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LE STORIE DEL FIGIO. VITTORIO STRUMOLO, ORGANIZZATORE "MULTITASKING" CON IL CICLISMO NEL CUORE
di Giuseppe Figini | 05/03/2026 | 08:17

Vittorio Strumolo rappresenta un riferimento di primario valore nella piccola storia – comunque storia – quale organizzatore di molteplici eventi sportivi di grande presa sul pubblico negli anni del secondo dopoguerra fino a metà circa degli anni 1970.

Il dottor Vittorio Strumolo, vero personaggio “antipersonaggio” per definizione e scelta, nato nel 1908, fisico minuto e un po’ rotondeggiante, era un apprezzatissimo consulente nel campo finanziario e fiscale di importanti aziende di rilevanza internazionale nel suo lavoro che potremmo definire “normale” di commercialista con diploma di laurea conseguito all’Università Cattolica. Professione esercitata nel suo studio professionale di Milano, in via Marsala, nella zona di Porta Nuova, non lontana dalla sua abitazione di via Pola.

Poi, nella medesima giornata, a seconda degli impegni, diventava un imprenditore nel settore sportivo, un promoter per dirla all’inglese, al comando della S.I.S. (Società Italiana Imprese Sportive) con sede sempre a Milano, al n. 2 della centralissima via Cesare Cantù, a due passi dal Duomo meneghino, sempre presidiato dalla valente segretaria, la signora Mariuccia che ne gestiva la sempre fitta agenda e filtrava, in prima istanza, le molteplici e variegate proposte che erano indirizzate al “dottore”.

E il campo d’azione della S.I.S. negli anni spaziava in molteplici discipline con la gestione di eventi ciclistici nella cornice dell’allora attivissimo Velodromo Vigorelli, ora intitolato ad Antonio Maspes, un primattore della “pista magica” con un contorno di rilevante spessore e protagonisti, a livello internazionale, delle differenti specialità – sia pistard, sia stradisti di gran nome – che davano vita a riunioni con il tutto esaurito sugli spalti, e una costante attività,  quasi quotidiana,  definibile ora di base, che produceva protagonisti in notevole profusione. E il “Vigo”, con la sua varia umanità che vi lavorava con passione e capacità specifiche, era un polo d’attrazione per corridori e la “competenza della parrocchia” come il grande giornalista che abitava lì vicino, Mario Fossati, definiva gli abituali frequentatori dell’impianto, intenditori con il palato fine.

La S.I.S. si avvaleva della competenza in materia di ciclismo di direttori di riunione quali il grande e sempre elegante Gaetano” Tano” Belloni, passato alla storia come “l’eterno secondo” e poi del suo successore nel ruolo, il milanese Nino Recalcati, organizzatore in quegli anni fra il 1950 e l’inizio del 1990 circa, anche dei noti circuiti ad ingaggio in varie parti d’Italia (leggi qui).

Nella stagione invernale l’attività si trasferiva all’interno del Palazzetto dello Sport di piazza Sei febbraio, nel quartiere della vecchia Fiera Campionaria, e dove, all’interno di quello che è definito oggi il Palazzo delle Scintille, veniva montata una pista in legno dello sviluppo di qualche decimetro in meno di 200 metri, un vero e proprio “catino” come si definisce in gergo una pista assai corta.

E, in tema, grazie ad una ricerca dell’amico prof. Sergio Introzzi, esperto tecnico F.C.I., la scheda di presentazione precisa che “lunghezza totale misurata alla corda di m. 200 con i due rettilinei di m. 70 ognuna. La pendenza massima, al centro delle due curve, raggiungeva il 53% con la minima al 13%. Si montava e allestiva in due giorni utilizzando cento pannelli di legno siberiano”.

È qui che nel 1961 la S.I.S. di Vittorio Strumolo, in stretta collaborazione con la Ignis del famoso imprenditore meneghino, originario del quartiere Isola, con impianti nel varesotto, il vulcanico commendator Giovanni Borghi che vedeva nello sport la miglior via di promozione e affermazione dei suoi marchi, propose – con notevolissimo successo di pubblico accorso a vedere il meglio offerto dal cast degli specialisti mondiali, definiti “fachiri” dalla stampa –, il carosello della Sei Giorni di Milano dopo le prime due edizioni, corse sempre nel medesimo stabile fieristico, del 1927 e 1928.

Le tribune erano delle semplici tavole in legno per circa duemila posti. Salvo la prima fila, disposta lungo la balaustra della pista, gli spettatori delle file soprastanti dovevano continuamente “lottare” con la visuale e muovere la testa, a destra e a sinistra, ogni giro di pista, per seguire le gare al fine di superare l’impedimento visivo costituito dalle numerose colonne verticali che sostenevamo il tetto della struttura. L’interno pista, con il quartiere corridori con le cabine delle varie coppie disposte subito alla corda della pista dove a turno, a seconda del genere di gara, i pistard trovavano momenti di riposo sulla brandina e dove il “piccolo” (così era definito l’addetto logistico dele coppie, un po’, cuoco, un po’ massaggiatore, un po’ meccanico, un “piccolo” tuttofare che poteva contare anche cinquant’anni, e anche e più…) richiudeva la tendina per garantire un minimo di “privacy” quando ritenuto necessario. Una sorta di spettacolo nello spettacolo con il pubblico che poteva vedere i propri beniamini a meno di dieci metri per i più pronti ad occupare le prime file delle tribune.

