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OLIMPIADI STORY. IL GRANDE RECORD DI ROBERTA BONANOMI
di Alessandro Brambilla | 07/08/2021 | 08:10

Il ciclismo ha la sua primatista di partecipazioni alle Olimpiadi: è la bergamasca Roberta Bonanomi che ha partecipato a 5 edizioni esattamente come Alessandra Sensini (surf), Iosefa Idem (canoa), Federica Pellegrini (nuoto) e lo sciabolatore  Aldo Montano, rimanendo alla storia più recente dei Giochi.

Roby Bonanomi ha partecipato all’Olimpiade di Los Angeles 1984, la prima edizione con titoli del ciclismo femminile in palio, poi ai Giochi di Seul ’88, Barcellona ’92, Atlanta ’96 e Sydney 2000. Roberta da sempre vive a Sotto il Monte, il paese di Papa Giovanni Roncalli, e iniziò a gareggiare per l’Alba Robbiate passando poi alla Merate e in altri teams. E’ la donna dei record: disputò il primo Campionato del Mondo su strada con le elite nell’agosto 1983 ad Altenrhein, in Svizzera. Roby Bonanomi è nata il 15 ottobre 1966, a fine agosto ’83 aveva 16 anni e dieci mesi e già sfidava la Longo (classe ’58) e altre campionesse over 25, diciamo le migliori elite coi parametri attuali. Allora le elite erano definite “seniores”, e le juniores avevano dai 13 ai 16 anni.

Roberta disputò dunque la corsa su strada elite (seniores) dell’ Olimpiade di Los Angeles d’inizio agosto ‘84 all’età di 17 anni e 9 mesi. Probabilmente è la più giovane protagonista di una gara olimpica di ciclismo femminile (tra gli uomini da segnalare Cesare Cipollini, fratello di Mario, che da junior diciottenne gareggiò in pista ai Giochi di Montreal ’76). Sarebbe come schierare all’Olimpiade “Tokyo 2020” una ragazza della categoria juniores contro Van Vleuten, Van Der Breggen, Vos e Longo Borghini. Tuttavia Roby Bonanomi e le ragazze della sua generazione non si lamentavano: “Eravamo abituate a gareggiare contro atlete di 10-15 anni più di noi anche in Italia, e non venivano stilate classifiche differenziate per fasce d’età, cosa che fanno attualmente nelle gare catalogate open. Negli Anni 80 l’ordine d’arrivo era unico. Ero adolescente comunque gareggiare contro atlete over 25 soprattutto a livello internazionale mi dava grande stimolo”.

Roby è nella schiera eletta degli atleti con 5 partecipazioni olimpiche, ma non sussulta: ”Aldo Montano, Federica Pellegrini, Alessandra Sensini, Isefa Idem – ammette Roberta, che vive col marito Corrado e il figlio Stefano, 17 anni - ai Giochi hanno  ottenuto risultati importanti. Io invece non ci sono riuscita pur meritandomi per 5 edizioni la convocazione da titolare”.

A Los Angeles ’84 ( vittoria della statunitense Connie  Carpenter) con lei vennero schierate Maria Canins, Cristina Menuzzo, Bruna Luisa Seghezzi. “In quell’Olimpiade statunitense – dice Roby – noi alloggiammo nei pressi della sede di svolgimento della corsa su strada, a 100 chilometri dal villaggio olimpico. E’ il motivo per cui non ci siamo rese conto al 100% di essere all’Olimpiade: sembrava l’atmosfera di una normale gara internazionale. Terminai la corsa in gruppo”.

A Seul 1988 per Roby fu più bello. “Noi azzurre eravamo finalmente alloggiate al villaggio olimpico, con i campioni di tutte le discipline. A Seul mi sono resa conto di cos’è un’Olimpiade, anche se la nostra gara era pianeggiante, inadeguata ad una passista scalatrice come me”. Vinse la velocista olandese Monique Knol.

