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L'ORA DEL PASTO. I RACCONTI DELLA MAGLIA NERA: GABRIELE DI FRANCESCO - 10 / FINE
di Marco Pastonesi | 30/05/2026 | 08:25

Le maglie nere: gli ultimi della classifica generale, i primi della classifica sentimentale. Perché le maglie nere appartengono ai gregari, in perenne lotta con il tempo massimo e le energie minime. I più umani e i più umili. I più simili a noi. La decima e ultima puntata è dedicata a Gabriele Di Francesco, maglia nera ad honorem.

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Non ci riuscì. Gli sarebbe piaciuto arrivare, anche ultimo, al Giro d’Italia. Ma come spiega lui, “non era facile arrivare ultimo, chi prendeva una ‘sberla’ il giorno prima, chi la prendeva il giorno dopo, c’era sempre qualcuno più in crisi, più indietro, più in fondo”. Tanto più che Gabriele Di Francesco, 53 anni, abruzzese di Nereto, tre stagioni da professionista, al Giro non ha mai partecipato. Ma può essere considerato una maglia nera ad honorem.

Pronti, via.

“Papà operaio nel legno, mamma infermiera, una sorella, poi io. Elementari, medie, istituto tecnico industriale, al quarto anno abbandonai. Intanto la passione per la bicicletta: vedevo un compaesano cicloamatore, andare e venire, sembrava felice e contento, anch’io volevo pedalare, finché ricevetti una Graziella. Poi il ciclismo: la prima bici a otto anni, una Vicini, telaio 24, regalo dei genitori; la prima corsa poco tempo dopo, secondo; la prima vittoria alla seconda corsa”.

Un vincente?

“Nelle categorie giovanili avevo una media di sei-sette vittorie a stagione. La Coppa della Liberazione a Firenze fra gli allievi, un terzo posto ai campionati italiani… Al terzo anno fra i dilettanti conquistai la maglia verde al Giro dell’Abruzzo e alla Settimana lombarda… E nel 1996 passai professionista nella Cantina Tollo”.

Altra vita?

“Altra musica. Gregario, lasciai sogni personali e mi dedicai a compiti collettivi. Ero altruista, prendevo 10 borracce dall’ammiraglia e le distribuivo ai compagni. Oppure alla partenza tiravo e a 50 km dall’arrivo mi staccavo. In quegli anni Novanta si andava a tutta”.

Giornate di gloria?

“Una. Tirreno-Adriatico del 1996, la seconda tappa, da Ferentino a Santa Marinella, dopo pochi chilometri andai in fuga, da solo, raggiunsi fino a 11 minuti di vantaggio, resistetti fino ai meno sette dal traguardo, volatona, primo Abdujaparov, secondo Svorada, terzo Baldato. Fu la volta in cui fui più vicino alla vittoria”.

Gruppetto?

“Non era facile neanche rimanere lì dentro. Quando un senatore lo chiamava, gli altri si adeguavano. La regola: regolari in salita, alla morte in discesa, a tutta in pianura. Chi non ce la faceva, si staccava e, spesso, finiva fuori tempo massimo”.

Passista?

“Passista veloce, ma lento in salita, a meno che non fosse breve, o brevissima. Così fui costretto ad affinare le tecniche di sopravvivenza, l’arte della resistenza, il mestiere di arrangiarmi in proprio. Quella volta in Spagna, in difficoltà, in crisi, in solitudine, là in fondo alla corsa c’ero soltanto io, io e io, non vedevo più nessuno, il gruppo era evaporato, ma c’era ancora un commissario di corsa che mi teneva d’occhio. Mi salvai perché passava un funerale, mi attaccai al carro funebre, sulla destra, nascosto fra le corone. Il bello è che il commissario, non vedendomi più, mi cercò, ma non mi trovò”.

Altri stratagemmi?

“Quella volta negli Stati Uniti, al Gran premio di Filadelfia del 1996, una distanza da Mondiale, circuito da ripetere fino alla noia, pronti, via, a tutta. Dopo tre giri mi rivolsi a Germano Pierdomenico, mio compagno di squadra, e gli chiesi se non fosse il caso di… nasconderci. Neppure il tempo di dirglielo che lui mi aveva già risposto di sì. Ci nascondemmo in un boschetto, da lì controllavamo la corsa, rientrammo a tre giri dal termine, fra i fuggitivi e il gruppo inseguitore”.

Cotte?

“In Spagna, la cotta piombò all’improvviso, non vedevo più la strada, finii fuori tempo massimo, decisi che era ora di smettere, dissi basta, fui di parola. Con un rimpianto: mai fatta la vita da corridore. Così non so fino a che punto sarei potuto arrivare. La vita da corridore la predico adesso, da direttore sportivo. Feste e discoteche, ore piccole e sgarri alimentari: non fate come me, ripeto ai miei ragazzi”.

E adesso, la bici?

“Fra il lavoro da guardia giurata e quello da direttore sportivo, non ho più tempo. Ogni tanto mi faccio prendere dalla voglia, dalla passione, dal romanticismo: parlo parlo, prometto prometto, poi lascio la bici in cantina”.

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