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CIAO ALCIDE. UNA MAGLIA NEL CUORE
di Pier Augusto Stagi | 23/08/2026 | 11:47

In bicicletta era un tipo veloce e resistente, generoso ma non fesso, sveglio e riconoscente, ed è forse per questo che Alcide Cerato entrò immediatamente nelle grazie del “sciur” Pietro Molteni prima e in quelle di Ambrogio e della signora Olga poi. Un “bocia” simpatico e intraprendente che nella prima Molteni, quella degli anni Sessanta, ha mosso le sue prime pedalate da professionista e con quella maglia blu-camoscio è entrato a vele spiegate nel mondo dei grandi.

Per Alcide Cerato la Molteni non è stata solo una squadra di ciclismo, ma una famiglia che l’ha “svezzato” e iniziato alla vita, accogliendolo come un figliolo nella propria casa. Palestra di vita, si diceva, ma per Alcide quella azienda fattasi squadra, quella azienda nata dal niente per visione del “sciur” Pietro, uno dei più popolari e apprezzati “macelar” sulla piazza, è stato terreno di emancipazione e crescita, formazione e conoscenza. Lì quel “bocia” tanto simpatico quanto imprevedibile, incontenibile quanto irascibile, ha mosso le sue pedalate verso un mondo che l’ha visto crescere e diventare grande, anche lontano da una bicicletta, che in verità, lontana non è mai stata.

«È così, la Molteni per il sottoscritto è stata squadra, famiglia e scuola di vita. Io venivo da lontano, da Legnaro, provincia di Padova (nato l’11 febbraio 1939, NdA). Mamma si chiamava Giovanna Favaron, mandava avanti la famiglia e una trattoria con la nonna. Papà, invece, di nome faceva Gino e commerciava in bestiame: mediatore, si diceva allora e forse anche oggi. Sono il primo di sette fratelli, anche se ce ne sarebbe stata una prima di me, ma è morta dopo soli pochi mesi di vita. Dopo di me invece arrivano Silvana, Milena, Raffaella, Marella, Riccardo e Alfredo. Voglia di studiare, pochina. Al terzo anno industriale e a 14 anni, la pianto lì e vado a lavorare come garzone di macelleria da Musicato. Mi piace un sacco perché sto all’aria aperta e sfreccio veloce e spensierato sulla mia bicicletta munita di cesta per tutto il centro storico di Padova. Papà non la prende benissimo, anzi. Mamma, invece, è pratica e non batte ciglio, mi lascia fare, sa che quella è la mia strada e quella bicicletta mi porterà ben presto in altre zone, in altri mondi. Fortuna che in quel periodo c’è anche zia Linda: non ha figli e come tale mi tratta. Lei ha bar, macelleria, ristorante, ha di tutto e di più, sta bene, ma non è più giovanissima e pensa al futuro, soprattutto pensa a me, che potrei portarle avanti tutto, ma io ho altro per la testa. La aiuto per un po’, mi do da fare, racimolo qualche soldo, faccio esperienza, ma poi prendo altre strade. A me interessa solo una cosa: andare in bicicletta, quello è il mio sogno».

Come compare il ciclismo nella sua vita?

«Qualche tempo dopo. Ho 16 anni e con gli amici andavamo a vedere le ragazze a Ponte di Brenta. Dico vedere perché era così: troppo giovani per ambire a ragazze della nostra età: loro pensavano a quelli che erano più grandicelli, con un lavoro e un futuro davanti. Noi sappiamo ancora troppo di latte. La meta preferita di tutti noi era la discoteca “Arlecchino”, davanti all’ippodromo. Più che ballare, come dicevo, si guardava. Ragazze bellissime, sinuose e sensuali, che danzavano con grazia seducente. Tra un ballo e un tentativo di ballare, si parlava anche di altro, soprattutto di sport. Della comitiva facevano parte ragazzi che correvano in bicicletta e così, grazie a loro, mi avvicino al ciclismo: “Voglio provarci anch’io!”, dico. E loro mi danno una mano per inserirmi. Ho i numeri, il fisico, la passione. Mi vestono di tutto punto e mi danno anche la bicicletta.  Finisco alla Lygie, che in pratica è il vivaio dell’Atala. Primo anno da allievo 6 vittorie. Secondo anno 18, con tanto di campionato Veneto e Triveneto. Da dilettante passo al Pedale Carpigiano a Carpi, dove regna e spopola la famosissima Nicolò Biondo. Anche in quella stagione 10 successi, con le maglie di campione Veneto e Triveneto. Poi cedo alle lusinghe della Nicolò Biondo, chiaramente per soldi e lo dico senza tanti giri di parole, e vinco 8 corse.  Insomma, mi diverto e porto a casa qualche soldo che non fa male: mamma è felice perché mi vede felice, papà finalmente capisce che ho stoffa e quella è la mia strada’.

