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LA FORESTA DI VAN DER POEL, I PEDALI DI PHILIPSEN E L'ABILITÀ DI DEL GROSSO
di Francesca Monzone | 13/04/2026 | 11:32

C’è un’immagine che a lungo resterà impressa più di altre: Mathieu Van der Poel che cammina a piedi, contromano, nella Foresta di Arenberg, luogo cult della Parigi-Roubaix. La bici al fianco, lo sguardo incredulo e attorno a lui il caos. E in effetti quello che è successo è difficile da spiegare. O forse no, perché dobbiamo ricordarci che alla Roubaix tutto può accadere. Fino a quel punto, ogni cosa era sotto controllo. Van der Poel era lì davanti, in seconda posizione, incollato a Wout Van Aert. Jasper Philipsen seguiva, pronto a supportarlo. La corsa sembrava nelle mani dell’Alpecin.

«Stavamo andando molto bene in gara - ha raccontato il manager Christoph Roodhooft -. Poi, dopo poche centinaia di metri, abbiamo forato entrambe le gomme». Prima si è fermato Tibor Del Grosso. Poi è toccato a Van der Poel. Una gomma a terra, proprio nel punto più spietato del percorso. Le ammiraglie non arrivano. Non possono arrivare, perché ci sono altri problemi. All’ingresso della Foresta, un incidente blocca tutto. Un corridore è finito contro le barriere, il medico è sceso, le auto si sono fermate e la strada si è chiusa.

«Non siamo riusciti a passare e siamo rimasti bloccati per più di un minuto - continua Roodhooft -. Tutti lo sanno che un minuto, alla Roubaix, è un’eternità e può farti perdere la corsa». E quest’anno a complicare le cose, c’è un’assenza ancora più pesante: nessuno a bordo strada, nessun meccanico. Così Van der Poel rimane da solo, ma poco dopo arriva il fidato Philipsen. L’amico, vedendo la scena, si ferma e senza pensarci troppo gli passa la sua bici. Ma qualcosa non funziona. Van der Poel prova ad agganciare i suoi scarpini, ma niente, non riesce a partire. «Stavano usando pedali diversi. Fine della storia», ha detto lapidario Roodhooft, uno dei capi dell’Alpecin.

Philipsen monta un prototipo Shimano, Van der Poel no. Le scarpe non si incastrano. Il tempo scorre. La corsa è ormai persa. «Penso di essere stato molto stupido - ha continuato con rammarico  Roodhooft -, ho permesso che i pedali venissero usati anche in gara». A quel punto tutto sembra perso, quando invece accade qualcosa. Da lontano arriva Tibor Del Grosso: l'olandese ha già forato anche lui, ma vede il suo capitano in difficoltà. Capisce tutto in un attimo. Si ferma, corre, prende la bici di Mathieu e all’improvviso diventa meccanico. Smonta la ruota, la sostituisce con abilità e Van der Poel riparte. Ma la gioia dura un secondo e a spiegarlo è proprio del Grosso. «Quando l’ho sostituita, ho visto che c’era una crepa nel cerchione. Speravo che reggesse e invece non ha retto. Incredibile che tutto sia andato in quella maniera: sarebbe stato più facile vincere alla lotteria, ma alla fine non ha funzionato».

Van der Poel cambia la bici poco prima della fine della Foresta di Arenberg, riparte furioso, ha due minuti di ritardo da Van Aert e Pogacar, mancano 93 km al traguardo ma è determinato a rientrare in corsa. Arriva a meno di venti secondi, poi alla fine è quarto. Un risultato che, sulla carta, dice poco, ma che racconta tutto. «Dev’essere stata una delle sue migliori gare di sempre - continua Roodhooft -. Vedersela sfuggire in questo modo, basterebbe a fargli passare la voglia di salire in sella per sempre».

Dal 2023 Van der Poel ha vinto tre Roubaix consecutive. Un colpo dietro l’altro ed è diventato il migliore, poi la foratura e il sogno di salire sul podio. In un attimo è crollato sulle pietre della corsa più folle di tutte. 

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