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GIANOTTI. «Il mio record? Frutto della determinazione» GALLERY
dalla Redazione | 28/02/2015 | 06:43

29.400 Km percorsi in bici, 145.000 mt di dislivello, 22 paesi attraversati….basta farsi un giro su www.keepbrave.com per sapere che ci sono ancora tanti numeri che possono descrivere un’impresa incredibile come solo il giro del mondo può esserlo! L’autrice di questa bellissima impresa è Paola Gianotti, una donna forte, sia nelle gambe che nella testa.  Questa è la nostra intervista, un racconto emozionante.
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Ciao Paola, ti sei ripresa dalle fatiche? Racconta a chi ancora non lo sa quale immensa avventura hai portato a termine con successo.
«Ciao, mi sono ripresa dalle fatiche ma sono stata sommersa da un mondo tutto nuovo con la stesura del mio libro e le tante comparse mediatiche avute a termine della mia avventura. Per chi ancora non lo sapesse ho fatto il giro del mondo in bici tentando un record del Guinness dei Primati che è in fase di convalidazione ufficiale: 29.595km in 144 giorni».

Perché hai pensato al giro del mondo?
«Un sogno nel cassetto da sempre. Ho sempre viaggiato e negli ultimi anni, ho unito la passione del viaggio con quella delle sfide sportive. Il giro del mondo era la perfetta combinazione delle mie due passioni più grandi: il viaggio e lo sport. Ripercorrendo la mia vita mi sono accorta che ho seguito un percorso che mi ha sempre più portata a scegliere un mondo lavorativo-professionale che fosse in linea con la mia persona e con le mie passioni. Ho lavorato per tre anni in una grossa società di consulenza finanziaria in giacca e gonna a vedere e gestire numeri tutto il giorno. Ecco diciamo che non ci trovavo stimoli ed emozioni ed erano lontani con il mio modo di pensare la vita, anche se lo stipendio era molto buono».

Pensare di affrontare  una prova simile significa volersi mettere in discussione prima di tutti con sé stessi, poi con gli altri, quindi  con i potenziali avversari del record. Mentre pedalavi in ambienti così poco famigliari, come hai fatto a mantenere lo spirito di competizione?
«È difficile mantenere la concentrazione e la motivazione per un periodo così lungo. Ho accompagnato la preparazione atletica ad una lunga preparazione mentale lavorando sulla motivazione e sulle emozioni che mi hanno spinto ad affrontare un'impresa così grande».

Nei momenti di sconforto cosa hai provato, hai mai pensato di caricare la bici nel furgone e tornare a casa?
«Non ho mai pensato di mollare, neanche nei momenti peggiori. Qualche giorno ho diminuito il kilometraggio per via delle condizioni ostili, ma non ho mai e poi mai pensato di rientrare a casa. Ogni giorno che passava ero sempre più convinta di quello che stavo facendo e affrontando».

Se sì, perché hai resistito?
«Perché ci credevo troppo ed era il sogno della mia vita».

Sei credente?
«Credo in qualcosa al di sopra di noi, non in una religione in particolare ma in un'entità che ci protegga dall'alto. Mi piace pensare che sia così».

E in te stessa credi?
«Ci credevo molto prima. Dopo aver chiuso un progetto così grande ci credo tantissimo».

È una cosa che è cresciuta con questo viaggio o di pari passo con la preparazione fisica per il record?
«Assolutamente sì. Ogni piccolo passo raggiunto e ottenuto è stato un piccolo grande tassello per credere sempre di più in me stessa».

Immagino che questa avventura ti abbia “blindato” i polpacci e la testa, quindi sono sicuro che tu abbia alzato l'asticella del sopportabile, cosa pensi che ti servirà fare per provare ancora emozioni così forti?
«Un figlio e sogni altrettanto stimolanti anche se meno grandiosi. Ogni avventura ha il suo perché e ti fa vivere emozioni diverse e forti anche se non di attraversa il mondo».

Puoi dare dei consigli a chi deve affrontare duri allenamenti in vista di prove fisiche come randonnées o maratone?
«Non mollare mai neanche nei momenti più difficili perché poi è tutto ripagato dalla gratificazione e dalla soddisfazione di raggiungere il proprio obiettivo. Ogni passo o pedalata in più è un passo o una pedalata in meno per raggiungere il traguardo. Ma soprattutto vivere sempre tutto con passione e divertimento che è alla base del raggiungimento di grandi obiettivi».

