Tadej Pogacar e Demi Vollering sono stati i padroni assoluti di questa stagione. Ma non solo loro hanno appassionato i tifosi e tra i protagonisti del 2026 dobbiamo ricordare Paul Seixas e il ritorno di Van Aert tra i vincitori delle Classiche Monumento. Dallo strapotere dello sloveno e dell’olandese alla consacrazione del talento francese: le classiche del 2026 hanno avuto protagonisti assoluti e un finale da passaggio di consegne.
Ci sono stagioni che si raccontano con una classifica e altre che restano negli occhi per un’immagine. Il 2026 delle classiche ne lascia almeno due: Wout van Aert che esulta nel velodromo di Roubaix dopo aver battuto Tadej Pogacar e il ventenne Paul Seixas che taglia da vincitore il traguardo del Lombardia, sottraendolo allo sloveno - assente per infortunio - dopo cinque successi consecutivi.
In mezzo, la superiorità quasi costante di Pogacar tra gli uomini e quella di Demi Vollering tra le donne. E una domanda che accompagnerà il ciclismo nella prossima stagione: Paul Seixas è già pronto a mettere in difficoltà i grandi campioni, o è soltanto all’inizio di una carriera speciale?
Lo sloveno ha dato il tono alla stagione fin dalle prime corse. Alla Milano-Sanremo ha conquistato una vittoria che gli era sempre sfuggita, battendo Tom Pidcock dopo una corsa complicata anche da una caduta. Poi sono arrivati il terzo Giro delle Fiandre e la quarta Liegi-Bastogne-Liegi: tre Monumento, una dimostrazione di forza e di versatilità. Ma nel mezzo c’è anche il quarto successo a Strade Bianche superando il record di Cancellara.
La Parigi-Roubaix, invece, è rimasta l’unica grande classica a negargli il successo. Non per mancanza di gambe: nel velodromo è arrivato insieme a Van Aert, ma il belga lo ha battuto allo sprint. L’immagine di Pogacar secondo, dopo aver inseguito a lungo il sogno Roubaix, non ridimensiona la sua stagione. Semmai rende più interessante la sfida: il pavé resta un conto aperto.
Se Pogacar ha dominato il calendario maschile, Demi Vollering ha fatto altrettanto tra le donne. La vittoria al Giro delle Fiandre ha aggiunto un tassello importante al suo palmarès; alla Liegi-Bastogne-Liegi ha confermato la propria superiorità nelle Ardenne. E il resto dell’annata ha allargato ulteriormente il quadro: Giro, Tour de France, titolo Mondiale e titolo Continentale in una stagione che l’ha vista imporsi ben oltre le classiche. La sua forza non è stata soltanto la capacità di vincere, ma quella di scegliere il momento in cui farlo. Sull’Oude Kwaremont al Fiandre, come sulle rampe della Redoute alla Liegi, ha trasformato la selezione in una dichiarazione: accelerazione per sconfiggere ogni rivale.
Paul Seixas non è più soltanto una promessa da osservare. Alla Strade Bianche ha chiuso secondo dietro Pogacar; alla Liegi lo ha seguito sulla Redoute, costringendo il favorito a guadagnarsi la vittoria fino all’ultima salita. Il francese aveva già mostrato di poter reggere il confronto con i migliori. Al Lombardia ha fatto un passo ulteriore: ha attaccato, se n’è andato da solo e ha vinto, diventando il più giovane vincitore della corsa.
Il successo a Como vale più di un trofeo. Seixas ha chiuso la stagione delle Monumento prendendo il posto di Pogacar sul gradino più alto del Lombardia e mostrando una qualità rara: sa stare nella corsa quando il ritmo lo impongono i campioni, ma sa anche trasformare l’occasione in un attacco decisivo. A vent’anni, il margine di crescita è ancora enorme. La cautela è d’obbligo; l’attenzione, ormai, anche.
Tra le immagini più belle del 2026, c’è la vittoria di Van Aert, che possiamo definire come il momento più emblematico della primavera. Dopo gli infortuni e un inverno difficile, il belga è arrivato alla Roubaix con una condizione tutta da verificare. Ha finito per prendersi la corsa più attesa: ha attaccato nel settore di Arenberg, ha resistito al ritorno di Pogacar e lo ha battuto nello sprint del velodromo.
Non è stata una vittoria costruita sulla fortuna. La corsa è stata caotica, con forature e inseguimenti; Van Aert ha saputo restare lucido quando la Roubaix tende a punire ogni esitazione. Per un corridore che aveva inseguito a lungo quel traguardo, il successo ha avuto il sapore della liberazione. E ha ricordato che il suo ritorno non è stato soltanto una storia di resilienza: è stato il ritorno di un campione al centro della corsa.
Impossibile non citare Remco Evenepoel al termine del suo primo anno con la Red Bull-Bora-Hansgrohe, che ha confermato il suo livello, senza però consegnargli una Classica Monumento. Il belga ha allargato il programma al Giro delle Fiandre e ha chiuso terzo; terzo anche alla Liegi, quarto al Lombardia e poi il secondo posto al Tour de France, il titolo Mondiale a cronometro e la maglia di campione Continentale. Risultati di grande continuità, ma che raccontano anche la difficoltà di trasformare la presenza tra i migliori in una vittoria quando in corsa ci sono Pogacar e, ormai, Seixas.
La sua stagione, nel complesso, è stata ricca di progressi e di successi. Ma le classiche hanno messo in luce il passaggio ancora da compiere: non basta essere nel gruppo dei favoriti, serve trovare la risposta giusta quando la corsa si accende. Alla Red Bull, Evenepoel ha mostrato di poter affrontare più scenari; il prossimo obiettivo sarà convertirli in un trionfo nelle gare che più contano.
Il bilancio delle Monumento restituisce un ciclismo densissimo ai vertici. Pogacar, Van Aert, Van der Poel, Evenepoel, Pedersen e Seixas hanno occupato gran parte della scena, mentre Demi Vollering ha imposto la propria firma sul calendario femminile. Anche la Roubaix ha mostrato quanto i dettagli possano cambiare una corsa: una foratura, una bicicletta non compatibile, pochi secondi persi possono decidere il destino di una giornata.
La stagione delle classiche si chiude con una certezza e una novità. La certezza è che Tadej Pogacar e Demi Vollering restano i riferimenti. La novità è che il giovanissimo Paul Seixas non si limita più a inseguirli. E, dopo la Roubaix, Van Aert ha dimostrato che anche una storia rimandata per anni può trovare il suo bel finale.