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MILANO-TORINO. DIEGO ROSA ULTIMO VINCITORE PIEMONTESE: «CHE EMOZIONE LO SCATTO VERSO SUPERGA». GALLERY
di Aldo Peinetti | 17/03/2026 | 08:15

Al rientro da un lungo allenamento su strada, ma con la bici da gravel, Diego Rosa si è imbattuto casualmente nell’amico Matteo Sobrero, che abita due o tre colline più in là. Sotto la pioggia del sabato non erano in molti i langaroli in sella ma loro non potevano mancare. Ora, con l’approssimarsi della Milano - Torino, siamo piacevolmente costretti a sollecitare un amarcord da parte dell’ultimo piemontese vincitore della storica corsa prossima a tagliare il traguardo dei 150 anni dalla prima edizione.

Con una premessa: fa un certo effetto ripercorrere un giorno radioso della carriera quando parli con chi come Diego da Corneliano d’Alba ha solo 36 anni, passato o meglio tornato alla mtb dopo un percorso importante tra i professionisti(dal 2013 al 2022). 

L’assolo a Superga non è ancora pagina ingiallita: un fotogramma personale lo abbiamo? 

«Al primo giro del circuito finale vedo la curva con il mio fan club. E metto il “segnaposto”… per la tornata successiva, quella che conduce alla Basilica. Vengo guidato dall’istinto, oltre che ovviamente sorretto dall’ottima condizione di quei giorni, estesa a tutto il gruppo Astana: scatto proprio davanti ai miei sostenitori e mi prendo una vittoria così speciale di fronte al pubbllico amico. Le cose venivano facili, anche se riguardando l’ordine d’arrivo posso dire che fu un’edizione da grandi firme… secondo Majka, terzo il mio compagno di squadra Aru, quarto e quinto Pinot e Poels». 

Milano-Torino di allora collocata a ridosso del Lombardia: che sapore ha il quinto posto a Como? 

«“Innanzitutt c’era e c’è la soddisfazione di aver collaborato al meglio con Vincenzo Nibali, rispettando la consegna di supportare il capitano, che quel giorno sul Civiglio pensò quasi di nascondersi per alcune fasi, ma evidentemente scherzava, prima della recita d’autore». 

Il feeling tra Rosa e il Lombardia si rinsalda un anno dopo: ma perchè il secondo posto nel 2016 si trasforma in ultima chiamata? 

«Perchè un’annata iniziata con la fuga di 100 km coronata con successo al Giro dei Paesi Baschi e la prospettiva di cambiare compagine, mentre Astana avrebbe perso anche Vincenzo e Fabio, prosegue con una ricerca meno ossessiva del risultato rispetto a 12 mesi prima. Uscimmo dall’Olimpiade con un crescendo di forma, ma se quella piazza d’onore alle spalle di Chaves non la vivo come occasione della vita sfumata è forse perchè ho sempre avuto consapevolezza della mia dimensione di corridore: ambizioso, affidabile dovete dirmelo voi (sì, ndr), non però al livello dei grandi campioni che ho accompagnato da vicino».

Il rimpianto, semmai, lo datiamo 22 luglio 2016? 

«Ebbene si, siamo alla Albertville - Saint Gervais Mont Blanc del Tour de France e l’affermazione di Romain Bardet arriva al termine di una tappa rocambolesca che, ma detto col senno di poi, avrei continuato tenendo testa al transalpino, per come mi sentivo e per come si erano messe le cose ad un certo punto. Prevalse la logica di squadra, ma consentitemi di vagheggiare e vedermi vincitore alla Grande Boucle». 

Cosa le ha dato la mtb che su strada non trovava più?

«La spensieratezza garantita dal ritorno in veste di biker è fatta di sfumature, anche personali e familiari, con maggior disponibilità di tempo che mi consente di accompagnare a calcio uno dei miei due figli. O di uscire in bici con i miei due fratelli e pure di concedermi la distrazione di un giretto in moto da trial. Posso dire che c’è meno pressione, in gara e fuori, anche se occorre prepararsi a puntino, dandosi obiettivi e sperimentando nuove esperienze, penso alla prossima partecipazione in gravel alla Traka 360». 

Rileggendo il triennio al fianco di Froome, i due anni all’Arkea e l’ultima stagione (Eolo Kometa): che cambiamenti sono subentrati?

«Nel periodo al Team Sky, diventato Ineos, tutto si era trasformato in iperprofessionalizzato, penso a carichi di lavoro e aspetti della preparazioni quali ad esempio la nutrizione. Ho avuto l’onore di far parte di un sodalizio fortissimo, cercando tale approdo e dedicandomi appieno alla causa dei capitani, in primis Froome. Ricordo con piacere il primo posto alla Coppi e Bartali del 2018, anche se a fronte di un ciclismo rapidamente cambiato: non solo per l’avvento di giovani e giovanissimi, dinamica che osservo ammirato oggi giorno (anche se Diego arrivò all’Androni nel 2013, a 23 anni, e lo zoccolo duro d’allora era composto da un Pellizotti o un Sella, ndr). E noi neoprofessionisti ad imparare». 

Nostalgia per il professionismo?

«E’ balenata quando la Vuelta del 2025 è passata qui sotto casa, per un attimo ho desiderato di far parte del gruppo, a limare e chiudere buchi. Mi sono rappacificato con il professionismo, assistendo alla frazione volutamente in Langa. E’ stata una bella esperienza vissuta con i figli, che vedendo spesso il papà gareggiare in bici hanno chiesto di essere tesserati in ambito giovanile. Sceglieranno loro, vi ho detto che il più grande gioca a calcio». 

Rivolgendosi ad un corridore in attività domanda d’obbligo: che obiettivi ha nel 2026? 

«Non posso che dire i Campionati del Mondo Marathon, oltretutto organizzati in casa dal nostro team, la trentina Fol Mtb. L’accordo con Massimo Debertolis è stato immediato e mi stimola, aspettando l’adrenalina delle corse più importanti dell’anno. Parliamo la stessa lingua».

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