Parliamo della tua bici, so che hai scelto l'acciaio per molteplici ragioni,: quanto ami la tua bici?
«È stata la mia dolce metà per 144 giorni lungo le strade del mondo. È nato un rapporto di odio e amore in cui la percentuale di amore superava nettamente quella dell'odio. In alcuni momenti difficili la vedevo come una nemica, ma diciamo che siamo entrate velocemente in simbiosi. La mia compagna d’avventura è stata una splendida Cinelli, studiata per il giro del mondo. Ho conosciuto Antonio Colombo, grande leader e splendida persona e mi ha premiato con un modello unico per il mio tentativo, impreziosito con una bellissima serigrafia che celebrava la bandiere dei paesi che andavo ad attraversare. Abbiamo optato per un telaio in acciaio, con geometrie classiche ma estremamente comode e affidabili. Ho affrontato anche strade pessime, era necessario puntare forte sull’affidabilità».

Per la componentistica hai optato per qualche pezzo che reputavi importante?
«Unica modifica importante è stata la forcella in carbonio per alleggerirla, perché inizialmente era prevista in acciaio. La bici Hobo Bootleg è stata fatta su misura ed è prevalsa la comodità e la leggerezza. Il peso era di circa 8 chili e mezzo».
 
Come hai realizzato la scelta degli accessori, ideali compagni per un viaggio così duro?
«Mi sono fatta consigliare dal mio meccanico e dai miei amici di bici. L'abbigliamento e la curata scelta di un fondello molto valido sono stati la mia salvezza nel dover pedalare oltre 14 ore al giorno in tutte le condizioni meteorologiche. Ogni dettaglio, in un viaggio così lungo, diventa importante e fondamentale».

La tua tabella di marcia sarà stata scandita da intensi allenamenti: hai mai perso la motivazione semplicemente per la paura di non riuscire a completare il viaggio?
«Non ho mai perso la motivazione per paura di non farcela ma ho perso la motivazione spesso per la difficoltà nel trovare gli sponsor che mi sostenessero».

Quello che mi ha colpito molto nel tuo racconto è stato il momento dell’incidente in cui hai riportato una frattura ad una vertebra cervicale. Tutti conosciamo persone che dopo essersi rotte un mignolo stanno in malattia per un mese: come hai fatto a rimanere concentrata? Spiegami come hai sopportato quel dannato mal di collo sulla tua bici da strada? Avresti preferito una “recumbent”?
«È stato un momento delicatissimo, ma dal momento in cui ho saputo che non dovevo essere operata e dovevo attendere che la vertebra si risaldasse, ho messo insieme tutta la mia forza e atteso di guarire. Ripartire è stata dura perché avevo perso molto allenamento e ritmo. Penso che l'energia che scorreva dentro di me sia stata complice nella sopportazione del male e nel superare questa pausa forzata. Ho un livello di sopportazione del dolore abbastanza alto che è andato crescendo con l'impresa sostenuta, ma sono convinta che molte malattie e fastidi che una persona possa avere siano frutto delle proprie convinzioni mentali. Io non mi sono mai presa neanche un raffreddore durante il giro eppure passavo nella stessa giornata dal -5 gradi a +50gradi con pioggia neve e un sole folle. La mia carica energetica era talmente forte che penso mi abbia fatto da scudo per tutto. Non è solo riuscita a fermare la macchina che mi ha investito».

Penso da sempre che chi compie simili gesta meriti tutta l’invidia del mondo sportivo. L’invidia che provoca il tuo record è uno di quei sentimenti positivi che spinge gli altri ad osare, a mettersi in gioco. Non credi di essere un esempio per la forza e la motivazione che hai dimostrato?
«Sono diventata un esempio per gli altri e me ne sono resa conto soprattutto dopo l'incidente perché le persone si sono completamente identificate in me vedendomi come una persona normale quale sono
compiere un'impresa eccezionale. Identificarsi in un campione è difficile perché lui-lei nasce con un fisico eccezionale oltre che con una determinazione pazzesca. Io ho una determinazione pazzesca ma il fisico di una persona normale e ho dimostrato che se si lotta si possono realizzare i propri sogni».

Non ti hanno ancora chiamato per andare in qualche scuola ad insegnare ai ragazzi che, se si crede in un sogno, lo si può realizzare?
«Assolutamente sì. Ho diversi incontri nelle scuole e i ragazzi sono entusiasti e curiosi nel sentire i miei racconti. Sono momenti belli e veri».

Come ti stai allenando in questo periodo? Routine o stai preparando qualcosa di speciale?
«Adesso mi sto godendo le emozioni di un giro così grande e sto cercando di capitalizzare quello che ho fatto. Prossima impresa? Sicuramente dal mio cilindro salterà fuori qualcosa ma per il momento è prematuro definire cosa».

Ti saluto e ti ringrazio, persone come te ci fanno capire quanto il nostro fisico possa essere forte, grande Paola!
«Grazie a voi per l'attenzione e ricordiamoci che i nostri limiti sono solo mentali e se crediamo in un obiettivo non c'è niente che possa distoglierci dal raggiungerlo»

Giorgio Perugini

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