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VERSO ROUBAIX. QUELLI CHE... L'HANNO SOLO SFIORATA: JUAN ANTONIO FLECHA. GALLERY
di Benjamin Le Goff | 01/04/2026 | 08:25

Vincere la Regina delle Classiche è il sogno di una vita per un'intera categoria di corridori chiamati "Flandriens" così come per grandi campioni che attribuiscono particolare prestigio alla Paris-Roubaix Hauts-de-France. Ma oltre ai 95 diversi vincitori (5 per le donne), la storia dell'evento è segnata anche da corridori di prim'ordine che inciampano ripetutamente in questo obiettivo, conquistano posti d'onore, perdono la consacrazione per un intoppo, una foratura al momento sbagliato. Di cosa aveva bisogno Adrie van der Poel per vincere negli anni '80 nel velodromo dove suo figlio ha trionfato in tre edizioni consecutive? E Juan Antonio Flecha che si è avvicinato più volte all'impresa sui ciottoli del Nord? E Marianne Vos che ha vinto ovunque? I ricordi della passerella hanno un sapore amaro solo per Zdenek Stybar, Steve Bauer o Lorena Wiebes? Domande e risposte in una serie di sei interviste, realizzate in collaborazione con ASO, che ci accompagneranno fino all'appuntamento del 12 aprile.

Fino a non molto tempo fa, le Classiche erano un territorio inesplorato per i ciclisti spagnoli. Ogni volta che una squadra spagnola era costretta, per regolamento o per richieste degli sponsor, a partecipare alla Parigi-Roubaix, i direttori sportivi chiedevano ai corridori di alzare la mano durante un ritiro e offrirsi volontari per quella che veniva presentata come una sfortunata spedizione nell'ignoto. Due o tre giovani promesse si iscrivevano, e i posti rimanenti venivano occupati da corridori di livello inferiore, fuori forma, con il mandato di ritirarsi alla prima zona di rifornimento. Juan Antonio Flecha era diverso: una sorta di pioniere. Durante il suo primo anno con la Banesto (oggi Movistar Team), disse al direttore sportivo Eusebio Unzué che voleva correre nell'Inferno del Nord, sperando di convincerlo a mandare una squadra alla Roubaix. «Mi disse che mi avrebbe portato lì quando fossi stato abbastanza bravo da vincere», ricorda Flecha.

FA MALE ARRIVARE SECONDI?
Juan Antonio Flecha ha scoperto le Classiche grazie alle videocassette che un amico danese gli prestava quando erano al liceo. «All'epoca in Spagna si potevano guardare il Giro delle Fiandre o la Parigi-Roubaix solo tramite la TV satellitare. Io guardavo quelle videocassette di continuo. Ne ero ossessionato e ho imparato i percorsi a memoria».

Le questioni di cuore vanno ben oltre la ragione (sportiva). «La Roubaix non è solo questione di vincere o perdere. È una corsa che ti dà molto più di una semplice vittoria. Arrivare al velodromo è già un trionfo che molti corridori sognano».

Ecco perché il fatto di non essere riuscito a vincerla non lo tormenta. «La Parigi-Roubaix sceglie i suoi vincitori. E a volte le sue scelte sono ingiuste. Eppure preferisco rispettare le dinamiche di questa corsa: ha incoronato molti campioni brillanti e anche alcune outsider come Johan Vansummeren o Matthew Hayman, che si sono guadagnati il ​​successo con costanza, anno dopo anno, lavorando per altri corridori. È una corsa capricciosa, e a volte i suoi capricci non mi hanno favorito. A volte ho perso perché qualcun altro era più forte, altre volte per colpa mia. Non ho bisogno di guardare oltre. Devo solo accettarlo».

2009, IL MOMENTO IN CUI SI SENTÌ PIÙ VICINO ALLA VITTORIA
Già due volte vincitore della Parigi-Roubaix, Tom Boonen decise di far saltare il banco nell'edizione del 2009 e ridusse il gruppo di testa a sei corridori nel tratto di Mons-en-Pévèle: con lui, Pozzato, Hushovd, Vansummeren, Hoste e Flecha. «Era un gruppo fortissimo - ricorda lo spagnolo -. Collaboravamo bene e mi sentivo alla grande». Flecha decise di lanciare un attacco deciso al Carrefour de l'Arbre, ma cadde alla prima curva di questo leggendario settore, piegando le corone della sua bici e impedendo così alla catena di girare come doveva. Fine dei giochi. «Una volta trovato un momento di solitudine, sono scoppiato in lacrime come non mi era mai successo in vita mia per una gara. Non sapevo se avrei vinto, ma pensavo fosse ingiusto non aver avuto nemmeno la possibilità di giocare le mie carte, anche se per colpa mia. Oggi mi rendo conto che non meritavo di vincere quel giorno, pur avendo l'esperienza necessaria e pensando di aver giocato bene le mie carte...».