E dalle ore 13 alle 2 del mattino successivo c’erano sempre gare con la sessione pomeridiana e poi, con un breve intervallo per “cambiare l’aria” e una rapida pulizia, seguiva la sessione serale, altamente spettacolare.

E l’organizzatore, in questo caso il dottor Strumolo, con la sua inseparabile, voluminosa, borsa in cuoio, occupava un tavolino, in posizione un po’ riservata, per coordinare con i collaboratori l’andamento della pista e della zeriba con il ristorante, sempre esaurito e frequentato da personaggi noti di varia estrazione, e il palco per gli intermezzi di spettacoli con artisti anche di gran nome che, sovente, erano fischiati dalle tribune per il solo fatto che interrompevano il mulinare di pedali dei corridori in pista con pistard e stradisti di primissimo piano. E tutto questo fino al 1973, nel mese di febbraio, prima della ripresa su strada con il Trofeo Laigueglia.

Seguono due anni di stop e poi, nel 1976, la Sei Giorni meneghina si disputa nel nuovo impianto del Palazzo dello Sport in zona San Siro, moderno, pista di 250 metri, tribune con comodi seggiolini e nessuna colonna ad ostacolare la vista. L’organizzazione è assunta della Federazione Ciclistica Italiana direttamente ma la grande nevicata del 1985 a Milano rivela il tallone d’Achille dell’impianto dell’avveniristica copertura che collassa e crolla per decretare poi, dopo anni d’abbandono, l’abbattimento della struttura usando esplosivi. Una brutta storia.

Torniamo a Strumolo però per riassumere, con brevi cenni, la sua straordinaria storia con lo sport anche aldilà del ciclismo. È stato il Direttore Tecnico della nazionale azzurra dello sci di fondo per specifica passione e, con la sua guida, il trentino della Val di Fiemme Franco Nones è stato il primo italiano ad imporsi nella prova dei 30 km. di fondo alle Olimpiadi di Grenoble nel 1968, interrompendo così l’egemonia fino ad allora esercitata nella disciplina da campioni del nord Europa. Una piccola digressione ancora e in qualche modo ciclistica: fu Strumolo a contattare il dottor Giordano Cremonese, imprenditore del settore abbigliamento, fondatore della Manifattura Valcismon di Fonzaso, nel bellunese, per studiare e realizzare capi innovativi per la specialità acquisendo poi notevole notorietà anche in campo ciclistico con i marchi Sportful e Castelli.

La boxe, allora assai in auge, ha avuto in Strumolo un promoter di livello internazionale, sempre in azione combinata con la Ignis, sia al Vigorelli, sia allo stadio di San Siro con eventi da prima pagina. In questo settore sii avvaleva, nella funzione di match maker, di Romolo Mombelli, giornalista de La Notte.

Accenniamo poi, le tournée in Italia degli straordinari giocolieri del basket USA, gli Harlem Globe Trotters, e quelle scintillanti di paillettes, lustrini ed acrobatiche evoluzioni sui pattini di Holiday on Ice. Eventi spesso accompagnati dalla dizione “tutto esaurito” (l’anglicismo “sold out” non era ancora entrato nel linguaggio).

Non è finita qui però la sua valenza polisportiva in quanto Vittorio Strumolo è il papà di Maria Antonietta Rita – detta Mietta –, nata a Milano nel 1949, nuotatrice di vaglia nello stile libero sulle distanze brevi, che per i colori azzurri ha vinto l’oro ai Giochi del Mediterraneo di Tunisi nel 1967 e ha partecipato con profitto ai maggiori appuntamenti natatori a livello mondiale.

Concludiamo comunque con altre note ciclistiche relative al silenzioso e sovente defilato soggetto che non amava la ribalta e, alle parole, preferiva l’eloquenza dei numeri e dei fatti.

E’ stato fra i promotori dell’associazionismo sportivo a livello nazionale con l’Associazione Nazionale Atleti Azzurri d’Italia, grande amico di Fiorenzo Magni e fra i fondatori della prima Lega Ciclismo, poi sfociata nell’U.C.I.P. (Unione Ciclistica Italiana Professionisti, e poi L.C.P.) con Vincenzo Torriani, organizzatori e imprenditori “patron” delle maggiori squadre, Giovanni Borghi, il signor Ignis in primis, in opposizione dichiarata all’U.V.I. di allora – l’attuale F.C.I. - alla quale richiedevano maggiore autonomia per il professionismo (n.d.r. “la storia spesso si ripete”…): Era un capace e affidabile cultore di relazioni importanti ai vari livelli dello sport, un vero uomo del fare dal tratto educato, gentile ma fermo e realizzativo sia nel lavoro professionale, sia in quello sportivo, basati sulla concretezza e specifiche competenze e pure intuizioni sovente anticipatrici e talvolta con rischi e aleatorietà rivelandosi poi di piena riuscita. Il dottor Vittorio Strumolo, comunque, ci riusciva con eccellente continuità.



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