Così il ciclismo diventa più di un divertimento.

‘Sì, ma poi c’è da fare il salto di qualità e per farlo bisogna andare a correre in Lombardia. Da tempo però facevo parte anche del giro azzurro, quello del mitico Giovanni Proietti. Nel clan della nazionale ci finisco già da allievo, e successivamente entro anche nel giro dei probabili olimpici per i Giochi di Roma. È in quel periodo che vado ad abitare a Triuggio, in Brianza, dove corro per la Nuova Faro di Milano (via Bramante, NdA) e continuo a vincere, anche per loro. Sono apprezzato, ho tanta gente che mi incoraggia e mi segue con passione, tra questi anche Gianvico Mosca, grandissimo appassionato di ciclismo, che mi prende in simpatia e fa in modo che io possa correre e mantenermi senza patemi. In quel periodo Mosca è un dirigente dell’ufficio di collocamento a Monza ed è grazie a lui che vengo assunto alla Pirelli: lavoricchio, ma soprattutto pedalo. Ma una grandissima mano me la da anche il dottor Baroni, medico condotto di Triuggio e miglior amico della famiglia Molteni, che non solo mi supporta e aiuta, ma mi conduce al tavolo del “sciur” Pietro, che di tanto in tanto veniva a mangiare in una locanda della zona dove solitamente andavo anch’io. “Balòss, quando sarà il momento, tu verrai a correre per la Molteni…”, mi ripeteva ogni qualvolta che ci si vedeva davanti ad una buona pietanza. Persona meravigliosa il “sciur” Pietro, appassionato e competente, diretto e generoso: un vero signore. È probabile che mi avesse preso in simpatia per il mio modo di fare, sempre allegro e chiassoso, ma in me credo che vedesse anche le potenzialità del corridore che poteva anche dargli qualche soddisfazione. In verità, mi complico un po’ la vita da solo…».

In che senso?

«Che mi prometto anche a Giuseppe “Pinella” De Grandi, una leggenda del ciclismo, lo storico meccanico di Fausto Coppi. Lui, il “Pinella”, mi vuole assolutamente portare alla Bianchi. Io sono da una parte lusingato da quelle insistenti attenzioni, e non so dirgli di no, e fino all’ultimo lo tengo sulle spine, facendogli credere che la cosa sarebbe andata a buon fine».

E poi?

«Poi mi rimangio tutto. Non posso tradire il “sciur” Pietro, e così dico al “Pinella” che mi sono promesso alla Molteni. Quella scelta mi costa un ceffone che me lo ricordo ancora adesso e il ritiro immediato della Bianchi che mi aveva dato per pedalare, anche se io usavo già la Bottecchia che era in uso alla squadra blu-camoscio».

In maglia Molteni non mancano le soddisfazioni…

«Mancano solo le vittorie… A parte gli scherzi, vado bene fin da subito, ma più che pensare a me, devo pensare agli altri. Così mi trovo a faticare, e anche tanto, per diversi capitani e, nonostante questo, mi arrangio e ottengo anche buoni piazzamenti. Sgobbo soprattutto per Guido De Rosso, lo attendo spesso e spesso lo spingo, ma riesco anche a portare a casa piazzamenti di prestigio, come il terzo posto al Giro di Lombardia nel 1962 e nello stesso anno il secondo alla Coppa Placci e il quarto nel Baracchi (con Giacomo Fornoni, che anziché Cerato lo chiamava Ceruti, NdA), nel 1963 il terzo alla Placci e su pista un terzo posto al Campionato Italiano Inseguimento. Io volevo fare il ciclista e l’ho fatto. E a questo mondo ho dedicato tutto me stesso, allestendo successivamente, quando divenni imprenditore nel settore del “caro estinto”, anche delle belle squadre di dilettanti (la Nuova Baggio San Siro, NdA) che hanno tirato fuori tanti campioni, uno su tutti Moreno Argentin. Sono stato allievo di Bartali, di cui ancora oggi conservo una dedica che mi ha scritto tre giorni prima di morire. Ma ho avuto anche un grande maestro di politica sportiva come Fiorenzo Magni. E poi Antonio Maspes ... Il mondo della bicicletta mi è restato dentro come pochi altri e la famiglia Molteni è tra le cose più preziose che ancora oggi mi porto nel cuore».