C'è un'altra volta in cui Flecha sentiva di aver meritato di alzare le braccia al cielo a Roubaix. «Nel 2005, quando ho sprintato per la vittoria con Boonen e Hincapie. Ma era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere e la spalla mi faceva così male, a causa di una caduta durante un allenamento, che non riuscivo nemmeno ad alzarmi sui pedali per scattare. Quando è arrivato il momento, ho rovinato tutto e i miei due rivali mi hanno battuto senza problemi».

TOM BOONEN, IL SUO MIGLIOR NEMICO
«Sono orgoglioso di essere stato presente quando Tom Boonen ha vinto la sua prima Parigi-Roubaix - afferma Flecha -. È il rivale che mi ha fatto l’impressione più grande». Un attacco a lunga distanza della leggenda belga nell’edizione 2012 dell’Inferno del Nord è un esempio lampante di questo pensiero: «Ricordo che, nella mia penultima partecipazione, attaccò piuttosto lontano dal traguardo. Io e i miei compagni del Team Sky cercammo di raggiungerlo e a Mons-en-Pévèle accelerai per recuperare terreno. Ci andai vicino, ma mi fu impossibile mettermi alla sua ruota. Quel duello dimostrò quanto fosse superiore a me».

Flecha corse per due anni alla Fassa Bortolo con l’altro grande specialista della Roubaix della sua epoca, Fabian Cancellara (vincitore della corsa nel 2006, 2010 e 2013). «Riuscivo a stargli dietro sul pavé. Ogni volta che si allontanava da me, era per via di circostanze tattiche che mi impedivano di reagire immediatamente. Boonen era semplicemente un gradino sopra di me». Un altro illustre ex compagno di squadra di Flecha è Matthew Hayman, l'uomo con cui ha corso più volte alla Roubaix, con la Rabobank (3 volte) e il Team Sky (3 volte). «Ero così felice quando ha vinto nel 2016. Se la meritava davvero...»

LA SOLITUDINE, LA SFIDA PRINCIPALE DELLA PARIGI-ROUBAIX HAUTS-DE-FRANCE
Flecha spiega come la maggior parte delle corse siano impegnative proprio a causa dell'orografia, e la Roubaix fa eccezione: «Non c'è praticamente alcun dislivello, e le difficoltà derivano da altri fattori». Il corridore catalano sottolinea un aspetto particolare che nessun profilo altimetrico potrebbe mai descrivere: la solitudine. «La Parigi-Roubaix è la corsa in cui ti senti più solo, e quella che meglio incarna lo spirito avventuroso dei pionieri del ciclismo su strada. In questo momento sono appassionato di ultra-endurance, gare che mi fanno sentire come a Roubaix, perché l'assistenza tecnica non era sempre disponibile. La tua squadra può avere personale in ogni settore, pronto ad aiutarti in caso di problemi, ma quanti corridori sono riusciti a finire la corsa solo perché uno spettatore ha dato loro una mano, o perché hanno trovato da soli una via d'uscita dai guai?».

Sogna ancora le situazioni in cui inseguiva i gruppi, consapevole che, in caso di guasto meccanico, l'ammiraglia sarebbe stata a chilometri di distanza e la sua gara sarebbe finita. «Lo faccio davvero. E mi vedo pedalare su uno di quei settori di pavé, in mezzo al nulla, con il vento che soffia da tutte le direzioni, con la sensazione di aprire una nuova strada attraverso i campi».

Flecha, il pioniere, ha un solo rimpianto in questa bellissima storia d'amore con la Parigi-Roubaix. «Non ho mai avuto la fortuna di godermi un'edizione bagnata della corsa. C'era un po' di fango sul pavé nel 2005, ma solo perché aveva piovuto nei giorni precedenti. Quando ho deciso di ritirarmi dal ciclismo professionistico, incrociavo le dita sperando che l'edizione successiva non si svolgesse con il brutto tempo. Mi avrebbe fatto arrabbiare tantissimo!».

LA SCHEDA

Juan Antonio Flecha
Nato il 17 settembre 1977 a Junín (Argentina). Di nazionalità spagnola, vive a Casteldefells, vicino a Barcellona.

Squadre: Relax-Fuenlabrada (2000-2001), iBanesto.com (2002-2003), Fassa Bortolo (2004-2005), Rabobank (2006-2009), Team Sky (2010-2012), Vacansoleil (2013).

Grandi vittorie: Tappa 11 Tour de France 2003 / Omloop Het Nieuwsblad 2010 / Campionato di Zurigo 2004 / Giro del Lazio 2004 / Circuito Franco-Belgio 2008

Risultati alla Parigi-Roubaix: 2003: 25ª / 2004: 13ª / 2005: 3ª / 2006: 4ª / 2007: 2ª / 2008: 12ª / 2009: 6ª / 2010: 3ª / 2011: 9ª / 2012: 4ª / 2013: 8ª

GIA' PUBBLICATI

Adrie Van der Poel

Steve Bauer

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