Giro d’Italia 1946. Sabato 6 luglio, il penultimo giorno, si disputavano due semitappe, la prima da Trento a Verona, 90 km, la seconda da Verona a Mantova, 72. A Verona si respirava la felicità. Il Giro, il ciclismo, i corridori rappresentavano la resurrezione, la rinascita, la vita. Si viveva ancora nella miseria, fra le macerie, nell’indigenza: la guerra era ancora fra la gente, una lunga e contagiosa eredità. E il Giro d’Italia era una medicina preziosa: aveva il potere di far dimenticare gli orrori e restituire la bellezza.
Adelia Franchetti aveva 17 anni. E si ricorda di Fausto Coppi. La maglia biancoceleste Bianchi, la bici di quel verde acqua Bianchi, forse il profilo, gli sportivi che lo assediavano o lo rincorrevano, l’eroe raccontato alla radio o titolato sui giornali. Coppi rappresentava gli italiani e le italiane che non si rassegnavano, ma che si scuotevano, che si ritrovavano, che si riunivano, e come se il ciclismo fosse la vita (il ciclismo è la vita), che salivano in sella e pedalavano.
La prima semitappa vinta da Oreste Conte, in volata sui fratelli Renzo e Valeriano Zanazzi, la seconda da Elio Bertocchi su Primo Volpi, era stata una fuga a due, il gruppo a oltre due minuti regolato da Aldo Bini sull’irriducibile Renzo Zanazzi e lui, proprio lui, Coppi. Ma Adelia era rimasta a Verona, probabilmente attaccata alla radio. Il Giro sarebbe stato conquistato da Bartali su Coppi, ultimo Malabrocca.
C’era anche Adelia Franchetti, l’altra sera, a Verona, nella Casa Verona all’Arsenale, per un incontro con Faustino Coppi voluto dal Comune di Verona. Adelia si è seduta in prima fila, attenta a cogliere quella soniglianza nello sguardo, nel profilo, nella eleganza, nella riservatezza, nella sensibilità, nel pudore che Faustino ha ereditato da Fausto. I suoi ricordi di bambino (aveva quattro anni e mezzo quando la malaria gli estorse il padre), l’ultima volta che lo vide (accompagnato, in barella, dal letto di casa a quello dell’ospedale di Tortona) e che gli parlò (fa’ il bravo, si raccomandò), la carriera di corridore mai presa in considerazione (un nome e un cognome troppo pesanti), l’eterna protezione dei gregari (a cominciare da Ettore Milano e Sandrino Carrea), gli inviti a incontri come questo (dove, dice Faustino, trovo sempre gente che ne sa più di me).
Adelia (detta Delia, soprannominata Mangica) è del 1929, ha 97 anni e ancora lucidità, curiosità, energia insospettabili, invidiabili, irraggiungibili. L’altra sera alzava la mano, chiedeva, puntualizzava. Ha chiesto e ovviamente ottenuto una foto con Faustino. In un libriccino, “Il filo di una vita”, curato dalla figlia Loretta Micheloni, Adelia racconta la sua lunga esistenza: la prima casa, dove non c’era l’acqua né la luce, dove non c’era la stufa, dove l’unica sedia era zoppa, dove si dormiva sui “stramasi”, riempiti con cartocci della polenta e buttati a terra, e i cuscini fatti con le piume delle galline; la scuola, una classe unica, 70 fra bambine e bambini, di prima, seconda e anche terza elementare, cominciata senza quaderno, senza penna e senza sillabario, la maestra che forniva non solo carta e matita da restituire alla fine delle lezioni, ma anche una tazza di latte e una rosetta; e tutti quei chilometri fatti a piedi perché non c’era altro e non ci si poteva comunque permettere altro.
Ma c’era Coppi. A Verona. Ieri, Fausto, in bici, in corsa. Oggi, Faustino, a sguardi, a parole.