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PELLIZZARI. «QUEST'ANNO VOGLIO ESPLODERE!»
di Giulia De Maio | 31/01/2026 | 08:47

Fino a ieri era il bimbo del gruppo, ora è l’uomo su cui puntare. Al primo anno nel World Tour Giulio Pellizzari si è piazzato sesto in classifica generale sia al Giro d’Italia che alla Vuelta a España, ha imparato che la vita può metterti alla prova mol­to più di una salita pendente e che il segreto per raggiungere i propri obiettivi è lavorare sodo, senza strafare. Il 22enne marchigiano della Red Bull Bora Hansgrohe è il primo volto da copertina dell’anno, quello scelto da tuttoBICI per augurarci una stagione con la gamba leggera e il sorriso sulle labbra.
Pelli è il futuro che avanza, ma nel 2026 vuole «esplodere» diventando un presente splendido per il ciclismo italiano, non solo delle corse a tappe.

In­sieme a Jai Hindley, che ha vinto la maglia rosa nel 2022, Giulio sarà il capitano designato per il Giro d’Italia della formazione tedesca, che al Tour de France schiererà Remco Evenepoel e Florian Lipowitz e alla Vuelta Pri­moz Roglic, che tenterà l’assalto al quin­to successo nella corsa spagnola. 

Roma non è stata costruita in un giorno e così il nostro talento più promettente sulle tre settimane ha perfezionato la posizione in sella, aumentato le giornate di allenamento sulla bici da cronometro e programmato un lungo periodo in altura. In quest’anno appena iniziato non gli basta migliorarsi e non si pone limiti: vuole vittorie e felicità. Il futuro è adesso.

Buon anno Giulio! 
«Grazie, a voi e a tutti i lettori auguro un anno sereno e felice. Il 2025 è volato. La vittoria della 17a tappa della Vuelta con arrivo all’Alto de El Mor­re­dero è stata speciale, non è stato solo il giorno più bello della scorsa stagione, ma il più bello da quando corro in bici, ma ormai è già passato. È tempo di pensare al presente e agli obiettivi del 2026».

Come procede la preparazione? 
«Bene, a novembre mi sono tenuto at­tivo con due settimane di sci di fondo a Livigno e dal 10 al 20 dicembre sono stato con la squadra a Palma di Maior­ca. Ho raggiunto il ritiro tre giorni do­po il previsto perché, tornato dalla montagna, ho beccato l’influenza e ho ri­pre­so ad allenarmi con tranquillità perché la stagione sarà lunga. Passate le feste tra la mia casa di San Marino e quella di famiglia a Camerino, l’8 gennaio sono salito al Teide per tre settimane. Scen­derò dall’altura diretto verso Va­lencia dove attaccherò il primo nu­mero alla schiena dell’anno il 4 febbraio».

Hai conosciuto meglio Remco Evenepoel? 
«A dicembre siamo stati in ritiro insieme, ma per la maggior parte dei giorni mi sono allenato da solo perché reduce da un malanno stagionale non ero pron­­to a farmi tirare il collo. Seguito dal mio preparatore Sylwester Szmyd (ex prof polacco, attivo nella massima categoria dal 2002 al 2016 con le ma­glie di Mercatone Uno, Saeco, Lam­pre, Liquigas, Movistar e CCC, ndr), abbiamo optato per un inizio più soft. Con Remco cominceremo l’anno entrambi alla Volta a la Comunitat Valencia­na quindi avremo modo di trascorrere del tempo insieme».

Cosa puoi imparare dal bicampione olimpico? 
«Dire che ha una mentalità vincente è riduttivo, lo osserverò e prenderò d’esempio. L’anno scorso ho corso con Roglic da cui ho imparato il più possibile, ma anche da Jay Hindley alla Vuelta ho appreso non poche lezioni. I suggerimenti che ho ricevuto li tengo per me. Sono molto legato ai compagni italiani, mi spiace abbia cambiato squadra Matteo Sobrero quanto sono contento che sia arrivato Mattia Cattaneo. Mi tro­vo bene con Giovanni Aleotti e Gian­ni Moscon, ma anche con Maxim Van Gils, Jordi Meeus e i già citati Jay e Primoz. Ho un buon rapporto con tutti e con la lingua inglese va un po­chino meglio».

Senti crescere le pressioni attorno a te? 
«Le aspettative aumentano ma ricevo tanto supporto da parte del team, che crede in me e sta cercando di salvaguardarmi. Non a caso mi schiererà a gare importanti con altri leader, che si prenderanno la fetta più grossa delle attese. Per ora mi sento tranquillo an­che se so che crescendo mi verrà chiesto di più. Anno dopo anno sto prendendo tutto con più filosofia e maturità. Al ritiro di dicembre una volta sa­rei stato smanioso di mettere in mostra le mie doti, ora non essendo al 100% non mi sono fatto prendere dall’istinto del giovane che scalpita».

Sui tuoi social alla fine della off season hai scritto Rome wasn’t build in a day. Sei già con la testa a Roma? 
«In Bulgaria, meglio partire da lì (scher­za, ndr). Al Giro d’Italia manca ancora tanto, ma ci penso e voglio lavorare al meglio per arrivarci pronto. Quest’inverno per la prima volta sono stato in California per perfezionare la posizione in sella nella galleria del ven­to di Specialized: il progetto Giro parte dai 40 km completamente piatti che incontreremo e in cui dovremo an­dare forte. Le prove contro il tempo mi piacciono ma finora non le avevo mai preparate in modo così specifico. Sto usando maggiormente la bici più aerodinamica e con i miei compagni in allenamento stiamo provando la cronosquadre».

