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L'ORA DEL PASTO. CON IL BALLERO, OGNI GIORNO
di Marco Pastonesi | 10/12/2018 | 07:50

C’è chi lo ricorda il giorno della nascita (l’11 dicembre, del 1964), chi il giorno della morte (il 7 febbraio, del 2010). C’è chi lo ricorda a ogni Parigi-Roubaix, di cui era stato interprete, protagonista, vincitore, chi a ogni Mondiale, da commissario tecnico e umano. E c’è chi lo ricorda tutti i giorni, con una maglia, una squadra, una società che porta il suo nome, anzi, il suo soprannome. Bàllero. Team Bike Ballero.

Enrico Grimani e Franco Ballerini si erano conosciuti da ragazzini: “Da avversari. Lui correva per una squadra dalle parti di Campi Bisenzio, io di Grosseto. Categoria esordienti. Ma c’era stata subito un’intesa e un rispetto, io per lui, lui per me, che non ci avrebbero mai più abbandonati. Lui era forte, io discreto. Ci si incontrava alle corse. Ci si conosceva. Ci si studiava”.

Un giorno le strade si unirono: “Primo anno da juniores alla Magniflex di Cantagrillo. Quando i dirigenti mi domandarono se ci fosse uno con cui avrei avuto piacere di correre insieme, nessun dubbio: Franco Ballerini. E poi un altro: Angelo Canzonieri. Perché erano stati avversari forti e leali. Furono ingaggiati. Avevamo casa a Cantagallo. E noi e la casa eravamo abbracciati al paese. Riconosciuti, apprezzati e, forse anche senza volerlo, controllati. A ripensarci, uno squadrone: sarebbero arrivati anche Daniele Asti, Antonio Santaromita, Alessandro Giannelli. E c’era un progetto: passare tutti quanti professionisti”.

E si unirono anche le vite: “Sapete che cosa significa vivere sempre insieme quando si ha 17 anni. Il primo Grande Fratello era stato proprio il nostro. E quei legami, a quella età, diventano indissolubili. In più, avevamo la fortuna di pedalare forte e ottenere risultati. Andavamo di fretta: a pedali e a piedi. Anche con i nomi. Li accorciavamo. Fu lì che nacque il Bàllero. Io lo chiamavo così, alla laziale, perché la mia famiglia veniva da Civitavecchia, anch’io ero nato a Civitavecchia e poi trasferito a Grosseto per il lavoro di mio padre, muratore. E lui mi chiamava Grim, che non era solo un diminutivo, ma anche un suono, come il rumore – grim, grim, grim - di un motorino. E Santaromita era ‘il Marmitta’. E passammo, tutti, in blocco, professionisti. Era il 1986. Due anni di contratto con la Magniflex”.

Poi le strade, e le vite, si divisero: “La Magniflex smise e noi ci separammo, pur rimanendo in contatto, e in buoni rapporti. Nel 1988 passai all’Alba Cucine-Benotto-Sidermec, nel 1989 alla Titanbonifica-Viscontea-Sidermec. Nel 1990 sarei dovuto andare alla Festina, ma ebbi un incidente stradale, finii contro un’auto, rimasi senza contratto, non riuscii più a rientrare, andai a lavorare. Ma Franco mi rimase sempre vicino, mi sostenne, mi aiutò. Una vera amicizia. E quando lui vinceva la Parigi-Roubaix, io, davanti alla tv, piangevo di gioia e commozione. Avevo preso l’abitudine di mandargli un messaggio: ‘Ballero, nel bene o nel male, sarò sempre con te’. Divenne una tradizione. E continuò anche quando, da c.t., Franco guidava l’Italia ai Mondiali. Non solo. Continuò anche sotto la gestione di Paolo Bettini e, adesso, sotto quella di Davide Cassani”.

Il Ballero non doveva morire: “Per farlo vivere e correre ancora, alla fine del 2012 si fondò il Team Bike Ballero, nel 2013 si inaugurò una squadra di master e si partecipò a corse del calendario Uci. Nel 2016 la decisione di dedicarci ai giovani. Lentamente, faticosamente, ma consapevolmente, responsabilmente. Mi sono rimesso in gioco: tanto ho avuto dal ciclismo, tanto voglio dare al ciclismo. Adesso abbiamo 14 giovanissimi, due esordienti, otto allievi, due juniores, fra strada e mountain bike, e uno speciale cicloturista, Renato Di Rocco il presidente della Federciclo, tesserato proprio qui da noi. Se penso che a Grosseto il ciclismo si stava estinguendo, questa è, nel suo piccolo, una grande sfida, forse già una grande vittoria. E il Ballero, da lassù, ci aiuta: soddisfazioni, risultati, perfino sponsor. E, come presidente, mia moglie Catiuscia”.

Il “Grim” predica onestà: “Ho cominciato con gli amatori, ho proseguito con i ragazzi. Il doping rovina uno sport bellissimo, forse il più bello. Il doping allontana i genitori, gli sponsor, la gente, e il ciclismo si nutre della gente al raduno della partenza, ai bordi della strada, sul viale dell’arrivo. Bisogna credere nel valore della fatica e del sacrificio, nella passione e nell’amicizia. Il ciclismo sta facendo moltissimo nella lotta al doping, più di tanti altri sport. Lo dico anche ai giornalisti: usare lo stesso metro di giudizio per tutti gli sport. Io correvo in un periodo in cui il doping era più radicato, e sono stato aiutato dalla mia povertà: se avevi i soldi, potevi approfittarne, ma a me anche le 100mila lire servivano per aiutare la mia famiglia. Così mi affidavo soltanto alle mie forze, quelle delle gambe e quelle dell’anima. Ho vinto una sola corsa, un circuito degli assi a cronometro a Tavola di Prato, e per ironia della sorte non figura neppure nei risultati ufficiali. Poi un secondo posto al Giro del Piemonte del 1986: ero in una giornata di grazia, in un gruppettino avevamo ripreso Indurain, nel finale sapevo che Daniele Caroli sarebbe scattato e lo andai a prendere, sapevo che ci avrebbe provato anche l’australiano Phil Anderson ci avrebbe provato e lo andai a prendere, ero sicuro di vincere in volata quando ai 400 metri mi passò Gianni Bugno. Lo rimontai, ma dopo il traguardo, e non contava più nulla. E un terzo posto nella cronosquadre Lerici-Lido di Camaiore al Giro d’Italia, 43 chilometri, tutti i miei compagni mi fecero i complimenti. E a proposito di complimenti, quella volta che Gibì Baronchelli, terzo al Giro del Trentino 1989, con la squadra decimata e poi chiusa per bancarotta, sotto le docce disse che valevo 10 corridori”.

Domani Franco Ballerini avrebbe compiuto 54 anni: “Non c’è giorno in cui non pensi, e non dica, ‘Ballero, nel bene o nel male, sarò sempre con te’. E non c’è giorno in cui non sia guidato da qualche insegnamento di Alfredo Martini. Diceva: ‘Mai costringere un ragazzo a scendere dalla bici, mai tagliargli la strada, perché quel ragazzo deve abituarsi a pedalare nella vita”.
 

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