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GATTI & MISFATTI. ALLARME ROSA
di Cristiano Gatti | 25/06/2026 | 08:45

Non è mai stato così choccante, il passaggio dal Giro al Tour. Mai un gradino così alto, mai un salto così brutale, mai una differenza così disarmante. Certo, il Giro ha goduto della regale presenza di Vin­ge­gaard, ma punto e fine. Il re­sto è dimenticabile. Dovero­sa­mente, va dimenticato. O vogliamo dire che alle spalle del fenomeno s’è vista co­munque una media qualitativa di alto livello? Da Gall in poi, con i Gee e gli Arens­man, senza mancare di rispetto a nessuno, dobbiamo riconoscere che come prestigio siamo sotto una Tirreno-Adriatico o un TOTA. E in definitiva proprio questa ammissione rende ancora più drammatico il verdetto sul ciclismo italiano: mai così male, mai così in basso.

Certo si parla del livello dei corridori. Se a un certo punto ci siamo aggrappati a Piganzoli, gregario di Vinge, capace comunque a lavoro ultimato di restare con gli altri “migliori”, il segnale è inequivocabile: a livello di classifica generale, siamo poco o niente. Ma non tanto per il risultato in sé, quanto per il contesto: non siamo esistiti nei giochi di vertice contro avversari modesti, ovviamente escluso il fe­no­meno, non siamo esistiti contro i Gall, gli Arensman, i Gee. Cioè in un Giro modesto. E se non esisti in una corsa di serie B, quanto vale e cosa conta in assoluto il movimento?

Sia detto con il cuor spezzato, ma la risposta è troppo chiara. Nel paddock del Giro ho incontrato un manager che incolpava i giornalisti di deprezzare troppo il ciclismo italiano, spiegando che in fondo abbiamo il miglior cronoman del mondo (Ganna) e il miglior velocista (Milan). Anche dandogliela per buona (ma non sarei così sicuro nel mettere i due al primo posto), non mi pare che possa bastare. Non si vince un grande giro da Nibali, non si vincono corse monumento, niente di niente. E la realtà parla di un movimento troppo distante persino da un Giro già di secondo livello. E basterebbe questo per prendere atto. Per preoccuparsi. Invece.

Invece continuiamo a ballare sul Titanic, e la col­pa è solo dei giornalisti che si divertono a fare del ca­tastrofismo. Benissimo. Met­tia­mola così. Intanto segnalo che arriva il Tour, dove tutte le squadre giocano con i titolari, dove noi facciamo la par­te dei lavapiatti e degli sguatteri di cucina. Dico di un film già noto: Pogacar contro Vin­ge­gaard, ma subito addosso ci sono anche gli Evenepoel e il suo Lipowitz (non mi stupirei se alla fine la gerarchia fosse invertita...), soprattutto ci sa­rà il prodigio Seixas, ma an­che nella stessa squadra di Po­gacar ci sarà Del Toro, e quindi gli Ayuso, per non parlare dei killer per le tappe, Van der Poel orfano di Van Aert. Chiedo, senza nessuna voglia di infierire: quando questo ciclismo d'elite entrerà finalmente in scena, dove saremo collocati noi? Basta guardare anche solo il volume della nostra delegazione, il numero degli italiani al via: davvero non dobbiamo parlare di crisi? Piantiamola con le ipocrisie, almeno: la colpa non è di chi fa la fotografia del momento, ma di chi guarda dall'altra parte, anzi accusando i primi di remare contro. 

Fermandoci al Giro: nella difficoltà del momento generale, ha un ruolo centrale. Ma an­ziché guidare una riscossa, tipo Aso in Francia, si accoda inerme. Partecipa al declino, non fa nulla per arrestarlo, anche solo investendo come si deve.

Qui mi fermo. Inutile infierire. Una cosa soltanto voglio ag­giun­gere: basta, non sono più disposto a sentirmi dire che denunciando questa situazione si diventa solo disfattisti e sfascisti, comunque brutte persone che non amano questo sport. A casa mia, nelle famiglie normali, i genitori più severi e più rompiscatole sono quelli che più amano i figli. Lo stesso qui: non accetto più questa leggenda secondo cui ama davvero il ciclismo italiano chi parla di un ciclismo italiano in ottima salute, sempre e comunque, mentre chi ne denuncia le cre­pe e i malesseri non lo ama e lo vuole distruggere. Io amo il Giro più dei suoi pa­droni, in tanti amiamo il Gi­ro più di loro, anche per il solo fatto che noi lo amiamo senza intascare bonifici, è una passione e non un business: lanciare l'allarme è un sussulto del cuore, non una mattonata teppista. La vera questione, se mai, è un’altra: non sono più sicuro che sia un allarme in tempo utile. Tutto lascia pensare che ormai i buoi siano ben lontani dalla stalla. E che già si stiano voltando facendo il gesto dell’ombrello.

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