Dai buoni segnali ottenuti, cosa ti aspetti per la tua crescita? 
«Sinceramente quest’anno mi piacerebbe esplodere. Non dico che mi dia fa­stidio pensare al domani, ma voglio che il futuro quest’anno diventi il presente. Oltre al Giro, nel calendario ho cerchiato in rosso Strade Bianche e Tirreno-Adriatico, che questa volta passa davvero vicino casa. Mi piacerebbe andare forte in entrambe queste prove e poi provare a vincere il Tour of the Alps, una delle mie corse preferite. Tra Trentino, Alto Adige e Tirolo sono sempre andato bene».

Aumentano le pressioni, ma continui a divertirti? 
«Sì, per ora sì. Ormai è passato un po’ di tempo da quando a 7 anni ho lasciato il calcio per la bici. La prima corsa fu da G2 con la maglia del Velo Club Montecassiano in sella ad una piccola Atala rossa, regalo ricevuto per il mio ottavo compleanno. Ce l’ho ancora. Mi ritengo un ragazzo fortunato che sta realizzando il suo sogno di bambino. In alcuni momenti si avverte di più la fatica ma apprezzo ogni istante, anche perché la carriera da atleta professionista sembra lunga ma in realtà passa veloce quindi bisogna godersela. La vita giù di sella è più dura».

Il sacrificio che ti pesa di più? 
«Stare così a lungo lontano da casa. Per il resto il mio primo anno nel World Tour mi ha insegnato che se fai la vita che devi fare e allo stesso tempo ti diverti, i risultati prima o poi arrivano, senza stress. Non bisogna “finirsi” né avere fisse. Io appena mi sveglio ho l’abitudine di pesarmi, prima di coricarmi di impostare la sveglia. Mi piace tanto dormire, per fortuna nel ci­clismo il riposo è importante».

Il 2025 è stato un anno ricco di soddisfazioni sportive, ma anche durissimo a li­vello personale. Cosa ti ha lasciato? 
«Ogni anno impari, cresci, capisci un po’ della vita. Anche le più difficili da accettare sono lezioni da tenere strette per il futuro. Alla perdita di Stefano Casagranda (ex corridore professionista spentosi a soli 52 anni il 1° ottobre scorso, ndr), papà della mia fidanzata Andrea, pensavamo di essere preparati perché purtroppo sapevamo che il mo­mento in cui ci avrebbe lasciato sarebbe inevitabilmente arrivato, invece il dolore ha pesato più del previsto. Sia io che Andrea il giorno dopo averlo salutato per l’ultima volta abbiamo corso il Giro dell’Emilia e non è stato per niente facile. Anche alla successiva Tre Valli Varesine e al Lombardia non c’ero né di gambe né di testa». 

Quanto è difficile essere performanti quando a casa le cose non vanno bene? 
«Corpo e mente concorrono alla per­formance al 50%, essere sereni al di fuori del lavoro è fondamentale. An­drea corre per la BePink, ci siamo co­nosciuti in una vacanza tra ciclisti in Egitto poco più di tre anni fa. Quando suo padre stava male faceva fatica ad allenarsi, è normale. Il finale della scorsa stagione è stato pesante, la vacanza in California ci ha ridato un po’ di fiato e rientrati a casa siamo tornati al lavoro con il cuore un filo più leggero. Se io vado bene è perché con lei sono se­reno e non ho distrazioni, non ho bisogno di cercare altro». 

Sei credente? 
«Sì, infatti sono convinto che Stefano sia ancora con noi. Voglio ricordarlo fe­lice e circondato dai suoi affetti come è stato in occasione della festa organizzata da un suo amico di New York, po­chi giorni prima che ci lasciasse. Non è mancato proprio nessuno. C’era suo figlio Niccolò tornato a Borgo Valsu­ga­na da Roma, amici provenienti da ogni parte e tutti coloro che gli volevano bene. L’ho visto contento e ho avuto la sensazione che con quella allegra rimpatriata avesse voluto dirci addio».

Chi sono i tuoi angeli custodi? 
«Sono tante le persone a cui sono grato per essere arrivato fin qui, a partire dai miei familiari più stretti. Mamma Fran­cesca, che lavora come maestra; papà Achille, poliziotto di origini venete che mi ha trasmesso la passione per le due ruote; i miei due fratelli maggiori Ga­briele e Giorgia, che hanno 26 e 25 anni. Dall’alto due persone in particolare mi guardano le spalle. Il nonno materno Mario che ho avuto al mio fianco fino ai 14 anni e, Giorgio, quello paterno che purtroppo non ho mai co­no­sciuto perché è morto nel 2001 (Giu­lio è nato a San Severino Marche, in provincia di Macerata, il 21 novembre 2003, ndr). Era talmente sfegatato di ciclismo che non­na Clara dice sempre che se mi avesse visto ora in gara tra i professionisti sa­rebbe andato fuori di testa».

Gennaio è il mese dei buoni propositi, quali sono i tuoi? 
«Di andare forte in bici e di essere se­re­no. Se si è in salute e felici prima o poi si raggiungono i traguardi prefissati. Magari ci si mette la sfortuna a rallentare un po’ il percorso, ma alla fine si arriva dove si vuole arrivare. Un an­no fa a gennaio avrei messo la firma per ottenere un sesto posto nella generale di Giro e Vuel­ta, ora voglio qualcosa di più. Vo­glio crescere e ottenere il massimo possibile, senza pormi limiti».

da tuttoBICI di gennaio

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