“Mi è andato bene il circuito dell’Olimpiade 1992 di Barcellona – prosegue Roberta – anche se ho sofferto notevolmente il caldo e se non riuscii ad arrivare tra le prime”. Nel ’92 tra le donne trionfò l’australiana Anne Kathrin Watt, fra i maschi Fabio Casartelli. Nella successiva Olimpiade di Atlanta la scelta di tempo premiò la francese Jeannie Longo, medaglia d’oro.  e anche la bergamasca Imelda Chiappa, seconda classificata. “Davanti avevamo Imelda – spiega Roberta – non potevamo muoverci dal gruppo inseguitore. Vorrei sottolineare che il Mondiale di Duitama 1995 era stato prova di selezione olimpica. Io a Duitama pur correndo in altura arrivai sesta meritandomi il posto da titolare per Atlanta 1996”.

All’inizio della stagione 2000 Roberta Bonanomi trionfò nella prova di Coppa del Mondo ad Hamilton, in Nuova Zelanda. “Una vittoria indimenticabile, misi un’ipoteca sulla partecipazione alla mia quinta Olimpiade”. Ai Giochi di Sydeny 2000 non fu fortunata: cadde e si ritirò. Vinse l’oro Leontien Van Moorsel (Olanda).

“Più che da Olimpiade in carriera sono stata una donna da gare a tappe”, osserva la concittadina di Papa Giovanni. E’ la sacrosanta verità: Roby vinse ad esempio il Giro d’Italia 1989. Era il secondo Giro per donne, e Roby lo dominò senza ottenere successi di tappa, “stile Balmamion”. Nella storia del Giro d’Italia è anche arrivata seconda in classifica, oltre a vincere una tappa.

In alcune edizioni del Tour de France correndo con la maglia dell’Italia riuscì a vincere 4 tappe e anche ad indossare la maglia gialla e quella a pois del Gran premio della Montagna, seppur transitorie. “Vinsi una tappa nel dipartimento della Charente – ricorda con un pizzico di commozione - e a mettermi la maglia gialla venne il presidente della Repubblica Francois Mitterand”. Roby è stata Campionessa del Mondo della 50 chilometri cronosquadre a Renaix 1988; con lei gareggiarono Maria Canins, Francesca Galli e la romagnola Monica Bandini, che ora è lassù. “La cronosquadre è una specialità magnifica, spero che venga reinserita nel programma dei Mondiali nella forma più classica, ovvero riservata alle Nazionali”.

Col treno azzurro della cronosquadre ai Mondiali è anche arrivata terza a Villach 1987 (con lei c’erano Chiappa, Galli e Bandini)  e seconda a Chambery 1989 ( con Canins, Galli, Bandini). L’Italia perse l’oro al Mondiale in Francia per due decimi di secondo. Nel 1993,  a Oslo, Roby   conquistò la medaglia di bronzo nella 50 chilometri con Michela Fanini (anche lei è in cielo),  Alessandra Cappellotto, Fabiana Luperini. “Ho vinto anche un Giro di Norvegia, un Giro del Friuli, altre corse – fa notare Roberta – prendendomi soddisfazioni enormi. Purtroppo il nostro era un ciclismo dilettantistico e non avevamo i vantaggi delle attuali praticanti. Non invidio a Longo Borghini, Bastianelli e company le splendide prestazioni atletiche e i percorsi di gara, bensì strutture organizzative e di squadra. Ora ci sono i corpi statali che garantiscono a loro guadagni immediati e benefici professionali post-carriera ciclistica. Io ho corso in bici da elite ad alto livello per 19 stagioni e altri anni fra le giovani, e ora vado a lavorare in un ristorante. Ritengo d’aver contribuito notevolmente, con altre, al processo evolutivo del ciclismo rosa. Auguro alle protagoniste di quest’epoca grandissimi trionfi”.

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