Come era il “sciur” Pietro?

«Io avevo un debole per lui, forse perché mi coccolava e mi difendeva sempre, anche quando ero indifendibile. Giorgio Albani l’ho fatto penare più di una volta, ma il “sciur” Pietro era sempre dalla mia parte. Aveva solo un difetto: voleva sempre vincere. Non era mai sazio. Quando vinceva pensava subito alla gara successiva, che era da vincere… Ricordo alla perfezione i racconti sui suoi inizi. Non navigava nell’oro, ma stava comunque bene. Ma è quel tipo di uomo che si è davvero fatto da solo. Tanto lavoro e molta bicicletta. Anche per lui, come per tantissimi italiani, strumento di riscatto. In sella alla sua bici raggiungeva i casolari più fuori mano e intanto, come diceva lui, con la fantasia emulava le imprese dei grandi Brunero, Girardengo e Binda. Ma visti i tempi, e visto come stavano molti connazionali, lui si è sempre considerato un privilegiato, perché aveva un lavoro, aveva di cui mangiare. Ma ha sgobbato come pochi, con una determinazione e una voglia che era solo da prendere da esempio. Era uno che mordeva la vita. Ha avuto anche coraggio, e appena le cose cominciarono a girargli per il verso giusto si mise in proprio e fece la cosa giusta al momento giusto. Invece di continuare ad ammazzare i “purcell” per andare a riempire le dispense delle famiglie lombarde, cominciò a produrre prelibatezze che varcarono i negozi anche fuori dai confini regionali. I suoi insaccati erano “roba fina”, come diceva lui con giustificato orgoglio. Erano cose prelibate, e io che le ho mangiate posso confermarlo. Gli affari cominciarono ad andargli bene e, nonostante si faccia un gran parlare anche di un altro grande imprenditore dell’epoca, Giovanni Borghi con la sua Ignis, Pietro Molteni coltiva il sogno di fare anche lui una squadra. Solo che aspetta il momento giusto, e lo fa con l’intelligenza e la parsimonia tipica dei brianzoli. Il giocattolo se lo regala nel ’59, e si fa aiutare dal fratello Renato. Fanno le cose in grande, ma partendo dal piccolo, che comunque in quel periodo è il giusto. Fa esattamente quello che ha fatto per lanciare la propria azienda: un passettino alla volta. Senza forzare la mano, senza farsi prendere dalla voglia di bruciare le tappe e diventare subito come la Ignis di Borghi. No, lui entra in un mondo che non conosce e quindi studia, annusa l’aria. All’inizio il “sciur” Pietro è già felice di avere tra le mani una piccola squadra di ciclismo. Nel ’59 il suo sogno lo realizza, sa però che può fare molto di più, ma si prende del tempo, per circondarsi di gente giusta e lo fa con la sapienza e la pazienza di chi sa anche aspettare. Queste cose me le raccontava in quella locanda di Triuggio, di cui oggi non ricordo più nemmeno il nome. Me le raccontava con orgoglio e gli occhi lucidi, carichi di passione e amore. Perché se l’azienda gli dava da mangiare, la squadra era il sogno di un bimbo che non aveva potuto diventare corridore, ma da grande era riuscito a regalarsi dei corridori da poter far correre. Era l’inizio di un sogno. Anche in quell’inizio degli anni Sessanta si percepiva che era prossimo a fare il salto, a costruire qualcosa di unico, che sarebbe rimasto nella storia non solo del ciclismo, ma dello sport tutto.

La Molteni utilizza il ciclismo per fare il salto di qualità. Il “sciur” Pietro razionalizza lo stabilimento della Cà Bianca, e si fa un nome. I corridori cominciano a portarlo in Giro per l’Italia, poi arriverà Merckx: e quel marchio finì per entrare definitivamente nella storia».

E Ambrogio?

