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CATALDO. «IL PROSSIMO ANNO VOGLIO RIALZARE L'ASTICELLA»
di Francesca Cazzaniga | 19/11/2020 | 08:05

Sessanta giorni di corse, 9813 km percorsi in gara, due grandi giri disputati nella sua prima stagione con la maglia della Movistar. Dario Cataldo si sta godendo gli ultimi giorni in questo atipico off-season e quindi ne abbiamo approfittato per raggiungerlo telefonicamente a Balerna, alle porte di Chiasso, dove vive con la sua fidanzata Alexandra ed i loro due cani, Gigio di quattro anni e Frizzy di tre: «Ho avuto la grande fortuna di aver preso parte a due Grandi Giri in questa stagione così difficile. La parola chiave quest’anno era “bolla” e sinceramente non ho notato differenze tra la gestione al Tour de France rispetto al Giro d’Italia. Al Tour però, essendo stato il primo Grande Giro di questo 2020, c’era sicuramente più tensione per cercare di rispettare nel migliore dei modi tutti i protocolli. Gli organizzatori del Tour così come quelli del Giro hanno fatto tutto il possibile per cercare di salvare la corsa, riuscendo così ad arrivare a Parigi e Milano, e vi confesso che l’emozione, visto il periodo che tutti siamo vivendo, è stata grande. È una situazione che credo non possa cambiare rapidamente e tutti dobbiamo conviverci ancora per un po’: credo che anche l’inizio della prossima stagione sarà complicato. Non sarà semplice tornare alla normalità, purtroppo».

Si è ripreso dalle fatiche di due Grandi Giri?
«Sì, per due settimane mi sono completamente dimenticato della bici, dopo una stagione come questa ne avevo proprio bisogno. Ho corso per ben 42 giorni in soli due mesi, è stato un finale di stagione molto intenso e diverso dal solito. Solitamente in questo periodo - come tutti i miei colleghi - ne approfitto per staccare la spina e fare qualche vacanza, quest’anno è andata diversamente. La prima settimana l’ho passata a casa, la seconda invece ho fatto qualche giro in Svizzera, vicino a casa, con Alexandra. Un off-season diverso rispetto a quelli passati ma non mi lamento, sto ricaricando le batterie nel modo migliore in vista della prossima stagione».

Quando ricomincia la sua preparazione?
«Già questa settimana, con calma ma bisogna iniziare ad accendere i motori e a togliere un po’ di ruggine di queste due settimane. Devo ancora sentire Patxi (Vila, ndr) il mio preparatore, per stilare il programma in vista del 2021».

Quest’anno le è mancata la vittoria al Giro, quella che era arrivata nel 2019 con la Ivrea-Como...
«Purtroppo sì. Quest’anno il mio primo obiettivo era quello di inserirmi bene nella nuova squadra ed essere d’appoggio per i miei compagni. Mi sarebbe piaciuto portare a casa una vittoria, non lo nego, o almeno avvicinarmi ma le fatiche di questo finale di stagione si sono fatte sentire e non sono stato performante come pensavo. È stato un anno strano per tutti».

Restando al Giro d’Italia, ci parla della la Morbegno-Asti?
«Incomincio dicendo che c’è stata una grande confusione. Noi corridori abbiamo sicuramente sbagliato le tempistiche, anche se in gruppo se ne parlava già da qualche giorno. Le condizioni meteo non erano sicuramente delle migliori, fino all’ultimo abbiamo sperato che migliorassero ma così non è stato. Quella mattina abbiamo cercato un compromesso con il patron del Giro, Mauro Vegni, che poi siamo riusciti a trovare. Noi volevamo correre, ma volevamo farlo nelle giuste condizioni. La Morbegno-Asti (da 258 km ridotta a 124, ndr) era una tappa molto lunga e pianeggiante che non avrebbe cambiato la classifica. Una volta ridisegnata, dal punto di vista sportivo penso sia stata una bella tappa e con molti attacchi. A livello organizzativo poi, Mauro Vegni insieme al suo staff hanno fatto davvero dei miracoli riuscendo a reinventare una tappa in modo impeccabile con una partenza diversa rispetto a quella in programma. Vorrei anche sottolineare che c’è molta differenza tra prendere un’intera giornata di pioggia a maggio e ottobre: in autunno si rischia l’ipotermia, non si scherza, soprattutto se la stessa situazione si prolunga per diverse ore, come poteva essere la tappa di Morbegno. Mi dispiace si sia fatta molta polemica e che sia stata una tappa “sminuita”, ma le condizioni erano veramente al limite. La cosa più triste, dal mio punto di vista, è che sia nata una polemica sterile: siamo passati per sfaticati ancora prima di spiegare bene le motivazioni che ci hanno portato a cercare un compromesso. Parlare di figuraccia, come ho sentito, mi sembra esagerato. Ma questo è e resta un mio modestissimo parere.»

Se dovesse darsi un voto per il 2020...
«Mi darei un 6, perché ho svolto il mio lavoro bene ma sono anche molto esigente. Sicuramente come squadra potevamo fare di più, non è stata una stagione brillante. Speriamo possa andare meglio la prossima»-

È stato un vantaggio affrontare una stagione come questa con il contratto in tasca?
«Sicuramente sì, per i corridori in scadenza quest’anno sicuramente non è stato facile. Negli anni però ho avuto la possibilità di dimostrare tanto e le persone che sono in questo mondo conoscono bene il mio modo di lavorare ed il mio valore, quindi credo che una sistemazione l’avrei comunque trovata. Se invece avessi dovuto dimostrare ottenendo qualche grande risultato, allora sarebbe stata tutta un’altra storia» commenta Dario ridendo.

Quali saranno gli obiettivi per il 2021?
«Non ho ancora definito il programma per la prossima stagione, ma vorrei alzare l’asticella cercando di arrivare più in forma rispetto a quest’ultima.»

Siamo in pieno ricambio generazionale. C’è un consiglio che vorrebbe dare a questi ragazzi?
«I giovani che sono al vertice oggi, oltre ad essere molto talentuosi, sanno correre bene. Penso a Pogacar che ha vinto il Tour de France a soli 22 anni non sbagliando niente, oppure a Bernal che a 23 anni corre in gruppo come fosse un veterano. Sono veramente dei grandi ciclisti e quindi diventa difficile dare dei consigli. Chissà però per quanto tempo riusciranno a stare a questi livelli, e quindi mi sento di consigliare loro di pensare anche a come saranno tra qualche anno, di vivere sicuramente il presente ma di pensare anche al futuro, di cercare e di mantenere questa grinta il più a lungo possibile. Con il passare degli anni le cose si fanno sempre più complicate e le pressioni spesso aumentano».

E lei ha qualche rimpianto?
«Tante volte ho analizzato la mia carriera. A tutti piacerebbe essere dei campioni ma non tutti lo sono. Avrei potuto vincere qualcosa in più? Magari sì, però sono felice di quanto fatto. Ho un ruolo ben definito nel gruppo e mi sono guadagnato con il tempo la fiducia di moltissime persone che mi stimano per quello che sono e per me questa è una grandissima soddisfazione. Tornassi indietro rifarei tutto, perché ogni singola scelta ha fatto parte del percorso e mi ha portato fino a qui. Tra alti e bassi, essere ancora in gruppo a 35 anni è una grande soddisfazione.»

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