vedere quan­to val­go. Se venissi scelta sarei la persona più felice del mondo, ma se non dovessi andare di certo non me la prenderei. La squadra è giovanissima e, come ha detto varie volte il nostro ct, i Giochi Olimpici non so­no un punto di arrivo ma tutt’altro, abbiamo tutto il tem­po di crescere e di migliorarci, an­da­re in Giap­pone sarebbe un po’ come tastare il terreno, godersi tutto quello che c’è intorno, capire come funziona e fare veramente il colpaccio a Parigi 2024. Cer­­to che se do­ves­si riuscire a partecipare, coronerei non solo il sogno dell’Olimpiade ma anche quello di esserci con mio fratello, la mia famiglia Consonni impazzirebbe».

Come ti immagini le Olimpiadi?
«Come tutti, ho sempre fantasticato fin da bambina su questa competizione, è un po’ il tempio dei grandi atleti, tutti sognano di prendervi parte, me lo im­magino un po’ come un luogo incantato. Io lo conosco solo attraverso la televisione o grazie ai racconti di mio fratello, mi è sempre parso un “posto magico” in cui possono entrare solo poche persone. Cinque anni fa, in occasione dei Giochi di Rio, eravamo tutti davanti allo schermo a sostenere il quartetto, è stato pazzesco e già solo l’idea di essere dall’altra parte e con tutta la mia famiglia a casa a sostenermi mi mette la pelle d’oca».

Pensi che in qualche modo lo slittamento dei Giochi al 2021 ti sia stato d’aiuto?
«Assolutamente sì. L’anno scorso non avevo nemmeno la metà delle possibilità che ho ora, era il primo anno che correvo a tempo pieno senza avere gli impegni della scuola, non potevo essere ad alti livelli. Nel 2020 sono successe tante cose brutte, ma in un certo senso questo è stato un po’ il mio jolly, ho avuto la possibilità di migliorarmi e voilà, dopo tanto impegno sono nella rosa e mi sto giocando un posto per le Olimpiadi, chi lo avrebbe mai detto?».

Quest’anno da te ci si aspetta davvero tanto: non senti un po’ di pressione?
«Assolutamente no. Mi piace mettermi in gioco e dare sempre il massimo, mi pongo nuove sfide ed imparo sbagliando, adoro andare dall’altra parte del mondo per gareggiare ed inseguire i miei sogni, so quello che voglio e so anche che dovrò dare tutta me stessa per realizzarlo. È un lavoro bellissimo che richiede sacrifici: se in gruppo si sono ansia o tensione ci penso io a strappare un sorriso a tutti quanti, do­po tutto è quello che so fare meglio».

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