Dopo 10 stagioni tra i professionisti, Umberto Poli chiude la sua avventura a due ruote. Ma non è stata una decisione programmata e non è stata la chiusura che il veronese voleva: «Ho rischiato di morire, per questo smetto» ha raccontato Poli a Renzo Puliero de L’Arena.
I problemi fisici si sono presentati quest'estate: «Eravamo alla seconda tappa del Giro di Danimarca, corsa importante per il nostro sponsor Novo Nordisk: per noi è un po’ come fosse il Tour. C’è solo pianura, ma io da un po’ di tempo mi sento male, non sto bene, mi stanco presto. In squadra mi dicono: stai in mezzo al gruppo e porta la bici al traguardo. Provo, riprovo, non ce la faccio, mi ritiro»
Nel raccontare, Poli fa un passo indietro: «Ero reduce da un raduno a Livigno, ho lavorato con diversi corridori amici, ma io non mi sentivo al 100 per cento. Faticavo a respirare, vedevo nero, avevo iperventilazione e tachicardia. Dopo anni in bici, un atleta sente se il fisico non risponde bene. Facevo tanta più fatica rispetto all’anno scorso, non era normale. Già in Turchia, in aprile c’era stato qualche sintomo, ma in Danimarca devo andare. Vado piano già nella prima tappa. In squadra mi dicono: è l’adattamento alla pianura dopo l’altura. Ma sentivo che non era quello il motivo».
Dopo il ritiro nella seconda tappa, Poli torna a casa, si sottopone alle analisi e telefona a Luca Pollastri, il medico che lo segue da 10 anni e ha tutte le sue cartelle cliniche. «Negli anni avevo avuto due episodi di trombosi, ma con analisi tutte negative. Questa volta il valore del D-dimero, proteina che si forma nel sangue quando il corpo rompe un coagulo di sangue, che dovrebbe essere sotto i 500, era 4500. Il medico mi dice di andare subito al Pronto soccorso: “non aspettare, c’è il rischio di embolia polmonare”. All’ospedale di Borgo Trento mi fanno la conferma: embolia bilaterale al polmone, a destra e sinistra, per fortuna l’arteria non era interessata. Mi dicono che ho rischiato l’infarto soprattutto in altura o nei viaggi in aereo e che, per fortuna, il cuore di atleta è più grande rispetto a quelli della gente normale, con vene molto grosse e quindi ha retto. E aggiungono:” è meglio che smetta di correre, anche perché se dovesse cadere e avere un trauma, se ne andrebbe subito all’altro mondo”. Ne ho parlato con la squadra e con il nostro diesse Massimo Podenzana, quindi ho chiuso la mia carriera».
Poli, classe 1996, ha iniziato a correre da G1 e G2 con il Luc Bovolone, poi aveva lasciato la bici, praticato calcio, judo e tennis, per tornare al ciclismo a 12-13 anni ancora con Luc, poi col gruppo di Remo Cordioli da junior e «già a metà del secondo anno ecco il contratto con la Novo Nordisk negli Usa: andavo alla scuola alberghiera di Porto di Legnago e facevo avanti indietro da Verona agli States».
Poli soffre di diabete di tipo 1, come tutti i componenti della sua squadra che «testimonia come il diabete sia una malattia con la quale convivere anche praticando sport a alto livello, senza rinunciare ai propri sogni». Umberto li ha vissuti. «Penso a quanto sono stato fortunato a vivere un ciclismo diverso da quello che c’è da 4-5 anni dove stare in alto è sempre più dura. Rimane sempre un magnifico sport, ma la vita è più importante. Sono strafelice: ho 30 anni, 10 da prof, ho girato il mondo, ho conosciuto posti nuovi, realtà e culture diverse, sostenuto da un buon stipendio. Porto nel cuore quel giorno alla Milano-Sanremo, nel 2017: ero il più giovane al via, sono stato in fuga per oltre 200 km e il giorno dopo Ernesto Colnago, correvamo con le sue bici, mi aveva invitato a trascorrere una giornata con lui. Ho bellissimi ricordi dei Tour in Azerbaigian, in Colorado, nello Utah. Non ho mai vinto, non ci sono neppure arrivato vicino, al massimo c’è stata qualche top ten, mai nei primi cinque, ma ho la riconoscenza dei miei capitani, prima Andrea Peron, poi Mattias Kopecki, l’ultimo Filippo Ridolfo e questo mi dice che ho svolto bene il mio lavoro in bici».