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CICCONE IN ROSA. «È IL SOGNO DI UN BAMBINO CHE SI REALIZZA»
di Francesca Monzone | 12/05/2026 | 17:47

«È uno di quei giorni in cui è difficile trovare le parole: sin da bambino il mio sogno da ciclista è sempre stato quello di indossare la maglia rosa anche solo per un giorno». Fatica a parlare per l'emozione Giulio Ciccone, ma lo fa a cuore aperto, con gli occhi che sorridono e quella maglia che ora, finalmente, è sua.

«Ho iniziato a inseguirla nel 2016 al mio primo Giro d'Italia, oggi la prendo dopo 10 anni quando ci pensavo sì ma nemmeno troppo. E la dedico alla mia famiglia e a tutti coloro che mi hanno aiutato in questa avventura: la vita del ciclista in questi ultimi anni è molto cambiata, ci sono sempre più sacrifici da fare e questi coinvolgono anche chi vive intorno a noi ed è per questo che voglio condividere questa gioia con chi mi è vicino‚».

LA CONFERENZA STAMPA. Sette anni dopo la maglia gialla al Tour de France, Giulio Ciccone si è ripreso un simbolo che pesa come una consacrazione. La maglia rosa, indossata per la prima volta in carriera al termine della prima tappa italiana del Giro, ha il sapore della maturità, del sacrificio e della rinascita. Non è soltanto un primato in classifica: è il riconoscimento a un corridore che negli anni ha imparato a cambiare pelle senza perdere la propria identità.

Perché se il ciclismo è cambiato radicalmente, Giulio Ciccone è rimasto autentico, assomigliando a corridori del passato, che vivevano il ciclismo eroico, fatto di sudore ed emozioni.

«Sette anni non sono pochi da quando avevo vestito la maglia gialla - racconta Ciccone - Il ciclismo in sette anni è cambiato anche tanto. È arrivata una nuova generazione di corridori che sette anni fa non esisteva. Tutto è diventato molto più difficile, molto più esasperato, quindi ogni singolo risultato richiede molta più dedizione, molto più sacrificio, molta più preparazione».

Parole che spiegano bene la sensazione di un atleta cresciuto in un’altra epoca del ciclismo recente, quella in cui a 19 anni si era ancora lontani dal professionismo. «Oggi a 19 anni vanno già fortissimo e sono pronti per fare classifica nei grandi giri. Io a 19 anni ero ancora in Abruzzo cercando di trovare la mia strada per arrivare al professionismo».

Eppure, dentro questa  generazionale, Ciccone è rimasto fedele a sé stesso: «La cosa che non è cambiata è la mia mentalità, la mia grinta, la mia voglia di lavorare, di continuare a crescere e di non fermarmi mai».

La maglia rosa arriva infatti al termine di un percorso fatto di dolore e ostacoli. L’abruzzese non dimentica il Giro lasciato l’anno scorso con una classifica importante tra le mani, né l’intervento chirurgico che lo ha costretto a mesi lontano dalle gare, il Covid, le cadute. «Il ciclismo mi ripaga sempre. Momenti difficili ce ne sono stati tanti. Però oggi voglio godermi questo momento perché mi sta ripagando e sto vivendo un periodo bellissimo».

Ed è proprio il senso della spensieratezza e della leggerezza che ritorna continuamente nei suoi pensieri. Ciccone sembra aver trovato una nuova poesia e una nuova forza. «La leggerezza è fondamentale. Ti dà quella spensieratezza in gara. Quando fai classifica devi essere sempre super concentrato, invece avere questa leggerezza ti aiuta a consumare meno energie, a essere più lucido».

Una filosofia che si riflette anche nel modo in cui affronta questo Giro. La Lidl-Trek è arrivata con una squadra costruita soprattutto per le volate di Jonathan Milan, non per blindare una classifica generale. Ciccone lo sa bene e non si nasconde.

«Per fare classifica non ci si improvvisa da un giorno all’altro. Ci sono squadre che sono venute qui solo per quello e questo non è il nostro caso. Io voglio cercare la vittoria e voglio portare questa maglia finché riesco, ma bisogna essere realistici».

Il sogno, naturalmente, sarebbe arrivare in rosa fino all’Abruzzo. Ma proprio le strade di casa, nella carriera di Ciccone, non sono mai state sue alleate. «Ho sempre avuto un grosso problema con le tappe abruzzesi, non ho mai trovato fortuna. Ed è un motivo in più quest’anno per cercare di vivermele nel modo più spensierato possibile».

Il grande appuntamento sarà il Blockhaus, montagna simbolo del ciclismo abruzzese e primo vero esame per gli uomini di classifica. Ciccone sa perfettamente cosa aspettarsi. «Il Blockhaus penso sia il primo grande test per Jonas Vingegaard. Su una salita così da più di mezz’ora lui dovrà fare la sua gara e lì non ci si può nascondere».

Lui proverà a resistere, magari a sorprendere ancora, ma senza snaturarsi. Perché questo Giro, prima ancora che una rincorsa alla classifica, vuole essere un ritorno alle emozioni.

«Il ciclismo per me è fatto di emozioni. Tante volte il ciclismo moderno mi annoia, non mi piace correre stando lì fermo e magari finire sesto o settimo».

E allora la maglia rosa assume un valore che va oltre il risultato. «Indossare una maglia, sentire il calore del pubblico, sentire quella carica in più, per me è un’emozione. Vale più di tante altre situazioni. Vale più di una singola vittoria».
Per questo il sorriso di Ciccone, sotto il cielo italiano del Giro, sembrava quello di un ragazzo tornato a divertirsi davvero. Non il simbolo di una classifica da difendere a tutti i costi, ma di un corridore che ha ritrovato il senso più autentico della propria corsa.

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