Accadde al Dente di cane. Giro d’Italia 1964, la tappa che partiva da Roccaraso e arrivava a Caserta, 188 chilometri e quel Dente di cane, uno strappo duro, diritto, cattivo, un chilometro-un chilometro e mezzo, dove i corridori pregavano gli spettatori di spingerli, facendo attenzione che gli stessi spettatori non gli portassero via il tubolare allacciato sotto la sella, o non gli sfilassero la pompa dalla canna del telaio, o non gli frugassero nelle tasche in cerca di un panino. Uno spettatore insultò Jacques Anquetil, che il quinto giorno si era impadronito della maglia rosa, e l’avrebbe portata fino all’ultimo, a Milano. “Ladro, va’ a casa”. Giampiero Pancini, gregario, ma non di Anquetil, si fermò, scese dalla bici, spintonò lo spettatore, lo fece finire in un fosso, poi riprese la bici e la corsa. E Anquetil lo ringraziò.
Ieri mattina è morto Giampiero Pancini. Era nato il 1° giugno 1939, aveva 87 anni. Era toscano, anzi, aretino di Castelnuovo, una frazione di Subbiano. Ed era toscano, anzi, aretino nella vocazione al ciclismo. Chissà se qualcuno si augurò di aver trovato un piccolo nuovo Coppi, l’anno della sua morte, il 1960, ma verso la fine della stagione, quando Pancini prima vinse a Santa Caterina di Cortona, poi la cronometro della Coppa del Mobilio a Ponsacco, una quarantina di chilometri volati a 47 all’ora. Premio: uno specchio, ancora appeso a casa Pancini. Dilettante nella Fracor di Empoli con Livio Trapè, passò al professionismo nel 1962, e lì dovette adattarsi a correre da gregario: all’Atala, capitano Vito Taccone, un quindicesimo posto al Giro di Toscana, il ritiro al Giro d’Italia nella terribile tappa della bufera di neve sul Passo Rolle, il diciassettesimo posto alla Tre Valli Varesine. Nel 1963 e 1964 alla Lygie, ancora per Taccone, quarantaquattresimo e ventiseiesimo nella classifica generale del Giro d’Italia. “Un buono, un buonissimo – lo ricorda Pietro Partesotti, compagno di squadra alla Lygie nel 1963 -. Stava molto con Idrio Bui, anche lui toscano, ma di Sinalunga”. “Alto, asciutto, silenzioso – precisa Roberto Poggiali, anche lui alla Lygie nel 1963 -, era un bel ragazzo, ben messo in bici”. Il 1965 sarebbe stato l’anno finale di Pancini nel professionismo, con la Bianchi-Mobylette di Pierino Baffi e Bruno Mealli, Meo Venturelli e Dino Zandegù. Basta fontane e borracce, basta inseguimenti e piazzamenti. La passione lo spinse a dedicarsi ancora come direttore sportivo, la vita lo convinse a specializzarsi fino ad aprire un panificio, e a consolidarlo, e a ingrandirlo rima nella sua Castelnuovo di Subbiano, condotto con la moglie Luana e oggi guidato dalla figlia Sandra.
“Se avesse corso oggi – ricorda Marcello Mugnaini, suo compagno di squadra alla Lygie nel 1964 – sarebbe stato considerato un gregario d’oro. Forte, anche a cronometro, generoso, ubbidiente, paziente. Con Taccone la pazienza era una qualità indispensabile. Ad Alfredo Sivocci, il direttore sportivo della Lygie, lo dissi chiaro: o me o lui. Invece Pancini era meno istintivo, prima di dire una cosa ci pensava, e magari non la diceva”. Finite le corse, i corridori rimangono compagni di una stessa squadra, come una grande famiglia. “Ci si ritrovava al Giro del Casentino, alla punzonatura, poi a mangiare tutti insieme – dice Mugnaini -. Si andò insieme alle prime Eroiche, con Pasquale Morini, grande amico del ciclismo. E forse anche ai pranzi organizzati da Enzo Ricciarini a Narnali di Prato”. E’ un vuoto pieno di storie e affetto. “Ci univa pure il pane, il pane quotidiano – aggiunge Mugnaini -. Lui nel suo grosso panificio, io, dopo 20 anni come rappresentante della Filotex, come pizzicagnolo e ortolano, proprio come si usava una volta, nella mia Montemignaio”.
“Siamo rimasti in pochi”, sussurra Partesotti. Adesso ancora meno. Caduto in casa, entrato in coma, 15 giorni a lottare fra la vita e la morte: povero Pancini. Il funerale sabato alle 10 nella chiesa di Castelnuovo.