Forse l’Italia del ciclismo non ha solo una squadra campione del mondo, un “dream team” su due ruote che rappresenta tutto il movimento, sia femminile sia maschile, com’è la staffetta mista. Non abbiamo solo Elisa Longo Borghini, Vittoria Guazzini e Monica Trinca Colonel o i loro fratellini, Filippo Ganna, Mattia Cattaneo e Matteo Sobrero: c’è anche una voce, una gran bella voce, quella della tivù di Stato, che ci ha accompagnato per tutta la settimana iridata: parlo di Francesco Pancani.
Ispirato come non mai, affiancato da Giada Borgato, Silvio Martinello e Davide Cassani e supportato sul posto dal puntuale Stefano Rizzato, il “Panca”, come lo chiamano colleghi e amici, ha messo in mostra il meglio di sé. Una congiunzione astrale perfetta fatta di esperienza e passione, competenza e garbo. In una parola: misura. È passato dalle crono alle corse dei ragazzi con assoluta nonchalance, maneggiando la materia con grande autorevolezza e senza mai cadere nella magniloquenza di chi se la tira, di chi ne sa una più degli altri. In lui è prevalso il rigore della cronaca, unito a una conduzione accurata ma spontanea, fruibile e precisa. Se si potesse, una medaglia d’oro andrebbe data anche a lui: al miglior telecronista di ciclismo in circolazione. Forse semplicemente il miglior telecronista. Punto.
CI SIAMO ANCHE NOI. I numeri non dicono tutto, ma ci aiutano a capire, a valutare le cose su basi più concrete, anche se ci manca l’uomo forte, quello che sa condizionare le corse, quello che le prende di petto e le sa domare. Non giriamoci attorno: ci manca un uomo nella “top five” del ranking mondiale, ma ne abbiamo uno ai bordi della top ten nella “top ten”: Christian Scaroni. Così come tra le ragazze, ne contiamo addirittura due (Elisa Longo Borghini terza ed Elisa Balsamo settima)
Numeri, medaglie e maglie. L’iride l’abbiamo portata a casa nella staffetta mista che sta prendendo sempre più piede, anche perché le federazioni stanno comprendendo che, oltre a essere una prova estremamente interessante, con un messaggio chiaro, è anche la sublimazione di un movimento che si mette in mostra sia al femminile sia al maschile. È un titolo mondiale che ci dice che non siamo messi così male, che non abbiamo solo Filippo Ganna ed Elisa Longo Borghini (e che Dio ce li conservi), ma c’è una serie di atlete e di atleti che possono correre ad altissimi livelli con questi due simboli del nostro movimento e, per questo, raggiungere obiettivi importanti come il titolo mondiale a squadre.
A suffragare questa tesi ci sono le cinque medaglie conquistate: l’oro con la staffetta mista, tre argenti con Filippo Ganna, Nicolas Milesi e Matilde Rossignoli, il bronzo con Elisa Longo Borghini. Cinque medaglie come Spagna e Belgio, il massimo del bottino registrato nella rassegna iridata di Montreal, con la differenza che la Spagna ha chiuso con un oro in più e quindi ha vinto il medagliere, davanti a Paesi Bassi e Stati Uniti che hanno chiuso al secondo posto, e noi terzi con il Belgio.
Ma oltre alla classifica per medaglie l’UCI stila anche quella a punti, che prende in considerazione tutti i piazzamenti in tutte le prove iridate, sia a cronometro sia su strada. Bene, in questa speciale classifica abbiamo chiuso al primo posto con 1.056 punti, davanti a Belgio (860), Paesi Bassi (827), Francia (774) e Stati Uniti (769). Una classifica che non è solo un esercizio numerico o di stile, ma è una “chiave olimpica”: è grazie a questo ranking che la nostra nazionale può sperare di schierare a Los Angeles ’28 cinque atleti, anziché tre come avvenuto a Parigi.
È vero, non abbiamo il talento assoluto, ma c’è un movimento, c’è una base. Abbiamo materiale umano su cui lavorare, sia nella massima categoria sia nelle categorie giovanili. Abbiamo ragazzi che dobbiamo far crescere con calma, con una pazienza che forse dovremmo avere anche noi, visto che ci sono nazioni, come la Francia, che il “messia” lo attendono da tempo, mentre noi l'abbiamo avuto (Nibali) e nemmeno ce ne siamo accorti.
ALTRO CHE RAI… Lo dico a bassa voce, tra di noi che amiamo le cose ciclistiche e di questo ci nutriamo: la Rai ci ha fatto un grande torto con il blackout di oltre mezz’ora nel momento clou del mondiale, ma un po' ce lo siamo meritato. Ce lo siamo meritato perché siamo sempre pronti a brontolare che il ciclismo non va in tv, che ci va in orari poco fruibili e poi, quando c’è la possibilità di vederlo in prima serata, nemmeno ci sintonizziamo.
A cosa mi riferisco? Al mondiale di Montreal, quello “oscurato” su Rai 2 da mamma Rai. Avevamo l’occasione della vita per dimostrare quanto fosse forte, numericamente, la nostra passione, quanto fosse forte la nostra massa critica; invece, nonostante un mondiale in prima serata, quindi in orari che dovrebbero essere ideali per tutti noi, gli ascolti sono stati di poco superiori al milione (1.051.000 spettatori, con uno share del 6,6%), mentre Rai Sport (al pomeriggio, fino alle 19) ha contato 515.000 spettatori con uno share del 5,4%. Insomma, non proprio un gran bottino per un mondiale apertissimo e semplicemente spettacolare (forse Pogacar avrebbe catalizzato più attenzione? Ah, saperlo…).
Chiaro che la Rai ha mancato di rispetto a più di un milione di spettatori con un blackout che grida ancora vendetta, ma tanti appassionati non si sono nemmeno posti il problema che ci fosse la sfida iridata, e questa cosa mi preoccupa molto di più.
Editoriale da tuttoBICI di Ottobre