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GATTI & MISFATTI. CICLISMO POGACAARD
di Cristiano Gatti | 31/05/2026 | 17:00

In definitiva, dopo questo Giro potremo parlare di ciclismo Pogacaard. E' una formula: fuoriclasse fuori categoria, fuori portata, e là dietro il resto del mondo. Così due anni fa con Teddy, così stavolta con Vinge. Marginali le differenze: sei tappe per lo sloveno, cinque (causa regalo al devoto Kuss sopra Alleghe) quelle del danese. Ulteriore dettaglio, per i precisini: Pogacar in rosa il secondo giorno, Vingegaard molto più in là, dopo il mezzo Giro. Uguale, però, la sostanza: entrambi fanno un altro sport e un'altra vita, entrambi vincono con una gamba sola, entrambi non conoscono la parola crisi, entrambi si allenano nel modo migliore per il Tour.

A livello di folklore, si può aggiungere che qui nel Giro di Vinge c'è questo ulteriore elemento di monotonia: gli ordini d'arrivo in montagna sono stampati in ciclostile. Quattro volte lo stesso podio: Vinge, Gall, Hindley. Sempre così, sempre in fila, senza mai un sussulto di sorpresa o di imprevisto. Lui là davanti in solitudine, alle sue spalle, in fila come i sette nani dietro Biancaneve, Gall e Hindley, sempre rispettosi del posizionamento. Con una sensazione molto fondata: ne avessero corse altre cento, su altre cento montagne, sarebbe finita sempre così.

In fondo, il problema vero di questo Giro non è tanto lo strapotere schiacciante e noioso del fenomeno: quando c'è, il fenomeno mette a posto le cose in questo modo. Vedi ovviamente anche Teddy. Nell'ultimo caso, il problema non è Vinge, il mezzo Vinge sufficiente a sbancare: il problema è là dietro, dove uno vale l'altro, dove nessuno mai ha provato davvero ad attaccare (in modo serio), non certo Vinge, ma almeno gli avversari diretti. Dico in modo serio, perchè a turni alternati perdevano terreno e rientravano, o scattavano per 10'' in più o in meno, ma mai nessuno di loro, in tre settimane, se n'è andato seriamente. Alle spalle di Vinge giocavano all'elastico, un po' indietro e un po' in avanti, ma sempre legatissimi tra loro, pari grado e pari livello, non eccelso.

Appunti inevitabili per il futuro: che venga o non venga uno dei fenomeni (impensabile tutti e due), bisogna comunque rinforzare e rimpolpare la delegazione degli sparring-partner. Niente da dire, niente da togliere ai Gall e agli Hindley, con loro ai Gee e agli Eulalio, che il loro massimo l'hanno espresso, fino all'esaurimento. Ma serve di più e di meglio. Solo per esempio: al Tour sarà certamente duello Teddy-Vinge, magari pure Seixas, ma subito dietro ci sono Evenepoel, Pidcock, Lipowitz, Ayuso, lo stesso Del Toro, eccetera. Cioè a dire gente che comunque può smuovere le acque, dare battaglia, tentare qualcosa, in altre parole aumentare il livello della lotta e della competizione, alimentando ogni giorno aspettative diverse e dunque interesse.

Certo che se il Giro continua a trattare così i suoi ospiti, magari lasciandoli l'ultimo giorno a rosolare sul Grande Raccordo Anulare per un'ora e mezza, come il ceto medio impiegatizio nell'esodo di Ferragosto, sempre più difficile sarà convincere le squadre a mandarci materiale di prima scelta.

L'anno prossimo potrebbe essere il turno di Evenepoel, dopo che magari si sarà convinto per ennesima batosta al Tour, a tenere in piedi lo show. Ma andrà convinto con argomenti convincenti. E se non sarà lui, dovrà per forza essere almeno un pacchetto di bella gente, capace di movimentare la corsa senza magari mettersi in fila come i sette nani. Perchè in fondo questo è il vero tedio del Giro 2026: non tanto lo strapotere di un fenomeno, che per definizione fa il suo come in un privee, quanto la mancanza di una vera lotta, di quotidiane botte da orbi, alle sue spalle. Quando si dice che se c'è Teddy o se c'è Vinge si corre per il secondo posto, bisognerebbe almeno che si corresse davvero per quello, non per difendere passivamente le posizioni (e i punti) acquisiti strada facendo.

Finiamola qui. Tanto nelle stanze dei bottoni sono impegnati soltanto a diffondere via social la fiction di un'altra “grande edizione, pieno successo, tra due ali di folla, mai così tanta sulle strade del Giro”. Contenti loro, contenti tutti.

Chi ancora abbia occhi per vedere (magari per imparare), dopo un caro saluto al Giro, è convocato per sabato 4 luglio, quando partirà il Tour. Il film vero del ciclismo Pogacaard sarà più chiaro e più convincente di quanto intendo dire a chiacchiere. Sempre che ancora siamo in grado di notare le differenze. Nessuna intenzione di disprezzare e declassare il Giro. Purtroppo non ce n'è bisogno. I fatti parlano da soli, molto più del virtuale social.

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