«Un fuoriclasse. Lui e la signora Olga hanno fatto fare il salto di qualità alla Molteni. Papà era stato bravissimo a creare dal nulla un’azienda, ma il figlio non l’ha fatto rimpiangere, trasformando l’azienda in un’industria e poi in un gruppo. Aveva una visione moderna e anticipatrice sulla storia. Uomo di poche parole, ma di gran cuore. Quando finivo un allenamento, spesso passavo da lui in azienda. E glielo dico con orgoglio, ero tra i pochissimi corridori che poteva frequentare con una certa regolarità casa loro. La signora Olga, poi, era qualcosa di unico. Una forza della natura in tutto e per tutto: bella donna, elegante e concreta. Era già una manager. Con Ambrogio costituiva una coppia eccezionale. Lei era il metronomo dell’azienda, tutti la riconoscevano e la adoravano. Lui era il commerciale, con una visione aperta sul mondo. Sapeva scegliere e comprare le carni, sapeva come immetterle sul mercato: bravissimi! Ricordo come se fosse ieri che nell’inverno del ’62, dopo che avevo ottenuto il terzo posto al Lombardia e altri nove secondi posti in quella stagione, Ambrogio venne a prendermi in macchina e mi portò in uno dei migliori ristoranti di Milano. Aveva saputo che c’erano diverse squadre che mi ronzavano attorno, e la famiglia non voleva perdermi per nessuna ragione al mondo. “Allora, me lo dici o no quanto vuoi? ...”. Io ero in imbarazzo, i soldi mi servivano, anche perché ho sempre fatto un certo tipo di vita, ma non sapevo come chiederglielo. Allora decise lui, e mi diede 300 mila lire al mese, una paga da campione, anche se io ero solo un buon corridore. Difatti nella mia testa non c’era spazio solo per la bicicletta…».

Cos’altro la distoglieva dalla pratica del ciclista?

«Lasciamo perdere, cose che con la bicicletta non si sposano benissimo. Io e Giacomo (Fornoni, NdA) siamo stati una coppia perfetta: non solo al Baracchi. Non ha idea di quante fughe facevamo, non solo in bicicletta, ma in macchina. Non dietro agli avversari, ma dietro alle belle ragazze. Cosa posso dire?, eravamo giovani…».

Poi però lei lasciò la Molteni …

«A fine ’63, dopo una rovinosa caduta al Giro del Piemonte, mi feci molto male e quell’incidente condizionò in maniera definitiva e totale la mia carriera di ciclista. Ero in ventesima posizione, la corsa arrivava a Saint Vincent e devo dire che quel giorno mi sentivo anche particolarmente bene. Ad un certo punto però, mi ritrovo sotto un cumulo di biciclette. Vengo trasferito in fretta e furia al nosocomio di Santhià. La diagnosi parla di commozione cerebrale, ma si teme soprattutto per il mio ginocchio sinistro che non è messo per niente bene. Vengono a verificare di persona le mie condizioni anche il signor Ambrogio e la signora Olga, ed è proprio la signora ad impuntarsi e a decidere che lì non ci posso restare un minuto di più. “Ci vogliono degli specialisti…”, dice. Mi fanno trasferire alla clinica privata La Madonnina a Milano. Inutile dirle che mi pagano tutto i Molteni. Mi rimetto in sesto e vado a fare un periodo di convalescenza a Santa Margherita, dove generalmente andavo ad allenarmi in inverno, e lì avevo conosciuto il commendator Ottavio Cimarosti, titolare della Cite, che era anche il presidente di una squadra professionistica che aveva come direttore sportivo Andrea Carrea, il leggendario gregario di Fausto Coppi al pari di Ettore Milano. Così, in quell’inverno del ’63, mi decisi a cambiare maglia e firmai per la Cite». 

Insomma, dopo la Bianchi tradisce la Molteni…

«Errori di gioventù, anche se alla fine forse ho fatto più un favore alla Molteni che alla Cite. Il ginocchio non va, io non mi sento più quello di prima e forse nella testa ho già altre cose che mi frullano e così alla fine di quella stagione dico basta. Dopo il Giro di Lombardia, appendo la bici al proverbiale chiodo e per me inizia una nuova fase. Ma il ricordo di quella maglia color blu-camoscio mi resta stampato nel cuore. Io i Molteni li devo solo ringraziare, come faccio a dimenticare persone che nella vita mi hanno solo fatto del bene? So che oggi Mario e Lalla, che conobbi da ragazzini e che vidi sulle ginocchia della loro mamma e del loro papà, si adoperano per ricordare una grande squadra, una grande famiglia e un grande uomo. Oggi con la loro Fondazione fanno del bene, si adoperano come i loro genitori per dare quel qualcosa che è fondamentale per molte ragazze o molti ragazzi che per varie ragioni si trovano in difficoltà. È una bellissima iniziativa, in nome di un uomo come Ambrogio che per me era e resta un leader silenzioso. Poche parole e tanti fatti».

da il libro “Molteni”, storia di una famiglia e di una squadra, Prima Pagina Edizioni, 2021

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